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Il mulo che ricordava la strada

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A Castelnuovo dell'Abate, tra le colline senesi dove d'inverno la nebbia sale dal fiume Orcia e resta appesa ai cipressi fino a mezzogiorno, viveva un contadino di nome Ernesto Bracci. Aveva un mulo, Baldo, arrivato nella sua stalla che era poco più di un puledro, e da allora — erano passati ventidue anni — non c'era stagione di vendemmia o di raccolta delle olive in cui Baldo non avesse tirato il carretto tra i filari, quello vecchio con le sponde di legno rattoppate che era stato già di suo padre.

Ernesto gli voleva bene a modo suo, quello di un uomo che non regala complimenti gratis. Alla fine di ogni giornata gli dava una manciata di crusca in più e diceva: "Bravo, Baldo. Senza di te qui non si mangerebbe." Il mulo non capiva le parole, ma riconosceva il tono, e quello gli bastava per rimettersi al lavoro la mattina dopo senza fiatare.

Gli anni, però, non fanno sconti a nessuno, nemmeno ai muli. Le zampe di Baldo cominciarono a tremare sulle salite ripide verso il vigneto, la schiena gli doleva sotto il basto anche quando il carico era leggero. Una mattina di ottobre, scendendo verso la cantina, inciampò su una pietra smossa dalla pioggia e rovesciò due casse di uva per terra, un centinaio di chili sparsi tra il fango e la ghiaia. Ernesto guardò il disastro, poi guardò lui, e disse solo: "Ti stai facendo vecchio, Baldo. Non sei più quello di prima."

Due settimane dopo, alla fiera del bestiame di Montalcino, comprò una giovane mula per milleduecento euro, cifra che dovette in parte farsi prestare dal cognato. Si chiamava già Furia, e il nome le stava tutto: veloce, robusta, capace di tirare il carretto carico fino all'orlo senza fermarsi neanche sul tratto più ripido. Prese in mano — anzi, in zoccolo — tutto il lavoro che era stato di Baldo. Ernesto la strigliava con cura ogni sera, le portava il fieno migliore, la chiamava "la mia campionessa" davanti ai vicini.

Baldo restò in un angolo del cortile, quello vicino al pozzo, dove il muschio non asciuga mai del tutto. Nessuno lo maltrattava — questo va detto — ma la razione di fieno si faceva sempre più magra, mezza mangiatoia invece di una piena, e nessuno gli passava più una mano sul dorso senza fretta. C'era una gatta tigrata, quella della casa, che ogni tanto veniva a strusciarsi contro le sue zampe posteriori, forse l'unica che ancora gli si avvicinava per il gusto di farlo e non per dovere. Baldo restava lì, immobile per ore, a guardare Furia che usciva col carretto pieno, le orecchie basse, il muso rivolto verso il muro della stalla più che verso il cortile.

Poi venne l'inverno, e con l'inverno venne la tramontana che a Castelnuovo dell'Abate sa essere spietata. Una notte di gennaio il vento strappò via metà delle tegole del fienile e la neve, rara da quelle parti ma non impossibile, cominciò a coprire i sentieri. Furia, spaventata da un boato — forse un ramo di quercia spezzato dal gelo — sfondò lo steccato e sparì nel buio. Ernesto la cercò con la torcia fino all'una di notte, chiamandola lungo il muro a secco, poi rinunciò: l'avrebbe cercata meglio all'alba, con la luce.

La mattina dopo, alle sette, con la strada per Montalcino sepolta sotto venti centimetri di neve e i cartelli stradali ridotti a macchie bianche indistinguibili, Ernesto doveva assolutamente arrivare in farmacia: sua moglie aveva la febbre alta da tre giorni, l'Augmentin prescritto dal dottor Salvini era finito, e in farmacia dissero al telefono che sarebbe costato diciotto euro e novanta ma che senza ricetta aggiornata non potevano tenerlo da parte. Senza un animale che conoscesse ogni curva di quella mulattiera, restare bloccati significava aspettare chissà quanto lo spazzaneve del Comune, che in quelle borgate arrivava sempre per ultimo.

Di Furia, quel giorno, non trovò traccia: solo orme che si perdevano dopo il secondo tornante, coperte già dalla neve nuova. Si voltò, disperato, e vide Baldo, fermo sotto la neve, quieto come se avesse aspettato tutta la notte proprio quel momento. Ernesto gli si avvicinò e restò un attimo con la mano a mezz'aria prima di posarla sul collo dell'animale. Non riusciva a guardarlo dritto negli occhi; fissava piuttosto il basto appeso al chiodo, ancora coperto di polvere. "Tu la strada la conosci ancora," disse piano, con la voce che gli si incrinava a metà frase. "L'hai sempre saputa."

Baldo alzò la testa e si mise in cammino, un passo dopo l'altro, saggiando il terreno prima di appoggiare lo zoccolo, evitando fossi che la neve aveva cancellato ma che la sua memoria ricordava riga per riga: la curva dopo il crocifisso di ferro, il fosso vicino alla vecchia fornace, il tratto in salita dove il terreno cedeva sempre un po' a destra. Le articolazioni gli dolevano, il fiato si faceva corto e usciva in nuvole dense, ma non si fermò.

Arrivarono a Montalcino alle undici e mezza. Il farmacista, un uomo di nome Dario Pini che Ernesto conosceva da trent'anni, gli allungò la scatola dell'antibiotico e un termometro nuovo, dodici euro, e non volle sentir parlare di ricetta vista la neve. Uscendo, Ernesto si fermò dal fruttivendolo sotto la Fortezza e comprò, quasi senza pensarci, un sacchetto di mele per un euro e cinquanta. Le diede a Baldo una alla volta, tenendole sul palmo aperto finché il mulo non gliele portò via con le labbra.

Tornarono a casa che il cielo era già viola sopra i cipressi. Baldo non tornò a tirare i carichi pesanti. Ma ogni inverno, quando la neve copriva i sentieri, era lui ad aprire la strada. Ernesto tornò a portargli personalmente il fieno migliore, ogni sera, restando appoggiato alla mangiatoia più a lungo di quanto servisse, e a passargli la mano sulla schiena senza dire niente, o dicendo appena: "Vecchio mio."

Di Furia si seppe qualcosa solo a marzo: un pastore di Sant'Angelo in Colle la trovò che pascolava tranquilla in un recinto abbandonato, dimagrita ma viva, e la riportò indietro con un mulo suo in cambio di una damigiana d'olio. Ernesto la rimise al lavoro nei campi bassi, quelli senza salite, e per il vigneto e le olive continuò a usare Baldo, andando piano, fermandosi ogni tanto a farlo riposare all'ombra di un cipresso.

In un pomeriggio di marzo in cui il disgelo aveva già liberato i campi, Ernesto prese carta e penna e scrisse una lettera al notaio di Montalcino: chiedeva di intestare a nome del figlio Tommaso, ma con vincolo di mantenimento per Baldo scritto nero su bianco, mezzo ettaro di prato dietro la stalla — quello dove cresce l'erba più tenera. Portò lui stesso la busta all'ufficio, la depositò sul bancone, e tornando a casa si fermò a controllare che nel secchio di Baldo ci fosse ancora acqua pulita.

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