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Un buco nel muro di Lucca

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Era l'una e mezza di notte quando ho sentito di nuovo quel rumore, le unghie che grattano contro l'intonaco, sempre nello stesso punto.

Mi chiamo Chiara Bertolini, ho trentaquattro anni, vivo a Lucca con mio marito Marco e nostra figlia Nina, che a dicembre farà nove mesi. E poi c'è Stella, la nostra golden retriever di quattro anni, quella che fino a un mese fa dormiva tranquilla ai piedi del letto e adesso passa le notti a scavare un buco nella parete della cameretta.

La prima volta ho riso. Pensavo fosse una fissazione, come quella volta che per tre giorni ha inseguito un'ombra sul soffitto. Stella grattava l'angolo dietro la culla di Nina, proprio quel punto, non l'armadio, non la finestra, non la porta. Solo quello.

Ho pensato che le sarebbe passata.

Non le è passata.

La mattina dopo era di nuovo lì, con le zampe sporche di intonaco bianco. Il terzo giorno la carta da parati pendeva a strisce. Il quinto, sul cartongesso c'erano segni profondi, come solchi.

Abbiamo provato di tutto. L'abbiamo richiamata e lei tornava. Abbiamo chiuso la porta della cameretta e lei si è messa a piangere fuori per ore, un lamento basso che mi spaccava il cuore. Abbiamo montato un cancelletto, l'ha rovesciato con una spallata. Abbiamo persino spostato la culla dall'altra parte della stanza, pensando che fosse legata alla posizione di Nina.

Niente. Stella ha ignorato completamente la nuova posizione della culla e si è messa a grattare esattamente lo stesso tratto di muro.

È stato lì che ho iniziato a pensare che qualcosa in lei si fosse rotto.

Non giocava più con la pallina da tennis. Non correva alla porta quando arrivava mia sorella Giulia. Passava le ore sdraiata davanti a quella parete, con il muso appoggiato al pavimento, immobile, come in attesa.

Nel frattempo Nina stava peggio. All'inizio solo una tosse secca, la sentivo di notte attraverso il citofono. Poi notti agitate, si svegliava ogni due ore. Poi un respiro che a momenti sembrava fischiare.

La pediatra ci ha parlato di asma, ha prescritto un broncodilatatore da fare con l'aerosol. Non cambiava niente. Io restavo seduta sulla poltrona vicino alla culla aspettando che si calmasse, e ogni mattina trovavo Stella di nuovo lì, le zampe ormai gonfie, poi screpolate, poi con tracce di sangue sull'intonaco.

Non si fermava.

Una notte ho perso la pazienza. Marco era di turno in ospedale — lavora come infermiere al Campo di Marte — e io ero sola in casa con Nina che finalmente dormiva. Ho sentito il rumore, sono entrata nella cameretta e ho trovato un buco grande come un piatto da portata. Polvere di cartongesso sparsa sul tappeto, e Stella che scavava ancora, con una furia che non le avevo mai visto.

Ho urlato. L'ho presa per il collare e tirata via con forza, le ho detto che aveva passato il limite, che bastava.

Lei mi ha guardato. Poi ha guardato il buco. Poi la culla. Poi di nuovo il buco.

Non aveva paura. Non si sentiva in colpa. Cercava di dirmi qualcosa, e io per la prima volta, invece di spingerla via, mi sono fermata.

Mi sono inginocchiata davanti alla parete danneggiata. Ho preso il telefono dalla tasca della vestaglia e ho acceso la torcia, puntandola dentro quell'apertura scura.

Per un secondo non ho capito cosa stessi guardando. Poi l'ho capito, e mi si è fermato il cuore.

Dentro la cavità del muro, incastrato tra un vecchio tubo dell'impianto e l'isolante, c'era un nido di scoiattoli morti da tempo, marcito, e sopra, a pochi centimetri dalla griglia di aerazione che passava proprio dietro la testa della culla di Nina, uno strato nero e polveroso di muffa che si era mangiato l'intonaco da dentro, risalendo lungo tutta la canna che portava l'aria calda nella stanza.

Non era asma. Era quello che Nina respirava ogni notte, pompato dal termosifone a parete direttamente sopra la sua testa.

Ho chiamato Marco all'ospedale, tremando così tanto che non riuscivo a tenere il telefono fermo. È tornato a casa in venti minuti, ancora con la divisa da lavoro, e insieme abbiamo tirato fuori Nina dalla culla e l'abbiamo portata in camera nostra per il resto della notte.

Il giorno dopo ho chiamato un'impresa di Lucca specializzata in bonifica da muffa, la Edilrisana di via Catalani, e un tecnico è venuto nel pomeriggio con uno strumento per misurare l'umidità nei muri. Il responso: infiltrazione vecchia, probabilmente da una perdita della grondaia esterna mai riparata da chi aveva vissuto nell'appartamento prima di noi, e un condotto di aerazione otturato che aveva trasformato quella parete in una camera di coltura.

Il preventivo per rifare la parete, bonificare il condotto e sostituire l'isolante è arrivato a tremilaquattrocento euro. Li abbiamo tirati fuori dal fondo che tenevamo da parte per i lavori del terrazzo, perché non c'era altro da discutere.

Abbiamo tolto la culla da quella stanza per tre settimane, il tempo dei lavori, e Nina ha dormito nella nostra camera in una culla da viaggio. La tosse è passata in cinque giorni. Il broncodilatatore, dopo due settimane, non è più servito: la pediatra, quando gliel'ho raccontato, è rimasta in silenzio per qualche secondo e poi ha scritto sulla cartella "sospetta origine ambientale, risolta con bonifica domestica".

Stella, il giorno in cui gli operai hanno chiuso il buco con il nuovo cartongesso, si è seduta davanti alla parete finita, l'ha fissata per un po', poi si è alzata ed è andata a prendere la pallina da tennis che non toccava da un mese. L'ha portata a Marco, scodinzolando, come se avesse finito un turno di lavoro.

Ho fatto incorniciare la foto che avevo scattato quella notte con il telefono, il buco nero nel muro, le zampe di Stella ancora sporche sul tappeto, e l'ho messa sulla mensola dell'ingresso, vicino alle chiavi di casa. Non per ricordare la paura. Per ricordare che quella notte, mentre io cercavo di farla smettere, lei stava facendo l'unica cosa giusta che qualcuno in quella casa stesse facendo.

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