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Il resto in tasca

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Lavoro alla cassa numero due del minimarket di via Solferino, a Bergamo, da undici anni. La gente pensa che dietro una cassa non si veda niente, invece si vede tutto: chi conta le monete prima di entrare, chi rimette il caffè sullo scaffale quando arriva alla fila.

Era un pomeriggio di fine luglio, di quelli in cui l'asfalto di corso Vittorio Emanuele sembra sciogliersi e l'aria condizionata del negozio si spegne ogni due minuti perché il quadro elettrico non regge. In coda, otto persone, tutte sudate, tutte con quella faccia di chi ha fretta di tornare a casa e stare sotto il ventilatore.

Davanti a me, un ragazzo sulla trentina, maglietta grigia stinta, ciabatte da lavoro, la barba di tre giorni non per moda ma perché non aveva avuto tempo. Sul nastro: una confezione di pasta, mezzo chilo di pomodori, del latte, un pacco di crackers. Roba da due giorni, non di più.

Ho battuto tutto e gli ho detto il totale: dodici euro e trenta. Lui ha aperto il portafoglio — dentro, tre monete da un euro e una foto piegata in quattro, di quelle vecchie, stampate in farmacia. Ha contato due volte, come se ricontare potesse far comparire altri soldi.

— Tolga i crackers, — ha detto piano.

Ho ribattuto. Mancavano ancora tre euro e ottanta. Dietro di lui, un signore con la camicia a righe ha sbuffato forte, di quelli che lo fanno apposta perché lo sentano tutti.

— Se non ha i soldi non compri, no? Che ci fa perdere tempo a tutti.

Una donna con gli occhiali da sole spinti sui capelli ha aggiunto qualcosa sul "sempre gli stessi problemi all'ora di punta". Il ragazzo si è fatto rosso fino alle orecchie, ha tolto anche il latte, mormorando scusa a nessuno in particolare. Io stavo già per dirgli di lasciare, che gliel'avrei messo io quei tre euro dalla mia mancia della settimana — lo faccio, quando posso, non è la prima volta — ma prima che aprissi bocca si è mossa la signora Elvira.

La conoscevo di vista: viene ogni mattina verso le nove, sempre la stessa spesa minima, pane, due uova, a volte uno yogurt. Ha una borsa di tela con disegnato un girasole sbiadito e cammina con un bastone che batte sul pavimento a un ritmo che ormai riconoscerei a occhi chiusi. Ottantun anni, mi ha detto una volta, vedova da dodici.

— Rimetta il latte, — ha detto, senza alzare la voce, ma in un modo che ha zittito tutti in fila.

Si è avvicinata alla cassa strascicando i piedi, ha tirato fuori dal cappotto leggero — a luglio, con quel caldo, portava ancora un cappottino leggero, diceva che le ossa sentivano freddo comunque — un fazzoletto annodato. Dentro, banconote piccole. L'ho vista sciogliere il nodo con le dita che tremavano un po', non per l'emozione, credo fosse artrite.

Ha messo cinque euro sul bancone.

— Tenga il resto per lui, — mi ha detto.

Il ragazzo ha fatto un passo indietro, come se scottasse.

— No, signora, non posso accettare. Sono i suoi soldi.

— Erano sul comodino da tre giorni, per il pane di domani. Il pane lo prendo lo stesso, mi arrangio. Su, non farmi stare qui in piedi che mi si gonfiano le caviglie.

Il signore con la camicia a righe ha borbottato qualcosa tipo "non siamo mica in chiesa qui", e lei si è girata verso di lui, appoggiandosi con tutto il peso al bastone.

— E chi ha detto chiesa. Sono al supermercato, con la mia spesa in mano, e ho fretta come lei. Solo che io i tre euro ce li ho.

Nessuno ha più aperto bocca. Il ragazzo si è passato una mano sul viso, in fretta, come per aggiustarsi gli occhiali che non portava.

— Come si chiama? — ha chiesto.

— Elvira.

— Io sono Davide. Le prometto che gliela restituisco.

— Mah, vedremo. Intanto prendi il latte, che tua madre o chi per te avrà bisogno anche di quello.

Ha preso il sacchetto ed è uscito con la testa bassa. Io, dietro la cassa, ho scannerizzato il resto della fila senza dire una parola, ma continuavo a pensare a quella foto piegata nel portafoglio. Ho scoperto dopo, da una collega che abita nel suo stesso palazzo in zona Malpensata, che la madre di Davide era stata operata tre giorni prima al Papa Giovanni per un intervento alla vescica, e che lui aveva speso quasi tutto tra farmacia e parcheggio dell'ospedale. Non aveva chiesto niente a nessuno. Stava solo cercando di mettere insieme due pasti.

Sono passati quattro giorni. Ero di riposo, ma sono passata comunque davanti al minimarket verso le sette di sera, perché avevo lasciato l'ombrello nello spogliatoio e la radio diceva pioggia per la notte. Ho visto un'auto grigia fermarsi proprio davanti al portone di fronte, dove sapevo abitare la signora Elvira — un palazzo anni Sessanta con la tenda della portineria sempre chiusa e un cane del vicino che abbaia a ogni citofono.

Ne è sceso Davide, camicia pulita, un mazzo di girasoli in mano — proprio girasoli, come quelli sulla sua borsa di tela, non so se l'avesse notato o fosse un caso — e due buste piene.

L'ho vista alla finestra del primo piano, e poi scendere piano, aggrappata al corrimano, un gradino alla volta.

— Sei tu, il ragazzo della cassa?

— Sono io. Mi ha detto lei dove abita, — ha detto indicandomi con un cenno, io ero ferma sul marciapiede con l'ombrello sotto il braccio, sentendomi un po' fuori posto ma incapace di andarmene.

— Ma cosa sono tutte queste cose?

— Sono venuto a ringraziarla.

— Per cinque euro?

— Non per i cinque euro. Per quel giorno.

Lei ha scosso la testa, ha detto qualcosa tipo "si fa quel che si può", e lui si è seduto sul gradino accanto a lei, senza chiedere permesso, come se la conoscesse da anni.

— Mia madre è tornata a casa dall'ospedale. Sta bene. Le ho raccontato di lei e si è messa a piangere. Mi ha detto: torna da quella donna e dille che ho pregato per lei.

Alla signora Elvira è tremato il mento, e le mani si sono strette sul manico del bastone, le nocche bianche.

— Che Dio le dia salute, — ha detto piano.

— C'è dell'altro. Lavoro part-time in un centro di distribuzione alimentare vicino a Dalmine. Ho raccontato la storia al mio responsabile. Da adesso, due volte al mese, le arriverà a casa un pacco con la spesa. Gratis. Senza moduli da firmare, senza bisogno di dimostrare niente a nessuno.

— No, non posso accettare una cosa simile.

— Può, e come. Come io ho accettato quei cinque euro.

Ha iniziato a piangere, piano, tenendo il fazzoletto annodato stretto in mano senza aprirlo — la stessa donna che non aveva versato una lacrima quando le era morto il marito, mi aveva detto una volta la vicina, né quando la pensione a fine mese non bastava mai per il gas.

Sono tornata al lavoro il giorno dopo e la voce era già girata per tutto il quartiere, come succede sempre in questi casi. La signora con gli occhiali da sole è tornata al minimarket un pomeriggio, con una busta di pesche gialle in mano, e ha aspettato Elvira fuori, vicino al distributore automatico del pane.

— Mi scusi. Quel giorno ho parlato male, senza motivo.

— Capita, — ha detto la signora Elvira, prendendo la busta di pesche. — L'importante è che il pane non lo dimentichi mai nessuno, oggi.

Da allora, quando qualcuno alla mia cassa resta indietro di qualche euro, in coda nessuno più protesta. A volte trovo delle monete lasciate lì apposta sul bancone, senza che nessuno dica niente, come se fosse diventata un'abitudine silenziosa del quartiere.

La signora Elvira continua a venire ogni mattina, sempre la stessa borsa con il girasole sbiadito. L'altro giorno ha contato il resto sul palmo della mano, due volte, come faceva Davide con le sue monete, poi ha infilato tutto nel fazzoletto annodato e se l'è messo in tasca. Prima di uscire si è fermata un attimo sulla soglia, il bastone che batteva già il ritmo sul marciapiede, e mi ha fatto un cenno con la testa, come ogni mattina, niente di più.

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