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Il bambino che ha chiesto a Evelina di ballare
La sala del Teatro Sociale di Como era piena fino all'ultima fila. Era la serata di gala della Fondazione Speranza, quella che ogni anno a fine ottobre raccoglie fondi per la riabilitazione neurologica dei bambini del lago. Lampadari veri, non a LED. Un'orchestra da dodici elementi che suonava piano, come se avesse paura di disturbare le conversazioni. Camerieri con i guanti bianchi che portavano vassoi di risotto al branzino.
Evelina Conti sedeva al tavolo numero tre, vicino alla pista. Sessantuno anni, i capelli grigi raccolti con un fermaglio d'argento che era stato di sua madre. Da otto anni era in carrozzina, da quando un incidente sulla statale per Bellagio le aveva spezzato la colonna all'altezza della quarta vertebra lombare. Prima dirigeva un reparto di cardiologia all'ospedale Sant'Anna. Adesso dirigeva, nei giorni buoni, le proprie mani sul bracciolo.
La gente le sorrideva da lontano. Le stringeva la mano con quella delicatezza che si usa con le cose fragili, poi tornava a parlare d'altro. Nessuno la invitava mai a ballare. Non per crudeltà — per imbarazzo. Come se chiederle di stare in pista fosse un errore di tatto, qualcosa che non si fa.
Suo marito Dario, seduto accanto a lei con il bicchiere di Franciacorta in mano, controllava il telefono ogni tre minuti. Da un anno, da quando aveva cominciato a parlare di "ricominciare altrove", Evelina sapeva che la distanza tra loro non si misurava più in centimetri di tavolo.
Poi le porte del salone si sono aperte in silenzio.
Un bambino è entrato, forse sette anni, una camicia a quadri troppo grande per lui e le scarpe da ginnastica consumate sulla punta. Nessun adulto lo accompagnava, almeno non visibilmente. Ha attraversato la sala senza guardare nessuno dei camerieri, senza fermarsi davanti ai tavoli degli sponsor. È arrivato dritto da Evelina.
Si è fermato davanti alla carrozzina, ha tirato fuori la mano destra, piccola, con un cerotto sul pollice.
"Vuole ballare con me?"
Qualcuno al tavolo vicino ha riso, un riso nervoso, quello che si fa quando non si sa cosa dire. Una signora con un abito verde smeraldo si è sporta verso il bambino, pensando di aiutarlo a capire.
"Tesoro, lei non può ballare, vedi la carrozzina?"
Il bambino non si è scomposto. L'ha guardata, poi ha guardato di nuovo Evelina.
"Io penso che può."
Il direttore dell'orchestra ha abbassato la bacchetta di qualche centimetro, come per ascoltare meglio. Il salone si è fatto silenzioso, quel tipo di silenzio che pesa.
Evelina sentiva le dita tremare sul bracciolo. Da otto anni nessuno le chiedeva una cosa così semplice e così impossibile insieme. Ha guardato la mano del bambino, poi gli occhi di suo marito, fissi su di lei senza il telefono in mezzo per la prima volta quella sera.
Ha preso la mano del bambino.
Lui non ha tirato. Ha fatto un passo di lato, poi ha cominciato a spingere la carrozzina verso il centro della pista, con una forza inaspettata per le sue braccia sottili. L'orchestra ha ripreso, piano, un valzer lento. Il bambino ha cominciato a muoversi in cerchio attorno alla carrozzina, tenendo la mano di Evelina alzata come fanno i danzatori, girando lui al posto delle gambe che a lei non rispondevano più.
Qualcuno ha cominciato a battere le mani a tempo. Poi un'altra coppia si è alzata e si è messa a girare vicino a loro, lasciando apposta lo spazio alla carrozzina come centro della pista. In pochi minuti il salone intero era in piedi, non per guardare, ma per applaudire a tempo di valzer, mentre un bambino di sette anni faceva ballare una donna che non camminava da otto anni.
Alla fine del pezzo, quando l'orchestra si è fermata, il bambino ha fatto un piccolo inchino, come gli avevano insegnato a scuola per la recita di Natale. Evelina gli ha chiesto il nome.
"Tommaso," ha detto lui. "Mia nonna dice che Dio ha sempre l'ultima parola."
Una donna in fondo alla sala si è fatta avanti, visibilmente in lacrime: era la madre di Tommaso, volontaria della fondazione, arrivata in ritardo per cercare il figlio che le era scappato dal tavolo del catering.
Quella notte, tornata a casa nella villetta di Cernobbio, Evelina non ha dormito. Ha aperto il cassetto dello studio dove Dario teneva le cartelle del notaio — quelle che da settimane evitava di farle vedere, con la scusa di "non caricarla di pensieri". Dentro c'era la proposta di separazione dei beni che lui aveva già portato a firmare al notaio di Como, con la sua villetta valutata trecentoquarantamila euro intestata a metà nonostante fosse stata comprata con l'eredità di sua madre, prima dell'incidente, prima di lui.
Il mattino dopo ha chiamato l'avvocata Marina Ferretti, quella che le aveva seguito la causa civile contro l'assicurazione otto anni prima. Non ha urlato, non ha pianto davanti a Dario. Ha semplicemente portato lei stessa le carte dal notaio, ha fatto annullare la proposta che lui aveva presentato a sua insaputa, e ha intestato la villetta solo a proprio nome, con l'atto che ora sta nella cartellina blu sul tavolo della cucina.
Dario è tornato dal notaio tre giorni dopo, convinto di dover solo firmare. Si è trovato davanti l'atto già registrato, con la sua firma non più richiesta. È rimasto fermo nell'ingresso dello studio notarile, la cartella vuota appesa a un dito, mentre il notaio gli ripeteva che la pratica era già conclusa e non c'era niente da aggiungere.
Evelina tiene ancora, nella tasca interna del portafoglio, un biglietto scritto a penna da un bambino di sette anni: "Grazie per aver ballato con me — Tommaso". Quella sera, prima di spegnere la luce in cucina, lo ha rimesso al suo posto, tra la carta d'identità e la tessera dell'ospedale Sant'Anna, e ha richiuso il cassetto della cartellina blu.
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