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Storie di vita

Diciannove giorni su una grondaia: il gatto che il sagrestano voleva cacciare

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A chi ha deciso che Minù non potesse più restare nel cortile della parrocchia di San Donnino, a Carpi, vorrei raccontare una cosa che qui, in quartiere, sanno già tutti.

Minù è un soriano smilzo, un orecchio spezzato da una vecchia zuffa, comparso tre anni fa dietro i cassonetti di via Peruzzi. Nessuno gli ha mai dato un nome all'anagrafe del Comune, ma tutti quelli che passano davanti all'oratorio lo chiamano così da sempre.

Il sagrestano, Gino Bersani, sessantadue anni, lo sopportava a fatica. Diceva che sporcava i gradini, che spaventava qualche mamma con il passeggino, che una parrocchia non è un rifugio per randagi. Lo ripeteva da mesi, ogni volta che qualcuna delle volontarie gli posava davanti alla sacrestia una ciotola di crocchette.

Poi, un martedì di settembre, Minù è salito sulla grondaia del campanile per scappare da un cane lasciato libero da un fedele distratto. E lì è rimasto incastrato. Diciannove giorni.

Non per capriccio, non per sfida a Bersani. È rimasto bloccato su quella sporgenza di lamiera e cornicione, a otto metri da terra, senza più trovare il modo di scendere, mentre sotto di lui continuava a scorrere la vita del cortile che conosceva a memoria: i bambini del catechismo che uscivano urlando il giovedì pomeriggio, le signore che stendevano i tovaglioli per il mercatino della parrocchia, Bersani stesso che attraversava il piazzale con le chiavi in mano.

Ogni mattina qualcuno alzava gli occhi verso il campanile per controllare se era ancora lì. La prima a notarlo è stata Assunta Ferretti, ottantuno anni, che da trent'anni abita nella casa di fronte alla chiesa e gli porta avanzi di pollo da quando aveva una gamba sola, quella zuffa che gli aveva deformato l'orecchio. Poi le maestre dell'asilo accanto, che lo lasciavano salire sul muretto durante la ricreazione. Poi don Walter, il parroco, che fingeva di non vedere le ciotole ma non le ha mai fatte togliere.

Minù non era un gatto qualunque del quartiere. Era diventato una presenza di cui la gente si era abituata a tenere conto, come il campanile che suona alle sette, come il bar di fronte che chiude il lunedì. I bambini lo salutavano uscendo da scuola. Gli anziani del circolo bocce gli lasciavano un piattino d'acqua all'ombra. Le volontarie della Caritas che passavano il giovedì gli tenevano da parte qualcosa.

Eppure, lassù, sembrava si fosse convinto di essere diventato un fastidio, uno di troppo. Smetteva di muoversi quando vedeva arrivare Bersani con la scopa, come se avesse capito che era lui, tra tutti, a non volerlo più.

Il diciannovesimo giorno, è arrivato il distaccamento dei vigili del fuoco di Carpi con l'autoscala, chiamato dopo che una petizione firmata da quarantatré famiglie del quartiere era arrivata in curia, non in Comune — perché la curia, in questo caso, aveva voce in capitolo sulla sorte di un gatto più del Comune stesso. Quando il pompiere gli si è avvicinato sulla grondaia, Minù non ha reagito con rabbia né con paura. Si è lasciato prendere piano, come se aspettasse solo un gesto gentile per credere che fosse ancora permesso fidarsi.

È sceso tremante, con due costole incrinate e sei etti in meno rispetto a quando era salito. Il veterinario della clinica di via Giovanni XXIII l'ha tenuto tre giorni in osservazione, a spese della colletta raccolta dalle volontarie: centoventi euro, bastati e avanzati.

Quando Bersani è andato a chiedere com'era andata, don Walter gli ha messo in mano la cartella clinica e gli ha detto solo una cosa: che la ciotola davanti alla sacrestia sarebbe rimasta dove stava, punto, e che se voleva discuterne poteva farlo con le quarantatré famiglie che avevano firmato.

Oggi Minù vive tranquillo nel cortile dell'asilo accanto alla chiesa, dove ha ritrovato le voci, i volti e le attenzioni che aveva sempre conosciuto. Assunta Ferretti continua a portargli gli avanzi di pollo ogni mattina alle nove, e Bersani, ora, quando lo vede attraversare il piazzale, si limita a scansarsi.

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