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Sono venuta oggi
# Sono venuta oggi
Ogni mattina, nella mia casella di posta, mi aspettava un messaggio che ormai non dovrebbe più arrivare. Lo aprivo prima di quello del cardiologo e prima della bolletta del gas.
Mi chiamo Rosanna Bertolini. Ho sessantotto anni e per undici anni ho lavorato come segretaria alla Scuola Primaria "Giovanni Pascoli", nel quartiere Barca di Bologna. Chi mi ricorda dice che passavo la giornata a segnare ritardi, timbrare moduli e custodire chiavi. Ma la verità è un'altra: la cosa più importante sulla mia scrivania era una scatola di latta dei biscotti.
La scatola aveva un angolo ammaccato e la scritta "Oro Saiwa" ormai quasi cancellata. Ci tenevo dentro graffette, elastici e biglietti scritti dai bambini. Stava sempre nello stesso punto, da sempre: a sinistra del computer, accanto a una tazza da caffè che qualcuno aveva bruciacchiato anni prima e che nessuno aveva mai avuto il coraggio di buttare.
La segreteria sapeva di disinfettante, polvere dei termosifoni e minestrone della mensa. Dalla finestra aperta entrava lo smog degli autobus, perché la fermata della linea 20 era proprio davanti al cancello della scuola. Il biglietto costava un euro e cinquanta, ma io ci andavo in bicicletta, per non buttare via soldi in sciocchezze.
Ogni giorno alle 7:55 suonava il primo campanello, e subito dopo nel corridoio si sentiva il tramestio di scarpette piccole. I bambini si riversavano dentro come un branco di passeri che avesse scoperto un cancello aperto. Alcuni gridavano, altri piangevano, altri ancora si asciugavano il naso con la manica.
Alice non correva mai.
Entrava piano, come se non volesse disturbare il pavimento. Seconda elementare, la più piccola della classe, sempre con le trecce, a volte un po' storte. Da ottobre portava lo stesso piumino blu scuro che, dopo qualche lavaggio, si era irrigidito ed era diventato troppo corto.
— Buongiorno, signora Rosanna. — Sempre le stesse parole, sempre con lo stesso sorriso stanco.
Un lunedì, mentre le segnavo il ritardo, dalla tasca del piumino le scivolò fuori un foglio a quadretti piegato in quattro. Alice si tuffò a raccoglierlo prima che potessi farlo io.
— Scusi — mormorò.
— Non c'è niente da scusare.
— La nonna dice che la carta non si spreca.
Trattenne il fiato e scappò via.
Quello stesso giorno, dopo le lezioni, quando tutti erano andati a casa, trovai un altro foglietto dentro un libro di lettura che Alice aveva riconsegnato in biblioteca. Non lo stesso, ma piegato allo stesso modo. Dentro, una frase scritta a matita, con cura, come se da quella dipendesse un voto: "Grazie perché sorride prima di chiedermi perché sono in ritardo."
Spiegai il foglio e lo lessi tre volte. Poi lo infilai nella scatola dei biscotti, tra le graffette.
Il mattino dopo lasciai in bella vista un bigliettino: "Mi fa sempre piacere vederti, Alice." Niente di più. Quando lo vide, per un attimo sembrò sul punto di dire qualcosa, ma alla fine prese solo il biglietto e lo mise in tasca.
Una settimana dopo trovai nella scatola un altro foglietto: "La nonna ha preso un secondo lavoro di notte. Si dà tanto da fare."
Scrissi sul retro: "Dille che qui c'è qualcuno che pensa che stia facendo un lavoro straordinario."
Cominciammo così a parlarci. Non tutti i giorni. A volte una volta a settimana, a volte due. Piccoli frammenti di una vita che nessuno vedeva. Il termosifone di casa che smetteva di scaldare. Il gatto tornato a casa. La nonna che aveva avuto un aumento. Io che avevo preso un bel voto in matematica.
Non le ho mai fatto domande a cui non volesse rispondere. A volte le persone dicono tutto quello che riescono a sostenere. Non si deve chiedere loro di portarne di più.
L'inverno arrivò su Bologna grigio e umido. Invece della neve, pioggia mista a nevischio, poi ghiaccio sui marciapiedi. I bambini arrivavano infagottati in berretti e sciarpe, col naso rosso come pomodori. Il piumino di Alice si era fatto ancora più sottile.
Una mattina la vidi stringere e riaprire le dita dentro le tasche, aspettando il campanello. Senza dire nulla aprii l'armadietto degli oggetti smarriti. Sul fondo c'era un paio di guanti con un dito consumato, che nessuno era mai venuto a reclamare dall'anno prima.
Li posai accanto alla scatola.
— Se entro venerdì nessuno li viene a prendere — dissi, senza alzare gli occhi dal registro — li porto alla Caritas.
Alice fece scorrere un dito sul bordo della scrivania.
— Cioè… qualcuno potrebbe usarli?
— Sarebbe un peccato lasciarli lì a marcire.
Prima di uscire, i guanti erano spariti.
Il lunedì successivo, nella scatola trovai un foglietto piegato: "I guanti vanno bene anche per la nonna. Li usiamo a turno."
La primavera arrivò con la Pasqua. In cortile si faceva più chiasso, il piumino blu era scomparso. Alice venne con una giacca gialla, quasi nuova. Sembrava cresciuta in una notte sola. Ai bambini succede, quando la vita glielo permette.
Verso fine maggio, in segreteria entrò sua nonna. Teneva in mano una cartellina con dei documenti.
— Ci trasferiamo — disse. — Ho trovato un lavoro fisso a Casalecchio. Più vicino, un appartamento migliore. Alice cambia scuola.
Alice stava accanto a lei, con lo zaino a margherite stretto in mano. La nonna frugò nella borsa e ne tirò fuori… la mia scatola dei biscotti.
— Credo sia sua.
— La mia scatola?
— Non proprio.
Dentro c'erano quarantotto foglietti piegati. Tutti quelli che avevo mai scritto. Ognuno incollato alla sua prima versione: le mie parole da un lato, gli appunti di Alice dall'altro.
— Stavamo per buttarli via mentre facevamo gli scatoloni — aggiunse la nonna. — Alice non ha voluto.
Alice disse piano:
— Li leggevo, quando andava male.
Non seppi trovare niente di intelligente da dire. Così le restituii la scatola.
— Tienili tu.
— Non ne ho più bisogno.
— Perché?
Sorrise. Lo stesso sorriso che vedevo ogni mattina alle 7:55.
— Perché adesso so che c'è sempre qualcuno che è contento che io sia venuta.
Sei mesi dopo la mia pensione cominciarono ad arrivare i messaggi. Non ogni settimana, non ogni mese. Solo quando la vita gliene ricordava il motivo. La foto della pagella. Il cartoncino di fine anno. Una fotografia della nonna accanto a una Panda usata, comprata finalmente.
Ogni messaggio finiva sempre allo stesso modo:
"Sono venuta oggi."
Tenevo la scatola dei biscotti sul davanzale della cucina. L'angolo sempre più ammaccato, la scritta ormai quasi invisibile. Dentro, fogli a quadretti bianchi, piegati in quattro. Non perché aspettassi un'altra lettera. Ma perché ognuno di quei fogli mi ricordava ciò che conta davvero: non risolvevo i problemi di Alice dopo scuola. Non pagavo le bollette della nonna né accorciavo l'inverno. Ma ogni mattina, prima che suonasse il primo campanello, potevo far sentire a una bambina che la sua presenza contava qualcosa.
Giovedì scorso, dopo aver letto l'ottava email di fila, capii che la scatola non poteva più stare sul davanzale di casa mia. Il suo posto era dove era sempre stata.
Mi vestii, presi la borsa con dentro la scatola e andai in autobus, linea 20, fino alla scuola. Il biglietto ora costava un euro e settanta, ma stavolta non me ne importava.
In segreteria, alla stessa scrivania, sedeva una donna più giovane. Sul piano c'era un portatile e accanto una tazza da caffè — non la mia, qualcuno gliel'aveva regalata, con la scritta "Volontaria". Fuori dalla finestra, un ficus che nessuno annaffiava aveva perso un'altra foglia.
— Buongiorno — dissi. — Mi chiamo Rosanna Bertolini. Ho lavorato qui undici anni.
Alzò gli occhi dallo schermo.
— Piacere. In cosa posso aiutarla?
Tirai fuori dalla borsa la scatola dei biscotti e la posai sulla scrivania, esattamente dove un tempo stava la mia tazza.
— È per la scuola — dissi. — Per questa scrivania.
La donna aggrottò la fronte, ma non aprì la scatola.
— Cos'è?
— Dentro ci sono quarantotto foglietti piegati. Scritti. È una conversazione che io e una bambina abbiamo portato avanti per due anni, prima che si trasferisse. Me li ha restituiti perché non le servivano più. Ma forse servono a qualcun altro. Che restino qui. Per quelli che arrivano in ritardo e dicono solo "Buongiorno".
La nuova segretaria sollevò il coperchio. Tirò fuori il primo foglietto, lo spiegò, lo lesse ad alta voce:
— "Grazie perché sorride prima di chiedermi perché sono in ritardo."
Fece scorrere un dito sul bordo irregolare.
— E lei ha risposto?
— Sul retro.
Girò il foglio. Non ebbi bisogno di dirle cosa c'era scritto. Lo lesse da sola.
Poi si alzò, scese dalla sedia e mise la scatola sulla mensola di fronte alla porta, in modo che chiunque entrasse la vedesse subito.
— Qui starà meglio — disse. — Qui nessuno se la lascia scappare.
Mi voltai e uscii nel corridoio. Suonò la campanella della ricreazione. I bambini si riversarono fuori dalle aule, riempiendo l'atrio di grida.
L'ultima volta sentii una voce gridare: "Signora Rosanna!" — ma non mi fermai. Andai dritta allo spogliatoio, dove si sentiva odore di lana bagnata e pavimento di gomma.
E poi, sulla soglia, tirai fuori dalla tasca un ultimo foglietto — vuoto. Lo piegai in due. Lo infilai dietro il vetro della bacheca degli avvisi, proprio accanto all'orario delle lezioni della seconda elementare.
Non lo firmai.
Perché adesso Alice sa sorridere da sola.
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