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La casa di mio padre

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Io l'ho capito troppo tardi. Capito che stavo scappando da un uomo che per trentaquattro anni si era alzato alle sei del mattino anche la domenica, solo per preparare il caffè e lasciarmelo sul comodino. Un uomo con le mani rovinate dal tornio, che non aveva mai alzato la voce, nemmeno quel pomeriggio d'agosto in cui gli dissi che me ne andavo a Parma.

Aveva continuato a sistemare la serratura della porta di cucina, quella vecchia di ferro battuto. Non mi aveva guardata. Aveva detto solo: «Fa' la valigia bene, che il treno delle diciassette è quello buono.» E poi era sceso in cantina a prendermi il borsone di tela blu.

Dovevo restare. Non per riconoscenza, non per dovere. Perché era mio padre, e io l'ho lasciato lì come si lascia un mobile in un alloggio sfitto.

La domenica lo chiamavo. Dieci minuti, mai di più. Lui parlava del tempo a Bari, del gatto di mia zia Carmela che era morto, del prezzo dei pomodori al mercato di via Nicolai. Io guardavo il soffitto del mio monolocale a Parma e pensavo al lunedì, alle fatture da registrare, al capufficio che ogni volta mi chiedeva se per la pausa pranzo volevo unirmi a loro. Ogni domenica gli dicevo: «Papà, ti richiamo io.» Lui rispondeva: «Quando vuoi tu, Chiara.» E riattaccava sempre per primo, perché a lui bruciava pure il costo dello scatto alla risposta.

Mia madre era morta undici anni fa. Cancro al pancreas. Sei mesi, dal referto all'ultima notte all'ospedale Di Venere. Io avevo ventitré anni, un esame di economia da dare e una convinzione: bisognava essere forti. Mio padre invece stava zitto. Non piangeva davanti a me, non parlava di lei. Una sera lo trovai in cucina con la fede di mamma stretta in un pugno e un foglio del catasto aperto sul tavolo. Non mi vide. Io uscii di casa e mi sedetti sulle scale del palazzo, con il fiato corto come se avessi corso fino al lungomare.

Da lì avevo cominciato ad allontanarmi. Prima le cene saltate, poi i weekend senza tornare. Bari mi sembrava una stanza con le luci spente, e io non avevo il coraggio di accenderle da sola.

Poi, il mese scorso, è arrivata la telefonata di Elia. Elia fa l'idraulico, abita nella palazzina accanto a quella di mio padre. Aveva il tono di chi ti chiama dal Pronto Soccorso senza voler spaventare nessuno.

«Tuo padre ha firmato delle carte. Non so dirti bene, ma c'entra un tizio di Bergamo. Dice che adesso la casa non è più sua. Che deve uscire entro il primo.»

Sono scesa da un Frecciarossa con l'aria condizionata che mi aveva seccato la gola. A Bari c'erano quarantadue gradi. Il taxi si è fermato davanti a via Giordano Bruno 17, e io ho visto la serranda della vecchia ferramenta abbassata, le palme polverose, un motorino con la sella crepata dal sole.

Mio padre era seduto sul marciapiede, su una sedia di plastica bianca, con un bicchiere di acqua e limone in mano. Indossava la solita camicia a quadri.

«Hai fatto il viaggio per niente, Chiare'», mi ha detto, come se stessimo dicendo che il pane era finito.

Sono entrata. La casa era uguale a undici anni prima. La cucina con le piastrelle azzurre, la credenza di noce, il calendarietto del salumiere ancora appeso al chiodo. Solo che sul tavolo c'era un foglio diverso. Non un bollettino, non la pensione. Un contratto preliminare di vendita. Quattrocentomila euro. Per una casa che al catasto ne vale ottocento. Firmato da lui due mesi prima, davanti a un notaio di Bergamo, con una procura che mio padre dice di non ricordare di aver firmato.

«C'era questo signor Gatti», ha detto lui, sistemando il bicchiere sul bracciolo. «Voleva comprare. Diceva che mi avrebbe fatto stare tranquillo. Che mi avrebbe pagato bene. Poi ha smesso di rispondere.»

«Questo è il prezzo di un garage, papà. E ora ti buttano fuori.»

Lui si è chinato, ha raccolto una foglia secca caduta dal basilico sul balcone. «Non gridare, che la signora Antonia del secondo piano sente tutto.»

Ho passato la notte sveglia. Non per il caldo. Per i messaggi sul mio telefono. WhatsApp, Facebook, perfino una email dal titolo «Curatela urgente». I parenti di Bergamo si erano fatti vivi in blocco: cugini di secondo grado, un nipote che non vedevo da vent'anni, una prozia che in vita mia mi aveva scritto due volte. «Ti stiamo vicini in questo momento difficile», «Siamo una famiglia», «Dio vede tutto». Uno di loro mi ha perfino mandato l'iban per «contribuire alle spese legali». Io ho spento il telefono alle tre e un quarto.

Il primo del mese si avvicinava. Mio padre non dormiva neanche lui. Lo sentivo girare per il corridoio, aprire il rubinetto del bagno, parlare da solo con la voce bassa di chi ripassa i numeri del lotto.

Un pomeriggio sono andata da un avvocato in via Sparano. Lei mi ha detto che la procura era formalmente valida, ma che c'erano margini per impugnare: la perizia psichiatrica, la mancanza di testimoni vicini, l'offerta enormemente bassa. «Però i tempi sono lunghi», ha fatto, togliendosi gli occhiali. «Suo padre deve lasciare la casa. Questa è la cosa certa.»

Io la casa non volevo darla a nessuno. Non per l'eredità. Per le mattonelle azzurre, per il calendarietto del salumiere, per il caffè della domenica che avevo bevuto per trentaquattro anni senza una volta dire grazie.

L'ultimo venerdì, alle sette di sera, si è presentato il signor Gatti. Alto, magro, una polo nera e un borsello di pelle in mano. È rimasto fuori dalla porta, con il piede a tenere il cancelletto del balconcino.

«Vostro padre ha già ricevuto l'avviso», ha detto, senza nemmeno presentarsi. «Lunedì facciamo il cambio delle serrature. Potete portare via le cose personali. I mobili restano.»

Questo l'ho saputo dopo, perché io quel venerdì non c'ero. Ero nello studio dell'avvocato a firmare la richiesta di sequestro conservativo del contratto. Quando sono tornata, mio padre era davanti alla televisione accesa su un quiz. Non ha detto niente del tizio. Aveva solo le mani appoggiate ai braccioli e gli occhi fissi sullo schermo spento.

«Chiama tuo cugino Renato», ha detto a un tratto. «Forse lui mi può ospitare a Monza.»

È stato lì che ho visto il foglio. Era sulla credenza, sotto una tazzina da caffè. Un avviso di sfratto con un timbro blu. Accanto c'era l'iban del signor Gatti.

Allora ho fatto una cosa. Non ho urlato, non ho pianto, non ho sbattuto la porta. Ho preso il foglio, l'ho piegato in due, e l'ho messo nella tasca del giaccone. Poi ho preparato la cena. Pasta al pomodoro. Mio padre ha mangiato in silenzio, e la signora Antonia del secondo piano ha bussato per portarci due uova fresche, dicendo che il suo gallo quella mattina aveva cantato troppo presto.

Lunedì mattina, alle otto, sono andata in banca. Ho preso l'estratto conto di mio padre, l'ho messo sul tavolo del direttore insieme alla richiesta dell'avvocato. Ho bloccato il pagamento di qualsiasi rata, bollettino, domiciliazione, pensione. Poi, con i dati del signor Gatti davanti, ho fatto un bonifico unico.

Quattrocentomila euro. La cifra esatta che loro pensavano di aver già intascato con la casa.

Non era riscatto. Era solo l'anticipo di una causa civile più grande.

Lunedì pomeriggio, il signor Gatti si è presentato con un fabbro. Aveva il borsello gonfio, le chiavi nuove già in mano. Ha trovato la porta socchiusa. Dentro c'ero io, seduta al tavolo della cucina, con la copia del bonifico e la ricevuta della raccomandata.

«Buonasera, signor Gatti», ho detto, senza alzarmi. «Ho pagato la cifra che lei aveva pattuito con mio padre. Ora il contratto preliminare va risolto per inadempimento. Lei non ha rispettato i tempi. La casa è ancora nostra.»

Lui ha aperti la bocca. Il fabbro si è fermato con la punta del trapano contro la toppa. Il signor Gatti ha guardato il foglio, poi me, poi di nuovo il foglio.

«Ma…» ha balbettato. «Io non ho ricevuto nessuna comunicazione.»

«La ricevuta è qui. L'avvocato ha già depositato. Se vuole, l'aspetto domani in via Sparano per la prima udienza.»

Il fabbro si è morso il labbro. Il signor Gatti ha preso il foglio con due dita, come se scottasse. Poi è uscito, senza dire niente. Il fabbro lo ha seguito, rinfilando il trapano nella cassetta.

Io sono rimasta seduta. Sentivo il rumore dei passi scendere le scale, il cancelletto del balconcino sbattere, il motore di una macchina che partiva.

Mio padre era nella camera da letto. Quando ho aperto la porta, aveva in mano la vecchia fede di mamma. Non stava piangendo. Guardava la luce che entrava dalla persiana mezza rotta.

«Hai fatto un bonifico?»

«Sì.»

«Ti ho sempre detto che i soldi non si danno agli sconosciuti.»

«Non glieli ho dati. Li ho restituiti. E ora sono miei, perché la casa è salva.»

Lui ha rimesso la fede nel cassetto. Poi ha fatto una cosa che non faceva da undici anni. Si è avvicinato e mi ha appoggiato una mano sulla spalla, con una forza che non era affetto. Era come se volesse verificare che fossi vera.

«Vieni», ha detto. «C'è il caffè. E stamattina la signora Antonia mi ha dato un pezzo di torta alle mandorle. Lo mangiamo insieme.»

Sono andata in cucina. Lui ha acceso la moka. Il vapore si è alzato, e io per la prima volta in undici anni non ho sentito il bisogno di dire «ti richiamo io».

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