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Il segreto nella borsa della nonna
Rosa Bellandi aveva ottantatré anni e una borsetta di pelle marrone che non lasciava mai, nemmeno per andare in bagno durante la visita del nipote. Viveva a Lucca, in un appartamento al secondo piano di via del Fosso, quello con le persiane verdi sempre socchiuse e il geranio sul balcone che sua nuora Carla le aveva regalato tre inverni prima e che, contro ogni previsione, era ancora vivo.
Carla, quarantun anni, lavorava alla Conad di piazza Anfiteatro come responsabile del reparto ortofrutta. Aveva sposato Marco, il figlio di Rosa, dodici anni prima, e da sei la vecchia viveva con loro dopo che una caduta in cucina le aveva reso pericoloso stare da sola. L'accordo era semplice: Rosa contribuiva con seicento euro al mese della sua pensione, Carla si occupava della spesa, delle medicine, degli appuntamenti dal dottor Fanucci.
Quella domenica di marzo, Carla era tornata a casa con due arance di Sicilia comprate al mercato di via dei Bacchettoni — le ultime buone della stagione, le aveva scelte una a una controllando che non fossero ammaccate. Ne aveva messa una nel piatto di Rosa e una nel proprio, poi era andata a stendere il bucato sul terrazzino condiviso, quello da cui si sentiva sempre la radio del vicino di sotto sintonizzata su Radio Toscana Classifica.
Quando era rientrata, il piatto di Rosa era vuoto. L'arancia era sparita.
Carla non aveva detto niente subito. Aveva solo notato, con la coda dell'occhio, che la borsetta di pelle marrone era appoggiata sul bracciolo della poltrona, socchiusa, e che dentro c'era qualcosa di arancione. Aveva pensato: se l'è presa e nascosta, come fa sempre col pane raffermo che non vuole buttare.
Il giorno dopo era sparita anche la seconda arancia — quella di Carla, lasciata mezza sbucciata sul tavolo mentre rispondeva al telefono a Marco che chiamava dal turno di notte all'ospedale San Luca.
Fu lì che Carla sentì qualcosa stringersi in petto. Non rabbia, esattamente. Più uno smarrimento sottile, la sensazione di non riconoscere più la donna con cui divideva la cucina da sei anni. Pensò alle voci che girano nei palazzi vecchi, alle storie di anziani che accumulano cibo di nascosto per paura, per un vuoto che nessuna pensione riempie. Si chiese se Rosa, in fondo, la considerasse un'estranea in casa propria, qualcuno da cui va difeso anche un frutto.
Quella sera Carla decise di non dire niente a tavola. Ma mentre rigovernava, la borsetta era di nuovo lì, sul bracciolo, e questa volta era aperta per metà. Dentro, tra il portafoglio consumato e un pacchetto di fazzoletti, c'erano due bucce d'arancia arrotolate con cura, come se qualcuno avesse cercato di farle stare nel minor spazio possibile.
Carla si fermò con lo strofinaccio in mano. Il televisore in salotto trasmetteva il telegiornale regionale, il volume basso perché Rosa ci sentiva poco e non voleva ammetterlo. Sul balcone il geranio tremava per il vento che saliva dal Fosso.
Fu allora che sentì la voce di Rosa alle sue spalle, più flebile del solito.
«Le tengo per il dottor Fanucci» disse la vecchia, senza che nessuno le avesse chiesto niente. «Ha detto che con la buccia essiccata e un po' di miele mi passa il bruciore in gola la sera. Non volevo dirlo a Marco, si preoccupa sempre per ogni cosa.»
Carla restò con lo strofinaccio a mezz'aria. Non era la spiegazione che si aspettava, e per un attimo non seppe cosa rispondere.
«E l'arancia, mamma? L'avete mangiata voi tutte e due le mattine?»
Rosa abbassò gli occhi verso la borsetta, come vergognandosi di qualcosa di più piccolo di quanto Carla immaginasse.
«La prima l'ho mangiata io, sì. Mi piaceva. La seconda l'ho presa perché tu eri al telefono con Marco e ho pensato — scusa, forse ho fatto male — ho pensato che se aspettavo si seccava sul tavolo, e allora l'ho sbucciata anch'io. Ma la buccia l'ho tenuta lo stesso, per il dottore.»
Carla si sedette sul bracciolo della poltrona, proprio accanto alla borsetta. Fuori, il vicino aveva cambiato stazione: adesso si sentiva un notiziario sportivo, la voce concitata di un cronista che parlava della Fiorentina.
«Potevi semplicemente dirmelo» disse piano, e non era un rimprovero.
«Alla mia età» rispose Rosa, «uno si abitua a non chiedere niente. Si abitua a prendere piano, senza far rumore, per non essere di peso.»
Carla prese la borsetta, la aprì del tutto e tirò fuori le due bucce arrotolate. Le posò sul tavolo, vicino al vasetto di miele di castagno che tenevano in dispensa da mesi senza mai usarlo davvero.
«Da domani» disse, «le arance le compro in più, una per lei apposta per le bucce, e non deve nasconderle in borsa come fossero una colpa.»
Rosa non rispose subito. Poi allungò la mano, storta dall'artrite, e la posò per un momento su quella di Carla — non per dire grazie, solo per restare lì un istante prima di ritirarla, come chi ha ripreso confidenza con qualcosa che aveva quasi dimenticato di potersi permettere.
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