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Il caffè che nessuno beve due volte

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Mi chiamo Assunta, ho sessantotto anni, e per quattordici li ho passati dietro al bancone del Bar Girasole, in via Torino, a Cuneo. Quello che sto per raccontarvi non è successo a me. È successo a una cliente che veniva ogni martedì, verso le dieci, sempre allo stesso tavolino vicino alla vetrina — quello da cui si vede la fioraia di fronte che sistema i secchi di fiori sul marciapiede.

Si chiamava Ester. Aveva più di ottant'anni, camminava con un bastone che batteva sul pavimento come un metronomo, e ordinava sempre la stessa cosa: un caffè macchiato tiepido e un cornetto alla crema, mai al cioccolato. Diceva che il cioccolato "le ricordava una promessa non mantenuta", e non ho mai capito bene cosa intendesse, perché con i clienti non mi permetto di fare troppe domande. Ci si abitua, dopo un po', a conoscere le persone dal loro ordine più che dal loro nome.

Ester aveva una figlia, Marta, che viveva a Torino, un'ora e mezza di macchina, meno con l'autostrada. Lo so perché una volta, mentre le portavo il conto, la sentii al telefono: "Marta, tesoro, sabato faccio la parmigiana, quella con le melanzane della Franca, viene su benissimo quest'anno." E poi silenzio, e poi: "Va bene, va bene, magari un'altra volta."

Quell'"un'altra volta" l'ho sentito ripetersi per mesi.

Un martedì di novembre — pioveva, e l'umidità si attaccava ai vetri del locale facendo scorrere righe sottili come lacrime — Ester arrivò con una busta gialla, di quelle da corriere, già aperta male ai bordi. Si sedette al solito tavolo, ordinò il solito caffè, ma non toccò il cornetto. Tirò fuori un foglio scritto a mano, lo lesse due volte muovendo appena le labbra, poi lo ripiegò e lo infilò nella borsa.

Le chiesi, portandole il conto, se andava tutto bene. Mi rispose una cosa che non ho più dimenticato: "Ho scritto una lettera a mia figlia. Le ho proposto un accordo." Non mi spiegò altro, quel giorno. Pagò due euro e venti, lasciò dieci centesimi di mancia sul piattino come sempre, e se ne andò col bastone che batteva sul marciapiede bagnato.

Tornò il martedì dopo, e quello dopo ancora. A dicembre mi disse, quasi di sfuggita mentre aspettava il resto: "Le ho scritto che al mio funerale porterà rose che io non vedrò più. Le ho detto: portamene una adesso, mentre posso ancora sentirne il profumo." Rimasi con la moneta in mano, senza sapere cosa rispondere. Lei sorrise — non un sorriso allegro, uno di quelli che le persone anziane usano per chiudere un discorso che le costa — e uscì.

Non so cosa rispose Marta a quella lettera. So solo che a gennaio, un martedì, Ester non venne. Né quello dopo. Alla terza settimana chiesi alla fioraia di fronte, la Concetta, se sapeva qualcosa. Mi disse che l'ambulanza era passata di notte, una decina di giorni prima, e che aveva visto le luci blu illuminare la facciata del palazzo accanto alla farmacia.

Ester è morta in ospedale, a Cuneo, dopo undici giorni di ricovero per una polmonite che alla sua età non perdona. L'ho saputo dal necrologio affisso fuori dalla chiesa di San Sebastiano, con l'orario delle esequie: giovedì, ore quindici.

Ci sono andata. Non conoscevo bene Ester, ma quattordici anni di caffè macchiati tiepidi creano un legame che non ha bisogno di essere spiegato a nessuno.

In chiesa ho visto Marta. Non l'avevo mai incontrata di persona, ma la riconobbi dagli occhi, identici a quelli della madre quando fissava la vetrina del bar aspettando che smettesse di piovere. Era vestita di nero, elegante, con un mazzo enorme di girasoli tra le braccia — non rose, girasoli, gialli e assurdi in mezzo a tutto quel lutto composto. Li posò sulla bara con le mani che tremavano, e rimase lì, immobile, mentre gli altri sfilavano per le condoglianze.

Dopo la funzione, fuori dalla chiesa, sotto la pensilina perché aveva ricominciato a piovere, la sentii parlare con una signora — probabilmente una cugina o una vicina. Non volevo origliare, ma la voce di Marta si era alzata giusto quel tanto che serviva perché arrivasse fino a me.

"Mi aveva scritto una lettera l'anno scorso," diceva, stringendo la borsa contro il petto. "Mi chiedeva di andarla a trovare più spesso, di portarle un fiore prima invece che dopo. Le avevo risposto che sì, certo, che sarei venuta più spesso. E sono venuta due volte in più, forse tre. Poi il lavoro, poi mio figlio con gli esami, poi…" Si fermò. Non finì la frase.

Non è compito mio giudicare quella figlia. Ho visto troppe famiglie passare dal bar per pensare che le cose siano mai semplici come sembrano da fuori.

Quello che so, perché me lo disse la Concetta qualche settimana dopo mentre sistemavo i tavolini fuori — lei aveva parlato con l'avvocato che si occupava della successione, essendo cliente abituale anche lui — è che Ester aveva lasciato una cosa precisa nel testamento, oltre all'appartamento di via Roma e ai duemilatrecento euro sul libretto della Cassa di Risparmio.

Aveva lasciato scritto che la somma destinata ai fiori e al servizio funebre — millecinquecento euro accantonati apposta, con tanto di busta a parte nel cassetto del comò — non doveva essere spesa per corone o composizioni. Doveva essere devoluta alla mensa della Caritas di corso Nizza, con una sola condizione scritta a mano in fondo al foglio: che una volta l'anno, il giorno del suo compleanno, qualcuno portasse un girasole sulla sua tomba, comprato non da un fiorista qualunque, ma dalla Concetta, quella del banco di fronte al Girasole — proprio perché a lei, diceva la nota, "i fiori piace vederli nascere sul marciapiede, non sull'altare".

Marta rispettò quella volontà. Ha chiuso la busta coi millecinquecento euro e l'ha portata di persona in Caritas, ha firmato la ricevuta, ha tenuto la copia. L'ho saputo perché la incontrai qualche mese dopo — era venuta a comprare un girasole dalla Concetta, un mercoledì qualunque, non un giorno di ricorrenza. Non disse molto. Pagò, ringraziò, si voltò verso di me e disse solo: "Il macchiato tiepido, vero? Con il cornetto alla crema." Io annuii, sorpresa che lo sapesse.

Non venne più il martedì. Viene il mercoledì, ora. Ordina un caffè macchiato tiepido, si siede allo stesso tavolino vicino alla vetrina, e resta lì una ventina di minuti prima di tornare a Torino. Non parla molto. Ma il fiore, quello, non manca mai sulla tomba di Cuneo — e non aspetta più il compleanno per portarlo.

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