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Il valigione di Renzo davanti alla porta di via Tiepolo

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Il trolley grigio di Renzo cigolava sulle rotelle mentre lo tirava fuori dall'armadio: quel suono, in fondo, le piaceva già.

A cinquantotto anni Carla Bonetti aveva imparato una cosa semplice: tornare a casa e trovare i piatti asciutti nello scolapiatti, esattamente come li aveva lasciati, non era solitudine, era pace. Dopo il divorzio da Sandro, dodici anni prima, aveva passato i primi mesi ad aspettarsi il vuoto, lo spazio accanto nel letto che avrebbe dovuto pesare. Invece quel vuoto si era trasformato in una specie di comodità che lei non si aspettava.

Viveva a Bergamo, in un appartamento al terzo piano di via Tiepolo, vicino a Porta Nuova. Lavorava come responsabile amministrativa in uno studio notarile del centro, un lavoro che la teneva in piedi fino alle sette, a volte alle otto di sera. Tornava a casa stanca, ma la cucina era sempre come l'aveva lasciata. Se la sera prima lavava i piatti, al mattino li trovava asciutti nello scolapiatti. Se comprava dal panettiere sotto casa una fetta di torta di mele da tre euro, la trovava intatta in frigo il giorno dopo. Nessuno le chiedeva perché la cena non fosse pronta. Nessuno spostava il telecomando, nessuno lasciava i calzini vicino al divano.

Aveva frequentato qualche uomo, in quegli anni. Cene, qualche weekend, un paio di storie che non erano andate da nessuna parte. C'era chi parlava solo di sé per due ore di fila, chi cercava apertamente una donna che gli rifacesse il letto e gli stirasse le camicie, chi era gentile ma non le muoveva niente dentro. Poi, un anno fa, aveva conosciuto Renzo Albini al matrimonio di una collega.

Renzo aveva sessantuno anni, era in pensione da un'azienda di impianti elettrici, vestiva sempre curato, con la giacca giusta anche per un aperitivo. Arrivava puntuale agli appuntamenti, portava sempre un mazzo di fiori, sapeva tenere una conversazione senza annoiare. Diceva di apprezzare l'ordine, la tranquillità, il rispetto reciproco. A Carla sembrava, dopo tanto tempo, di aver trovato qualcuno con cui provare qualcosa di più di qualche cena.

Dopo sei mesi Renzo le propose di andare a vivere insieme, almeno per un periodo di prova, nell'appartamento di lei. "Così capiamo se siamo fatti per starci davvero," le disse una sera, mentre sparecchiavano al ristorante Da Vittorio in centro. Carla ci pensò per settimane. Quell'appartamento era il suo rifugio, la sua cosa, il posto dove ogni oggetto era al suo posto perché lo aveva deciso lei. Ma alla fine disse di sì.

Le prime due settimane furono quasi come se le avessero raccontato una vita diversa. Il caffè la mattina insieme, i film la sera sul divano, Renzo che la abbracciava in cucina dicendole che non si sentiva così a casa da anni. Carla pensò, per un attimo, di aver avuto torto a tenere tutti fuori per così tanto tempo.

Poi cominciarono le tazzine. Una sul comodino, una sul tavolo del salotto, una terza sul davanzale della finestra in camera. I calzini accanto al divano. I piatti sporchi lasciati nel lavello fino al giorno dopo. All'inizio Carla sistemava senza dire niente, pensando che Renzo si sarebbe abituato, che bastava tempo.

Ma dopo due settimane l'appartamento non le sembrava più suo. Lei usciva alle otto e tornava, nei giorni pesanti, verso le nove di sera, con le gambe che non la sostenevano più. E trovava la cucina piena di piatti sporchi, la pentola vuota sui fuochi, e nel frigo niente di pronto, perché quello che aveva preparato il giorno prima Renzo lo aveva finito senza lasciarle nemmeno una porzione.

La prima volta che gli chiese, con calma, di dividersi un po' le faccende, lui si offese. Disse che era stanco anche lui, che tutto il giorno in giro a fare commissioni lo sfiniva. Quando gli chiese almeno di lavare i piatti dopo i pasti, sospirò come se gli avesse chiesto di ristrutturare casa. Quando gli propose di fare lui la spesa, la chiamò al lavoro per dettarle cosa comprare al ritorno. I soldi per la spesa non li metteva mai. Mangiava, viveva lì, usava tutto, ma a quanto pareva mantenere in piedi quella convivenza era un compito che spettava solo a lei.

Una sera di fine settembre, dopo una giornata particolarmente pesante allo studio – una causa civile da chiudere, due telefonate con un cliente furioso – Carla tornò a casa sognando solo la minestra di verdure che aveva lasciato in frigo la mattina. Aprì lo sportello e trovò la pentola vuota, lavata appena, appoggiata a scolare. Renzo era sdraiato sul divano, davanti alla televisione.

Gli chiese se avesse pensato che anche lei, dopo il lavoro, avrebbe voluto mangiare qualcosa. Lui non si voltò nemmeno verso di lei. "Era buona la minestra," disse. "Se vuoi, ti fai qualcosa anche tu."

Fu in quel momento che qualcosa in Carla si chiuse come una cerniera. Non era più la ragazza che doveva dimostrare di essere una buona padrona di casa. Non era la moglie che temeva il giudizio dei vicini. Non era la donna disposta a servire un uomo solo per avere "una presenza maschile" tra le mura di casa.

Gli chiese di parlare, seduti al tavolo della cucina, senza televisione di mezzo. Gli disse che se vivevano insieme, i doveri dovevano essere condivisi. Che lei non era la cuoca, non era la donna delle pulizie, non era la gestione di un bed and breakfast. Che in casa sua nessuno avrebbe più vissuto da padrone lasciando dietro di sé disordine.

Renzo si infuriò. Disse che esagerava, che chiedeva troppo, che altre donne sarebbero state contente solo ad avere un uomo vicino, punto. Poi disse la frase che chiuse ogni dubbio: "Questa è casa tua, quindi è giusto che ci pensi tu. Io qui sono tuo ospite. E un ospite va trattato bene."

Carla lo guardò per qualche secondo e scoppiò quasi a ridere. Non perché fosse divertente, ma perché l'alternativa era mettersi a urlare, e non ne aveva voglia.

Si alzò, andò in camera, tirò fuori dall'armadio il trolley di Renzo – un Samsonite grigio con le rotelle che cigolavano – e cominciò a riporci dentro le sue cose: le camicie stirate, il rasoio dal bagno, le ciabatte da casa lasciate sotto il letto, il caricabatterie del telefono. Lo portò all'ingresso e lo appoggiò vicino alla porta.

Renzo si alzò di scatto dal divano. "Cosa stai facendo?"

"L'hotel chiude," rispose lei, senza alzare la voce.

Lui provò ancora a discutere, disse che era impulsiva, che se ne sarebbe pentita, che a una certa età una donna non dovrebbe permettersi di buttare via un uomo così. Carla non rispose a niente di tutto questo. Andò alla porta, la aprì, e gli chiese di uscire.

Lui restò sul pianerottolo per un minuto buono, con il trolley accanto, borbottando qualcosa su quanto fosse ingrata. Lei chiuse la porta senza aspettare la fine della frase. Il rumore delle rotelle si allontanò verso l'ascensore, poi arrivò il clic dell'ascensore che si apriva, e poi niente.

Così finì, dopo tre settimane esatte, la loro convivenza.

Carla lavò i piatti rimasti nel lavello, uno per uno, finché lo scolapiatti non fu di nuovo vuoto e asciutto. Aprì la finestra della cucina per far entrare aria fresca, si preparò una camomilla e si sedette al tavolo, da sola.

Il giorno dopo, in pausa pranzo, andò dal suo notaio – lo stesso studio dove lavorava, bastò attraversare il corridoio – e si fece confermare una cosa che già sapeva ma voleva sentire detta chiaramente: l'appartamento di via Tiepolo era suo, comprato con un mutuo che aveva finito di pagare da sola quattro anni prima, nessuna comunione, nessun diritto di Renzo su nulla. Tornò alla sua scrivania e cambiò la password del wifi di casa, quella che lui conosceva a memoria.

Renzo provò a chiamarla due volte nei giorni seguenti. La prima volta lei non rispose. La seconda rispose, lo ascoltò dire che forse erano stati un po' troppo frettolosi, che potevano riprovare con calma, magari con "regole più chiare". Carla gli disse soltanto che le regole chiare le aveva già, e che valevano per lei sola in quella casa. Poi chiuse la chiamata e bloccò il numero.

Quella sera mise la tazzina pulita nella credenza, al suo posto esatto, e lo scolapiatti rimase vuoto fino al mattino dopo.

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