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Il cognome che Romano non conosceva
Chiara Bellini stava ancora sanguinando quando Romano Ferretti entrò nella sua stanza alla clinica Villa San Raffaele di Monza con un'altra donna al braccio.
La ragazza che lo accompagnava indossava un tailleur color crema, décolleté con tacco dodici e un profumo che costava più dello stipendio di un'infermiera. Si chiamava Serena Lombardi. Guardò Chiara come si guarda un mobile da buttare.
Vicino al letto, tre culle trasparenti erano allineate sotto la luce della stanza. Tommaso, Edoardo e Nicolò dormivano, minuscoli, ignari della violenza che era appena entrata.
Chiara non chiudeva occhio da trentuno ore. Dal pranzo del giorno prima aveva mandato giù solo del brodo e due fette biscottate; il resto del vassoio era tornato in cucina intatto. Aveva il viso gonfio, i capelli incollati alle tempie, e ogni respiro tirava i punti del taglio cesareo. Nel corridoio arrivava odore di disinfettante e di caffè della macchinetta, mischiato a quello di latte artificiale scaldato in fretta.
Romano portava un gessato grigio su misura, le chiavi della sua Maserati Levante che tintinnavano quando le passava da una mano all'altra.
— Guarda com'è — disse Serena. — È anche peggio di come me l'avevi descritta.
Romano ridacchiò. Chiara serrò i pugni sotto le coperte, le nocche bianche contro la stoffa.
Senza chiedere come stessero i figli, lanciò una cartellina sul lenzuolo.
— Firma il divorzio.
Chiara lo fissò, certa di aver capito male.
— Qui? Adesso? Sono le sei del mattino, Romano.
— Cosa preferisci, un rinfresco al Principe di Savoia? Guardati. Nessuno vorrà una donna sfatta con tre bambini in braccio.
Serena si sistemò la borsa sul fianco.
— Romano ha bisogno di una donna che lo accompagni. Non di una madre che sembra già una vecchia.
Uno dei neonati gemette. Chiara tese la mano verso la culla. Romano non si voltò nemmeno.
Nella cartellina c'era la domanda di separazione, l'affidamento dei bambini e un atto con cui Chiara rinunciava a ogni bene della coppia. In fondo, già compilato, un importo di mantenimento di trecento euro al mese per tre figli.
— Trecento euro. In tre.
— È quello che passo. Non un centesimo di più.
— Vuoi anche l'appartamento di via Lecco?
— Non è più tuo. È di Serena da ieri.
Chiara smise di piangere.
Romano scambiò il suo silenzio per resa.
— Non hai un lavoro, non hai un euro, e adesso tre lattanti. I miei avvocati ti stritoleranno. Smettila di fare scene e firma.
Chiara prese la penna. Le tremava la mano. Serena incrociò le braccia, soddisfatta. Romano si avvicinò, sicuro che avrebbe ceduto.
Poi Chiara posò la penna di traverso sulla cartellina, senza firmare.
— No.
La faccia di Romano si chiuse.
— Non fare la principessa. Non sei in posizione di trattare.
— Te l'hanno detto i tuoi avvocati?
Le sussurrò un insulto, prese Serena per la vita e uscì promettendo di tornare quando avrebbe "ritrovato il senno".
Appena la porta si chiuse, Chiara prese il telefono e chiamò Marta Covelli.
Erano state compagne di università a Bocconi, vent'anni prima. Marta ora faceva l'avvocato civilista a Monza, e per sei anni — ogni Natale, ogni compleanno — era stata l'unica a chiedere a Chiara, con gli occhi, se andava davvero tutto bene con quel marito.
— Marta, sono Chiara. Mi serve il tuo aiuto. Ha portato le carte del divorzio qui, in clinica, davanti ai bambini.
— Hai firmato qualcosa?
— No.
— Bene. Non firmare niente finché non arrivo io. Resisti ancora qualche ora.
Chiara posò il telefono e, per la prima volta da quando era entrata in sala parto, si addormentò per quarantacinque minuti, con una mano ancora appoggiata al bordo della culla di Tommaso.
Romano credeva di aver scaricato una donna senza niente in mano. Non sapeva che Chiara, prima di sposarlo, aveva lavorato cinque anni come perito contabile in un piccolo studio di Monza, e che l'appartamento di via Lecco era stato comprato con un mutuo cointestato, la cui metà delle rate Chiara aveva sempre pagato di tasca propria, con lo stipendio che aveva continuato a percepire part-time anche dopo il primo parto.
Marta arrivò in clinica il giorno dopo con un faldone sotto il braccio. Si sedette sulla sedia di plastica accanto al letto e tirò fuori le fotocopie dei bonifici: sessanta mesi di versamenti dal conto di Chiara verso quello cointestato per il mutuo di via Lecco.
— Questo è tuo, Chiara. Metà di quella casa l'hai pagata tu, euro su euro. Nessun atto firmato sotto pressione in corsia può cancellarlo.
— E l'atto che ha lasciato qui? Quello che dice che rinuncio a tutto?
— Non l'hai firmato. E anche se l'avessi firmato, un atto di disposizione patrimoniale firmato tre ore dopo un parto cesareo, sotto dettatura e senza che tu l'abbia letto con un legale, un giudice lo spazza via in cinque minuti.
Marta chiamò il notaio che aveva seguito l'acquisto dell'appartamento nel duemiladiciotto e si fece mandare la visura storica: la proprietà era cointestata al cinquanta per cento, e nessun passaggio successivo risultava registrato. Il "regalo" fatto a Serena esisteva solo nelle parole di Romano.
Passarono dodici giorni. Chiara tornò a casa dai suoi genitori a Seregno con i tre gemelli, dormendo a turno con la madre per allattare ogni tre ore. Marta, nel frattempo, depositò il ricorso per la separazione giudiziale, chiedendo l'affidamento esclusivo dei bambini e un mantenimento calcolato non sui trecento euro offerti da Romano, ma sulla busta paga reale che lui percepiva come direttore commerciale: tremilaseicento euro netti al mese, più i bonus trimestrali che per anni aveva fatto accreditare su un conto separato a nome della madre.
Romano si presentò all'udienza con un avvocato pagato a ore e la faccia di chi non si aspettava resistenza. Quando il giudice gli lesse l'elenco dei bonifici del mutuo intestati a Chiara, si passò una mano sul colletto della camicia come se gli stringesse il collo, e non disse una parola per il resto dell'udienza.
Serena non si presentò. Aveva lasciato il lavoro in banca un mese prima, convinta di trasferirsi nell'appartamento di via Lecco appena firmate le carte. Quando Marta le fece notificare, tramite l'avvocato di Romano, che quella casa era e restava per metà di Chiara, rispose con un messaggio di tre righe indirizzato a Romano, che lui mostrò per errore all'avvocato: *Mi hai fatto lasciare il posto per una casa che non era nemmeno tua. Non chiamarmi più.*
Il giudice fissò il mantenimento a mille duecento euro al mese per i tre figli, assegnò la casa di via Lecco a Chiara con diritto di abitazione, e stabilì l'affidamento esclusivo in attesa della sentenza definitiva.
Quattro mesi dopo il parto, Chiara tornò a vivere in via Lecco con Tommaso, Edoardo e Nicolò. Il fabbro arrivò un martedì mattina, cambiò la serratura e le lasciò due copie della nuova chiave ancora calde di lima. Chiara ne mise una nel portachiavi con il ciuccio di scorta di Nicolò, richiuse la porta, e per la prima volta da mesi si versò un caffè senza che qualcuno dall'altra stanza le dicesse di sbrigarsi.
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