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Il vestito di nonno Corrado
Fino ai sei anni avevo una famiglia normale — mamma, papà, un appartamento a Torino, zona Barriera di Milano, con vista sul parcheggio e un alimentari al piano terra. Poi ci fu l'incidente sulla tangenziale, e io rimasi con nonno Corrado. Aveva sessantuno anni e una sartoria in corso Vercelli, uno di quei vecchi laboratori con la targa "Sartoria su misura" e la vetrina dove da anni erano esposti gli stessi tre abiti sui manichini.
Nonno mi crebbe da solo. Senza lamentarsi, senza prendersela col destino. Si svegliava alle cinque, cuciva fino a sera — orli, cerniere, aggiustature per i vicini in cambio di due euro — perché io avessi le stesse cose degli altri bambini a scuola. Scarpe nuove a settembre. La gita a Roma in terza media. Il telefono, quando in classe ce l'avevano già tutti e io avevo ancora quel vecchio Nokia a tastini.
Quando si avvicinava il ballo di fine anno, sapevo già che non avrei avuto un vestito firmato, uno di quelli che le mie compagne compravano per trecento euro nei negozi di via Roma. Mi ero fatta una ragione. Forse qualcosa su Vinted, forse me lo sarei fatto prestare da una cugina. Finché c'era nonno, mi sentivo comunque ricca.
Era un martedì, me lo ricordo perché in tv davano la replica di una fiction, nonno era seduto in poltrona con la camomilla e disse all'improvviso:
— Stellina, non ti preoccupare. Avrai il vestito più bello di tutta la sala.
Pensai che stesse metendo via dei soldi. Protestai subito:
— Nonno, non spendere quei soldi per me. Sarò contenta con qualunque cosa.
Non rispose altro, quella volta. Ma qualcosa cambiò. Ogni giorno tornava dalla sartoria e, invece di sedersi davanti alla tv, si chiudeva nella sua stanza. Per ore. Sentivo dalla porta la macchina da cucire, il brontolio basso della radio su qualche stazione d'altri tempi, ogni tanto il clic delle forbici. Non facevo domande. Pensavo prendesse qualche lavoretto extra.
Quattro settimane dopo mi chiamò per nome. Aprì l'armadio e tirò fuori qualcosa, tenendolo con cura, come si tiene una cosa viva.
Un vestito. Color bordeaux intenso, con un ricamo delicato sulla scollatura — rose fatte a mano, ago dopo ago, perché una macchina un disegno così non lo fa. Non riuscivo a credere di averlo tra le mani.
— Nonno… l'hai fatto tu? Da solo?
Annuì e sorrise come sapeva fare solo lui — con un angolo della bocca. In quel momento capii che quelle ore serali dietro la porta chiusa, quel ronzio della macchina fino a tardi — era questo. Lo stava facendo per me, di nascosto, per sorprendermi.
Lo abbracciai così forte che borbottò scherzando che gli avrei rotto le costole.
Cinque giorni dopo, nonno non c'era più. Infarto, di notte, nel sonno. La vicina del piano di sotto, la signora Pina, sentì un tonfo e fu lei a chiamare il 118 — ma l'ambulanza arrivò troppo tardi.
Per giorni non riuscii nemmeno a guardare il calendario con la data del ballo cerchiata in rosso. Come avrei potuto divertirmi, quando l'unica persona che voleva vedermi con quel vestito non l'avrebbe mai più vista?
Ma la domenica sera aprii l'armadio. Il vestito era lì dove l'aveva lasciato — stirato, su una grucce foderata di flanella, perché non lasciasse segni sul tessuto. Lo presi in mano e capii che sarei andata. Dovevo andare. Per lui.
La sala del ballo, in un albergo vicino alla stazione, era decorata in oro e bianco, il DJ metteva musica da classifica, le ragazze giravano con vestiti dalle etichette ancora profumate di negozio. Entrai pensando che tutti avrebbero notato quel lavoro, quei punti fatti nelle notti con mani già un po' tremanti.
Invece sentii un sussurro. Poi una risata.
— Ma seriamente se l'è messo?
— Sembra una tenda del salotto di sua nonna.
Fu Giada a iniziare, la stessa che per tre anni aveva fotografato le mie scarpe mettendole nelle storie con l'emoji che ride. Ero in mezzo alla sala, la gola mi si stringeva, e volevo solo una cosa — uscire prima di scoppiare a piangere davanti a tutti.
Mi girai verso la porta. E qualcuno mi prese la mano.
Marco. Il capitano della squadra di pallavolo, quello che conosceva tutta la scuola, quello davanti al quale persino i professori diventavano più gentili in corridoio. Mi guardò calmo e disse solo:
— Resta qui dieci minuti. Fidati di me.
Non capivo cosa volesse fare. Andò dritto dal DJ, gli disse qualcosa all'orecchio, prese il microfono. La musica si fermò. La sala rimase in quel silenzio imbarazzante in cui nessuno sa cosa sta succedendo, ma tutti sentono che sta succedendo qualcosa.
— Prima di continuare — iniziò Marco, guardando dritto Giada e il suo gruppetto — voglio dirvi una cosa sul vestito di Alice.
Sentii tutti gli occhi della sala puntarsi su di me. Volevo sprofondare nel pavimento.
— Questo vestito — continuò — l'ha fatto suo nonno. A mano. Di sera, dopo il lavoro nella sua sartoria in corso Vercelli, dove cuce da quarant'anni. L'ha finito cinque giorni prima di morire d'infarto. L'ultima cosa che ha fatto per qualcuno che amava è stato questo vestito. E voi ridete perché non ha l'etichetta di una marca.
Nella sala era così silenzio che sentivo il tintinnio del ghiaccio nei bicchieri sui tavoli.
Giada diventò rossa come un peperone, abbassò lo sguardo sul telefono per concentrarsi su qualcosa. Nessuno disse niente. La professoressa di turno, la signora Barbero, era ferma all'ingresso con la mano sulla bocca.
Marco mi passò il microfono, ma non volevo parlare. Disse allora al DJ di mettere una canzone che piaceva a nonno — una vecchia canzone di Lucio Battisti, quella che canticchiava a volte mentre cuciva, stonando tutte le note alte. E mi invitò a danzare. Al centro della sala, davanti a tutti quelli che poco prima ridevano.
Ballammo in modo impacciato, perché Marco sapeva giocare a pallavolo, non danzare, ma ormai non aveva più nessuna importanza. Con la coda dell'occhio vidi Giada uscire verso i bagni, e una delle sue amiche venirmi vicino più tardi a dire sottovoce "scusa", senza guardarmi negli occhi.
Una settimana dopo il ballo andai alla sartoria in corso Vercelli. Zia Rosanna, che mi aveva aiutato con le pratiche dopo il funerale, voleva vendere il locale — debiti d'affitto, documenti, tutto si accumulava. Avevo diciassette anni e nessun diritto su niente, ma andai con quel vestito nella borsa dal notaio da cui andava nonno, il dottor Ferraris, e gli chiesi cosa potevo fare perché quel posto non sparisse prima che diventassi maggiorenne.
Riuscì a far congelare la pratica fino al mio diciottesimo compleanno, per quattordici mesi, con una parcella simbolica — perché, disse, nonno gli aveva fatto una volta un abito per il matrimonio del figlio e non aveva mai voluto un euro in più del costo della stoffa.
Oggi ho ventuno anni, la sartoria in corso Vercelli è ancora lì, ci cucio dopo le lezioni all'università — poco, orli, aggiustature, a volte un vestito da sposa per qualcuno dei vecchi clienti di nonno che si ricorda ancora il suo nome sulla targa. Il vestito è nel mio armadio adesso, sulla stessa grucce foderata di flanella. Non in vendita, non da indossare. Semplicemente lì, dove l'ha lasciato lui.
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