Connect with us

IT

Diciannove anni e un figlio da crescere da solo

Published

on

Mio padre aveva diciannove anni quando è rimasto solo con me. Diciannove anni: l'età in cui i suoi compagni di classe al liceo Volta di Bergamo compravano il primo scooter e sognavano l'università fuori sede, lui si è ritrovato con un neonato in braccio e nessuna madre nei paraggi.

Non la ricordo. Non ho una sola immagine di lei in testa, nemmeno sfocata. Se n'è andata quando avevo pochi mesi, e di quel periodo mi restano solo le cose che mio padre ha raccontato, sempre con la stessa frase: "Non importa, ci siamo arrangiati".

Mi chiamo Matteo. Sono nato con la sindrome di Down, in un ospedale di provincia dove, mi ha detto una volta mia nonna, il primario aveva usato parole poco gentili parlando con mio padre in corridoio. Lui aveva diciannove anni e ha risposto una cosa sola: "È mio figlio, mi dica solo cosa devo fare".

Ci siamo trasferiti da mio nonno, in un appartamento sopra un bar in centro a Bergamo Alta, quello vicino alla funicolare, dove ancora oggi la mattina si sente il profumo del cornetto caldo che sale su per le scale. Mio padre lavorava part-time in un'officina e passava il resto del tempo a imparare — non i libri di scuola, quelli li aveva già lasciati — a imparare a essere padre di un bambino che aveva bisogno di tempi diversi da tutti gli altri.

Mi portava a ogni visita alla Neuropsichiatria Infantile del Papa Giovanni XXIII. A ogni seduta di logopedia, il martedì pomeriggio, sempre lo stesso corridoio con la sedia scomoda dove aspettava un'ora leggendo la Gazzetta dello Sport senza leggerla davvero. Ha imparato con me come si pronuncia una parola difficile, come si tiene una matita, come non arrabbiarsi quando un esercizio va storto per la decima volta.

Mentre i suoi amici andavano in Sardegna d'estate, si fidanzavano, cambiavano lavoro per uno migliore, lui restava seduto accanto a me la sera, a ripetere lo stesso suono finché non veniva fuori giusto. Per gli altri sarebbe stata una sciocchezza. Per noi era una vittoria che valeva una settimana intera.

C'è un episodio che non ho mai raccontato a nessuno fuori di casa. Avevo otto anni, prima elementare ripetuta, e la maestra aveva convocato mio padre per dirgli che forse era meglio "un istituto specializzato", così, tra una fotocopia e l'altra, come se fosse un dettaglio organizzativo. Mio padre è uscito da quella scuola, mi ha preso per mano nel cortile — c'era un cane del vicinato che ci girava sempre intorno all'ora di uscita, un bastardino grigio che tutti chiamavano Birra — e mi ha detto solo: "Cambiamo scuola, tu resti con me". Non ne abbiamo più parlato.

Le prime parole che sono riuscito a dire per intero, la prima pagina che ho letto da solo ad alta voce, la prima volta che sono andato a comprare il pane da solo al panificio sotto casa e sono tornato con il resto contato giusto — per noi due erano imprese, non passi qualunque.

Oggi ho ventott'anni. Mio padre ne ha quarantasette e abbiamo ancora la stessa cucina, anche se ora è in un appartamento nostro, comprato dopo anni di sacrifici, non più sopra il bar ma vicino al parco della Trucca. Cuciniamo insieme il sabato — lui il ragù, io che mescolo perché quello, dice, "lo sai fare meglio di me". Ascoltiamo Vasco Rossi a volume troppo alto e i vicini bussano, e noi ridiamo.

Mi sveglio ogni mattina e sono grato che sia rimasto. Grato che la paura non l'abbia portato via. Grato che mi abbia scelto quando lui stesso non sapeva ancora niente della vita.

Qualche mese fa mio padre si è ammalato — niente di grave, un'operazione al ginocchio che lo ha tenuto fermo tre settimane — e per la prima volta i ruoli si sono invertiti. Sono stato io a portarlo alle visite di controllo al Papa Giovanni, io a sedermi su quella sedia scomoda del corridoio con il giornale in mano senza leggerlo, io a insegnargli la pazienza di aspettare che una gamba guarisca piano.

Il giorno in cui gli hanno tolto i punti, mentre tornavamo a casa in autobus, gli ho preso la mano — la stessa mano che mi teneva per il cortile della scuola vent'anni prima — e gli ho detto: "Ora tocca a me restare". Lui non ha risposto niente. Ha solo stretto la mia mano un po' più forte, fino a quando siamo scesi alla nostra fermata.

Click to comment

Leave a Reply

Ваша e-mail адреса не оприлюднюватиметься. Обов’язкові поля позначені *

три − один =

ВСІ ПРАВА НА МАТЕРІАЛИ РОЗМІЩЕНІ НА САЙТІ ІЗ ПОСИЛАННЯМ НА ЗОВНІШНІ ДЖЕРЕЛА НАЛЕЖАТЬ ЇХНІМ АВТОРАМ.