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La scatola di scarpe di Assisi
Mi chiamo Nicola Ferretti, ho ventotto anni, e quando ho sposato Ombretta Salviati vivevo da tre mesi nella mia Fiat Panda parcheggiata dietro il piazzale di un supermercato Conad, alla periferia di Assisi. Facevo la doccia ai bagni pubblici del terminal bus. Dovevo diciottomila euro a due strozzini che si erano fatti passare per "soci in affari" quando la mia impresa di ristrutturazioni era fallita.
Ombretta aveva settantotto anni. Vedova da nove. Viveva sola in una casa di pietra con le persiane verdi, vicino alla Basilica, ereditata dal marito che aveva fatto il notaio per quarant'anni. L'ho conosciuta perché le sistemavo la grondaia che perdeva — un lavoretto in nero, cinquanta euro, pagamento in contanti. Lei mi ha offerto un caffè. Poi un pranzo. Poi, tre mesi dopo, mi ha chiesto di sposarla, con la stessa naturalezza con cui si chiede di passare il sale.
Non l'ho fatto per amore. Diciamolo chiaro, visto che ormai è tutto finito. L'ho fatto perché quella casa valeva almeno quattrocentomila euro, perché lei non aveva figli, e perché io ero stanco di svegliarmi con la brina sul parabrezza e l'ansia di chi controlla il cellulare aspettando la telefonata sbagliata.
Il piano era semplice: sposarla, fare il marito premuroso per qualche anno, aspettare l'inevitabile, ereditare, sparire. Non avevo previsto che Ombretta sarebbe stata gentile con me ogni singolo giorno di quei ventidue mesi.
Cucinava la pasta alla norcina il giovedì, perché diceva che mi piaceva vedermi mangiare con gusto. Mi ha comprato un giaccone di lana blu da Anselmi, il negozio di abbigliamento sotto i portici, quando ha visto che il mio giubbotto aveva la cerniera rotta. "Con questo freddo umbro ti ammali," mi ha detto, piegando la fattura in due e mettendola nel cassetto della credenza, come se fosse la cosa più normale del mondo. Sul balcone teneva un vaso di basilico che innaffiava ogni sera alle sette, anche d'inverno, per abitudine, anche se il basilico d'inverno non cresce.
E la cosa peggiore è che a me, quasi, non importava. La verità è che non ho mai visto in Ombretta una moglie. L'ho vista come un contatore che scorreva all'indietro. Ogni volta che andava dal cardiologo in piazza del Comune, io origliavo con più attenzione dietro la porta dello studio. Ogni scatola di pillole sul comodino — il Cardirene, il Lasix, quella per la pressione — mi ricordava che un giorno tutto quello che c'era in quella casa sarebbe stato mio. Lo so come suona, detto adesso. Ma allora mi convincevo di essere solo furbo, uno che aveva finalmente trovato la scorciatoia giusta dopo anni di scorciatoie sbagliate.
Una mattina di marzo, mentre preparava il caffè con la moka sul fornello di ghisa, Ombretta è caduta in cucina. L'ho trovata io, tornando dal garage. Tre giorni dopo, all'ospedale di Perugia, se n'è andata senza riprendere conoscenza.
Al funerale, nella chiesa di Santa Chiara, i suoi parenti mi guardavano come si guarda una macchia sul tappeto buono. Sua sorella Graziella non mi ha rivolto la parola. Un cugino, Ettore, ha detto a bassa voce, ma non abbastanza bassa: "Finalmente si è preso quello che voleva." E la parte peggiore è che una parte di me, in quel momento, pensava lo stesso.
Poi il notaio — un collega dello studio che era stato del marito di Ombretta — ci ha convocati tutti nello studio in via San Rufino per la lettura del testamento. La casa con le persiane verdi andava alla nipote, Chiara. I risparmi, circa duecentotrentamila euro, andavano in beneficenza: metà alla Caritas diocesana, metà a un ospizio per animali fuori Bastia Umbra. A me, niente. Zero euro, zero metri quadri.
Poi il notaio ha tirato fuori da una borsa di tela una vecchia scatola di scarpe — di quelle marroni, con l'elastico, delle Clarks che si compravano negli anni Ottanta. Sopra il coperchio c'era scritto il mio nome, "Nicola", con la calligrafia ordinata e un po' tremolante di Ombretta.
"Cos'è questa roba?" ho chiesto, con la voce che mi tradiva.
Il notaio mi ha guardato senza fretta e ha detto: "Mi ha chiesto di consegnargliela. Ha detto che è quello che lei desiderava davvero."
Ho aperto la scatola con le mani che tremavano. Dentro, in cima a tutto, c'era una lettera piegata in quattro, scritta a penna stilografica. Sotto la lettera: un mazzo di vecchie fotografie in bianco e nero di un ragazzo che le somigliava, un orologio da taschino d'oro, e — questo mi ha gelato il sangue — il mio libretto degli assegni di tre anni prima, quello che credevo di aver perso, con dentro una busta piena di ricevute e appunti: le prove, raccolte una per una, di ogni bugia che le avevo raccontato su chi ero prima di conoscerla.
La lettera diceva:
*"Caro Nicola, lo sapevo dal secondo mese. Un'anziana che vive sola impara a controllare, a chiedere in giro, a chiamare vecchi conoscenti. Sapevo dei debiti, sapevo del furgone dietro il Conad, sapevo che mi avevi scelta come si sceglie un biglietto della lotteria. Non te l'ho mai detto perché ho scelto io di tenerti comunque. Non per ingenuità: perché avevo bisogno di prendermi cura di qualcuno, e tu avevi bisogno di qualcuno che si prendesse cura di te, anche se non lo sapevi ancora. Mio figlio Alessandro è morto a ventisei anni, di overdose, in una stanza d'affitto a Foligno, mentre io ero convinta che stesse solo attraversando un brutto periodo. Non ho fatto in tempo a salvarlo. Con te ho avuto una seconda occasione, anche sapendo che tu non mi cercavi per amore. Non ti lascio la casa, perché quella casa deve restare alla famiglia, a Chiara, che l'ha sempre meritata. Ma ti lascio questo: le prove di tutto quello che eri prima, perché tu possa decidere, ora che io non ci sono più, se vuoi restare quell'uomo o diventarne un altro. Nella tasca del giaccone blu che ti ho comprato da Anselmi troverai anche una cosa più concreta. Con affetto vero, per quanto possa sembrarti strano — Ombretta."*
Sono uscito dallo studio del notaio senza salutare nessuno. A casa — non più casa mia, avevo già una settimana per liberarla — ho tirato fuori dall'armadio il giaccone blu. Nella tasca interna, cucita apposta, c'era una busta con dentro dodicimila euro in contanti e un foglietto: "Per pagare i debiti. Il resto, guadagnatelo da uomo onesto. Ti voglio bene comunque, Ombretta."
Non ho pianto per l'eredità che non ho avuto. Ho pianto perché nella scatola, sotto tutto il resto, c'era anche una foto di me che dormivo sul divano, scattata di nascosto, con scritto dietro, di suo pugno: "Il mio secondo figlio, anche se non lo sa."
Sei mesi dopo ho saldato l'ultimo debito con i due strozzini, in contanti, in un bar di Santa Maria degli Angeli, con la ricevuta firmata da entrambi. Ho preso la scatola di scarpe di Assisi e l'ho portata con me a Perugia, dove oggi lavoro come dipendente fisso in una ditta di ristrutturazioni edili — non più a nero, con busta paga e contributi versati. La tengo sul ripiano più alto dell'armadio, chiusa con lo stesso elastico di sempre.
Non l'ho più aperta. Non mi serve. So già cosa c'è dentro.
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