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Luna non lasciava dormire la padrona nella sua stanza: pensava fosse diventata aggressiva, finché il veterinario non ha capito perché
Sono veterinaria da diciannove anni e penso di aver sentito ogni genere di telefonata. Gente che chiama alle due di notte perché il cane ha starnutito due volte. Gente convinta che un laureato in veterinaria debba saper tutto, dalla tosse del criceto alla rianimazione di un pastore tedesco. Ma la chiamata di Carla, un martedì pomeriggio di marzo, era diversa. Nella sua voce non c'era l'ansia di chi aspetta una diagnosi urgente. C'era lo sfinimento di chi non dorme da troppo tempo.
— Buongiorno, è l'ambulatorio veterinario? Sono Carla Bertolini, ho preso un appuntamento per oggi alle quattro. È per la mia gatta… non mi lascia dormire la notte.
La frase "non mi lascia dormire" può voler dire tutto e niente. Un gatto che fa le fusa troppo forte, uno che gioca alle tre del mattino con un tappo di plastica. Ma nel modo in cui Carla l'aveva detta, c'era qualcosa che non tornava. Non fastidio. Paura.
Carla si è presentata in studio a Bergamo con quindici minuti di anticipo, un cappotto grigio abbinato agli stivali, i capelli raccolti in uno chignon severo. Sessantadue anni, vedova da quattro, viveva sola in un appartamento di via Broseta con la sua gatta, Perla. Teneva il trasportino con due mani, come se dentro ci fosse qualcosa di prezioso e fragile insieme.
— Si chiama Perla, — ha detto, posando il trasportino sul lettino. — Gliel'ho messo io, perché ha gli occhi grigi come le perle vere. Ma da tre mesi in casa la chiamo tutt'altro.
Dal trasportino mi guardavano due occhi grandi, calmissimi. Una gatta europea a pelo corto, sui cinque chili, mantello tigrato, nessun segno di nervosismo, nessuna postura di allarme.
— Cosa succede esattamente, signora Bertolini?
Ha sospirato come chi ripete una cosa per la centesima volta, sperando che qualcuno finalmente la ascolti davvero.
— Mi sveglia ogni notte. Sempre più o meno alla stessa ora, tra le tre e le quattro. All'inizio con delicatezza, una zampata leggera sulla guancia. Se non mi muovo, insiste, mi morde la mano, mi tira via il piumone coi denti. Non si ferma finché non mi alzo e vado a dormire in salotto, sul divano. E nel momento esatto in cui esco dalla stanza, lei si sistema sul mio cuscino e si addormenta di colpo, tranquilla, fino al mattino.
— Da quanto va avanti?
— Tre mesi, forse di più. All'inizio ho pensato che fosse diventata capricciosa. Poi ho pensato che il problema fossi io, i nervi. Il mio medico di base mi ha detto che è insonnia da stress — mio marito è morto l'anno scorso, dice che è normale. Mi ha dato delle gocce. Non è cambiato niente.
Perla, intanto, seduta accanto al trasportino, non staccava gli occhi da Carla. Nessuna aggressività, nessun nervosismo. Solo un'attenzione quasi innaturale, come se stesse sorvegliando qualcosa.
L'ho esaminata con calma. Cuore regolare, respirazione pulita, peso nella norma, gengive rosee, niente febbre. Un animale perfettamente sano. E proprio in quel momento, mentre le palpavo l'addome senza trovare nulla, mi è venuto un sospetto che mi ha fatto accelerare il battito: il problema non era nella gatta. Era in quella stanza, in quel letto, in quella casa.
Ho chiesto a Carla di descrivermi con esattezza la stanza. Il riscaldamento. Se avesse installato qualcosa di recente. Lei mi ha guardata come se le avessi fatto una domanda assurda, ma ha risposto: una caldaia a gas nuova, montata cinque mesi prima da una ditta del quartiere, perché la vecchia perdeva pressione. L'avevano messa proprio a ridosso della parete della sua camera, per risparmiare sui tubi.
Cinque mesi di caldaia nuova. Tre mesi di notti sul divano. I conti, con un po' di ritardo, cominciavano a tornare.
Le ho detto, senza drammatizzare ma senza nemmeno lasciar passare la cosa, che dovevamo escludere un'ipotesi seria: un rilevatore di monossido di carbonio in camera, prima di quella notte stessa. I gatti percepiscono variazioni che l'uomo non sente — hanno un olfatto e una sensibilità all'ipossia molto più fini dei nostri, e spesso reagiscono a una fuga di gas prima che l'uomo avverta il minimo sintomo. Il mal di testa al risveglio, la stanchezza cronica che Carla attribuiva al lutto, non erano insonnia da stress. Erano i primi segnali di un'intossicazione lenta.
Carla è uscita dallo studio più pallida di come era entrata, col trasportino stretto al petto e il telefono già in mano per chiamare i vigili del fuoco di Bergamo.
Sono arrivati in serata. Il rilevatore portatile, appoggiato sul comodino, ha iniziato a suonare nel giro di pochi minuti: la caldaia aveva una canna fumaria con una guarnizione difettosa, e il monossido di carbonio si infiltrava lentamente proprio nella parete dietro il letto di Carla, concentrandosi nell'aria della camera durante la notte, quando tutto era chiuso e il riscaldamento restava acceso per ore. Nel salotto, dove dormiva da mesi cacciata da Perla, l'aria circolava meglio e la concentrazione restava quasi nulla.
Carla mi ha richiamato tre giorni dopo, la voce diversa, più ferma, meno sfinita. Aveva fatto sostituire la canna fumaria e revisionare l'intero impianto da un tecnico certificato, con tanto di libretto e garanzia firmata — lo stesso documento che ora tiene in una cartellina trasparente nel cassetto dell'ingresso, pronto da mostrare a chiunque faccia manutenzione in futuro. Ha anche fatto causa alla ditta che aveva installato la caldaia, chiedendo il rimborso dei millecinquecento euro di intervento più i danni per i mesi di cure mediche inutili: terapista, esami del sangue, le gocce per l'insonnia che non le servivano a niente.
L'ultima volta che è venuta in ambulatorio, per il richiamo vaccinale annuale di Perla, ha aperto la borsa e mi ha mostrato una foto sul telefono: la sua camera, letto rifatto, piumone blu, e sul cuscino, proprio al centro, Perla addormentata, pancia in su, senza una sola ragione al mondo per vegliare ancora nessuno.
— Dorme sul mio cuscino tutte le notti, — ha detto Carla, — ma adesso dorme lì insieme a me. Non deve più buttarmi fuori dalla stanza. Il pericolo non c'è più, e lei lo sa prima di tutti, come sempre.
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