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Il vestito blu di nonno Elio

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Ho perso i genitori a due anni, in un incendio scoppiato in una cascina vicino a Cuneo. Mio nonno, Elio Bertolasso, quella notte perse una figlia e un genero, ma riuscì a tirare fuori me dalle fiamme. Ci è entrato due volte in quella casa che bruciava, la seconda volta per portarmi via tra le braccia, con la camicia bruciacchiata sulle spalle.

Da allora c'è stato solo lui.

Aveva già superato i sessantadue anni, ma non si è mai tirato indietro. Mi preparava la colazione prima della scuola, veniva ai colloqui con gli insegnanti, mi aiutava con i compiti di matematica anche se diceva sempre che "i numeri non erano mai stati il suo mestiere". Faceva il fabbro, aveva una piccola officina in periferia — la chiamava ancora "Officina Bertolasso", anche se l'insegna sopra la porta si era scrostata anni prima — e tornava a casa alle sette passate, con le mani nere di grasso e la cena già pensata per me.

Quando le mie compagne andavano al mare con i padri, io andavo con lui a pescare al lago. Mi ha insegnato ad andare in bicicletta tenendo il sellino con una mano sola mentre correva dietro di me per la strada di ghiaia. Ogni pagella, ogni recita scolastica, ogni piccola vittoria — lui c'era, e la festeggiava come se fosse sua.

Avevo dieci anni quando, una sera, guardammo insieme in televisione un servizio su una festa di maturità in un liceo di Torino.

"Al tuo diploma ci sarò, vedrai," mi disse ridendo, con quella voce roca che aveva sempre. "Anche se dovessi venire in carrozzina."

Scoppiammo a ridere entrambi. Nessuno dei due immaginava che quella frase, detta per scherzo, sarebbe diventata vera.

Otto anni dopo, l'ictus. Tre settimane in rianimazione all'ospedale di Cuneo, i medici che non promettevano niente. È sopravvissuto, ma il lato destro del corpo gli è rimasto paralizzato. Non ha più camminato da solo.

Non si è mai lamentato. Ogni pomeriggio, quando tornavo da scuola, mi aspettava con la stessa domanda: "Com'è andata oggi?" E voleva la risposta vera, non quella di circostanza.

Quando è arrivato il momento del ballo di fine liceo, le mie compagne discutevano su chi invitare — un calciatore della squadra del paese, un ragazzo del liceo musicale, i fidanzati di sempre. Io non ho avuto dubbi un secondo.

Volevo tenere la promessa che mi aveva fatto quella sera davanti alla televisione.

Quando gli ho chiesto di accompagnarmi, all'inizio ha detto di no.

"Guarderanno me, non te," ha detto piano, guardando il pavimento.

"Mi hai sempre insegnato che la famiglia deve esserci. Adesso è il mio turno di dimostrarlo."

Quella sera l'ho aiutato a vestire il suo abito blu, quello buono, l'unico vestito elegante che possedeva — lo stesso che aveva indossato al matrimonio di mia madre, vent'anni prima, un po' largo adesso sulle spalle che si erano assottigliate. Gli ho sistemato il colletto, gli ho pettinato i quattro capelli bianchi che gli restavano con il pettine di metallo che teneva nel cassetto del comò da sempre.

Quando siamo entrati nel salone del ristorante addobbato per la festa, vicino a Fossano, qualcuno ha applaudito. Qualcuno ci ha fotografato col telefono. Per un attimo ho pensato che quella sarebbe stata la serata più bella della nostra vita insieme.

È durato pochi minuti.

Si chiamava Ginevra. Aveva sempre creduto di essere un gradino sopra tutti gli altri, e non perdeva occasione per farmelo pesare, a scuola come fuori. Si è avvicinata a noi con le sue tre amiche dietro, ha guardato mio nonno, poi la carrozzina, e ha riso forte.

"Tranquilla, hanno organizzato la gita della casa di riposo?"

Le sue amiche hanno riso con lei. In sala è caduto un silenzio pesante.

Ho sentito qualcosa stringersi in petto, ma Ginevra non si è fermata.

"Il ballo è per gli accompagnatori normali, non per i pazienti dell'ospedale."

Qualcuno ha girato la testa, a disagio. Io stavo già cominciando a spingere la carrozzina verso l'uscita, pronta a portarlo via da lì, da quegli sguardi, da quella sera rovinata in pochi secondi.

Ma mio nonno ha alzato la mano sinistra, quella ancora buona. Si è fatto avanti verso il palco dove il dj aveva appena smesso di mandare musica, forse sentendo anche lui che qualcosa non andava. Ha preso il microfono con la mano che gli funzionava, e per un attimo gli è quasi scivolato dalle dita.

Poi ha detto:

"Sono qui per lei."

Il silenzio cambiò consistenza. Non era più lo stesso silenzio imbarazzato di un attimo prima — era un silenzio che ascoltava.

Mio nonno respirò, e continuò, con la voce un po' rotta, un po' impastata dalla paralisi che gli tirava l'angolo della bocca:

"Quando lei aveva due anni, ho perso mia figlia in un incendio. Sono entrato in quella casa e ho tirato fuori questa ragazza tra le braccia. Da allora l'ho cresciuta da solo, con una pensione di milleduecento euro al mese e due mani — una delle quali, ormai, non funziona più tanto bene." Alzò leggermente il braccio destro immobile, quasi a scherzarci sopra, e per poco non perse l'equilibrio sulla carrozzina. "Sono venuto qui stasera perché le avevo promesso, otto anni fa, davanti alla televisione, che al suo diploma ci sarei stato comunque, anche in carrozzina. Non pensavo che sarebbe andata proprio così, ma una promessa resta una promessa, no?"

Si fermò un momento, cercando Ginevra con lo sguardo tra la folla. La trovò.

"C'è chi stasera ha pensato che fossi fuori posto qui. Non so ballare, non riesco nemmeno a stringere bene una mano, e l'officina l'ho dovuta chiudere due anni fa perché da solo con una mano buona non si lavora il ferro. Ma sono l'unica famiglia che questa ragazza ha avuto da quando aveva due anni, e se essere qui per lei è fuori posto, allora va bene così, sono fuori posto."

Posò il microfono, male, facendolo quasi cadere sul palco con un fruscio nelle casse. Nessuno rise. Qualcuno piangeva, la mia professoressa di lettere tra questi. Due ragazzi del mio banco si alzarono e vennero ad abbracciarlo, uno di loro gli disse semplicemente: "Mi scuso per quello che è successo, signore."

Ginevra era rimasta immobile vicino al tavolo delle bevande, il bicchiere di aranciata in mano, inclinato, qualche goccia caduta sulla scarpa. Nessuno la guardava più con ammirazione quella sera.

Non ho fatto scenate. Non ho urlato, non ho chiesto scuse, non ho preteso niente da Ginevra quella sera, né nei giorni dopo.

Il lunedì successivo in classe, Ginevra mi ha fermato in corridoio, davanti ai distributori automatici. Mi aspettavo delle scuse. Invece mi ha detto solo: "Non pensavo che facesse così tanto rumore, tutto qua," e se ne è andata verso il laboratorio di chimica senza aspettare risposta. Non l'ha mai ammesso davanti agli altri. Continuò a sedersi al suo solito posto, terza fila, e a parlare forte nei corridoi come sempre, solo che ora qualcuno, parlando con lei, guardava altrove mentre rispondeva.

Mio nonno è morto due inverni dopo, nel suo letto, con l'abito blu ancora nell'armadio ad aspettare l'occasione successiva che non è mai arrivata. Quel vestito l'ho fatto restringere e l'ho dato in beneficenza alla parrocchia di San Bernardo, insieme alle sue scarpe buone, quelle che aveva indossato una sola volta, quella sera. Qualcun altro, da qualche parte a Fossano, oggi lo porta senza sapere cosa c'era dentro.

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