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La ricompensa nella bufera

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La bufera era arrivata all'alba, silenziosa e feroce, e in tre ore aveva cancellato il sentiero che portava alla stalla bassa. Mattia Ferrero stava nel fienile con il fiato che fumava, contando le bestie una per una. Undici. Ne mancava una. La cavalla di tre anni, quella col manto grigio come la cenere, non c'era. Prese la corda, la coperta di lana cotta e uscì nel bianco.

Il vento gli mordeva la faccia. Sotto gli scarponi la neve superava il ginocchio e ogni passo costava. Pensò di tornare indietro. Poi vide una macchia scura contro il tronco del faggio grande, proprio dove il canale fa la curva. Si avvicinò tenendo una mano davanti agli occhi.

Era una donna. Stava seduta nella neve, le spalle contro la corteccia gelata, le mani infilate sotto le ascelle. Ai piedi aveva scarpe da città, di quelle che a Torino vanno bene, ma lì, a milleduecento metri, erano come camminare scalzi. Non rispose quando la chiamò. Aveva le labbra bianche e gli occhi socchiusi.

Mattia la prese sotto le braccia e la sollevò. Pesava come un sacco di farina bagnato. Le passò la coperta intorno alle spalle, la strinse a sé e cominciò a risalire. Il casale era a quattrocento metri, ma nel vento sembravano quattro chilometri.

La adagiò vicino alla stufa di ghisa, su una brandina che teneva per i braccianti estivi. Le tolse le scarpe fradicie. I piedi erano viola, gonfi. Li avvolse in un asciugamano asciutto senza strofinare.

— Sei arrivata da dove? — le chiese quando finalmente aprì gli occhi.

Lei guardò la stanza, il soffitto con le travi di castagno, i barattoli di conserva sulla mensola. Ci mise un po' a rispondere.

— Dal sentiero della cava. Mi sono persa.

— Da sola?

— Con mio fratello. Ci siamo separati alla biforcazione.

Mattia le diede una tazza di brodo. Lei la tenne con due mani, bevve a piccoli sorsi. Si chiamava Nadiya. Veniva da Brescia, aveva trovato lavoro in un agriturismo della valle, ma il pullman si era fermato alla rotonda di Demonte e da lì aveva proseguito a piedi. Con il telefono scarico. Con un giubbotto che a metà novembre non basta.

La bufera continuò per due giorni. Nadiya dormì accanto alla stufa, si svegliò con la febbre, poi tornò a dormire. Mattia le cambiò l'acqua, le portò il pane e le mele, e nel frattempo badò alle bestie e spalò il cortile. La cavalla grigia rientrò da sola la seconda sera, con il pelo incrostato di ghiaccio e le narici che fumavano: si era rifugiata in un anfratto sotto la roccia, come faceva sempre quando il tempo peggiorava. Mattia le strofinò i fianchi con uno straccio di iuta e le diede doppia razione di fieno. Il fratello di Nadiya non lo trovò nessuno per tre giorni, ma il terzo arrivò una telefonata dalla stazione dei carabinieri: si era messo in salvo in un rifugio sulla strada del Colle, stava bene, aveva chiamato appena aveva trovato campo.

Nadiya non se ne andò subito. Rimase una settimana. Poi due. Diceva che voleva restituire, che non le piaceva stare con le mani in mano. Mattia la vedeva alle sei del mattino con la tuta da lavoro che rovesciava il fieno nella mangiatoia, diceva che era solo per qualche giorno. Poi la trovò che ripuliva la mola con la paglietta d'acciaio e decise di piantarla lì. Anche perché, se devo essere onesto, una mano d'aiuto a un uomo che alleva vacche da solo non pesa.

I vicini cominciarono a parlare poco a poco. Il barista di Moiola, una sera, glielo disse chiaro, mentre versava il secondo bianco.

— Non è mica del posto. La gente chiacchiera.

Mattia girò il bicchiere sul tavolo, guardò la bottiglia, il calendario dei carabinieri appeso alla parete.

— E con questo?

— Dico che la conosci da dieci giorni. Magari è una che scappa da qualcosa.

— Io quando sono nato avevo una mucca con tre mammelle. Non è che tutti quelli che vengono da fuori sono un problema.

Il barista alzò le mani e cambiò discorso, ma la voce girò abbastanza.

Un pomeriggio, mentre sistemava la rete di recinzione, Nadiya gli raccontò che suo fratello l'aveva portata in valle perché a Brescia avevano venduto la casa dopo la morte della madre. Il ricavato, una somma che non le apparteneva più, era andato al padre, che se n'era andato senza voltarsi indietro. Disse solo: «Ci siamo pagati l'autobus e due panini». Non aggiunse altro.

Mattia conosceva quel tono. Lo aveva sentito da suo padre, quando il caseificio era stato svenduto ai torinesi. Per questo non fece domande.

Una sera accesero il fuoco fuori, vicino al muretto. Nadiya aveva trovato un vecchio paiolo di rame e ci bolliva le castagne. Il fumo saliva dritto, il cielo era pieno di stelle. Lei disse:

— Tu non chiedi mai niente.

— Che dovrei chiedere?

— Chi sono. Se sono a posto. Se la storia del lavoro è vera.

Mattia sbucciò una castagna, la soffiò, se la mise in bocca.

— Se menti, sei brava. Non me ne accorgerei comunque.

Nadiya rise, poi si fece seria. Disse che il lavoro all'agriturismo esisteva, ma non l'avevano pagata. Le avevano messo in mano una busta vuota e le avevano detto di ringraziare il cielo che la facevano dormire nel capanno.

— E tu stai qui a pulirmi la mola.

— Tu mi hai coperta con una coperta che puzza di cavallo. Potevi non farlo.

— Potevo.

Le castagne finirono. Il paiolo era freddo. Nadiya entrò in casa, tornò con due bicchieri e una bottiglia di moscato.

— L'ho trovata nella credenza. L'ultima bottiglia dell'anno scorso.

Mattia la guardò. Non gli piaceva pesare le persone in base ai gesti, ma quel dettaglio gli disse che era stata lei a mettere in ordine la credenza. E la bottiglia l'aveva scelta apposta, non a caso.

— Dovresti fermarti a dicembre, — disse. — A pulire la stalla, intendo. Ti pago.

— Non sono venuta per i soldi.

— Lo so. Ma se non ti pago, sembro uno che si approfitta. E non voglio che la sera, al bar, mi guardino come uno che ha trovato una sguattera senza permesso di soggiorno.

Nadiya lo guardò dritto, con il collo corto del giubbotto che le sfiorava il mento.

— Non ho il permesso. Lo volevo richiedere a Brescia, ma non ho avuto tempo.

— E allora lo chiediamo da qui.

Non era un uomo che accettava la rassegnazione. Mattia andò in municipio. Parlò con l'impiegata dell'anagrafe, una signora di cinquant'anni che lo conosceva da bambino. Le disse la verità: una persona l'aveva aiutato nel fienile, senza contratto e senza regolarizzarla. Era ora di fare le cose per bene. L'impiegata prese appunti su un foglio giallo, gli disse di tornare con un piano di assunzione.

Mattia aprì il registro della stalla e fece i conti seriamente. Non solo delle spese, ma di quanto poteva pagare. Un contratto stagionale, mezza giornata, quindici euro l'ora. Poteva permetterselo, se vendeva due capi in più alla fiera di Cuneo e rinunciava a comprare il carro per il fieno nuovo.

Il dato che lo convinse fu un numero: undici. Undici persone, in paese, gli avevano chiesto con una scusa o con un'altra se Nadiya se ne fosse andata. Undici. Troppe per non prendere posizione.

Il giorno prima della fiera, Mattia uscì all'alba per caricare il furgone. In cucina trovò una ciotola di vetro coperta da un piatto. C'erano i biscotti di mais, quelli che faceva sua madre per la fiera di San Lorenzo. E sopra il piatto, un biglietto scritto con una calligrafia piccola e inclinata: «Se vendi bene, torni presto?».

La fiera andò bene. Tornò che era già buio. Il cancello del casale era aperto. Nadiya stava in mezzo al cortile, con una torcia in mano. La luce bucava il buio fino alla strada bianca. Gli venne incontro, gli posò una mano sul gomito.

— Ho parlato con l'agriturismo, — disse. — Quello di Demonte. Volevano sapere se potevo tornare.

— E tu?

Lei spense la torcia. Il buio si richiuse intorno a loro, e solo la luce della cucina restò accesa dietro la finestra.

— Ho detto che ho già un posto. E che lo pago affittandolo con il lavoro.

Mattia non rispose subito. Guardò il furgone stanco, il fieno rimasto sul pianale, le sue mani screpolate dal freddo. Poi indicò la casa.

— Il posto è quello. L'affitto no. È una parte di quello che resta. Hai visto il registro. La stalla è in pari. Adesso lo sei anche tu.

Nadiya non si mise a piangere. Non fece discorsi. Aprì la porta della cucina e disse solo, senza voltarsi:

— Allora il biglietto l'hai letto.

— L'ho letto.

— E torni sempre presto?

— Cerco.

La mattina dopo, prima ancora di accendere il fuoco, Mattia prese dal cassetto il foglio con il piano d'assunzione, lo aggiustò due volte con la gomma e andò in municipio. Quando uscì, la neve sul sagrato era stata spazzata e una ragazza vendeva la torta di nocciole in una cesta. Ne comprò due fette. Non sapeva perché, ma gli sembrò il modo giusto per tornare a casa con qualcosa in mano.

La regolarizzazione arrivò a primavera. Nadiya ricevette il permesso di soggiorno con l'indirizzo del casale. Lo appese con una cornice leggera sopra la credenza. Non disse nulla, ma da quel giorno la ciotola dei biscotti restò sempre piena.

Nei due anni che seguirono, ogni mattina alle sei e mezza, quando Mattia si infilava gli scarponi per uscire, trovava una mela sul davanzale. La prendeva, la strofinava contro la manica e la mangiava camminando verso il fienile. Non lo disse mai a nessuno, ma quella mela, ogni giorno, alla stessa ora, teneva insieme il suo mondo meglio di qualunque registro contabile.

E la sera della festa di San Giovanni, quando tutto il paese scese in piazza e il prete benedisse il fuoco, Mattia guardò Nadiya ballare con la figlia del macellaio. Le persone ora la salutavano per nome. Undici non erano più undici.

Lui rimase in disparte, accanto al furgone ancora sporco di fiera, con una bottiglia di gazzosa in mano. Strinse il collo della bottiglia, bevve un sorso tiepido, e restò a guardarla girare in mezzo alla piazza finché la musica non finì.

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