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Il treno delle 7 e 40 per Villa San Giovanni
Carmela Fortunato sale sul treno regionale a Reggio Calabria con una valigia troppo pesante e un cappotto che sa ancora di naftalina. È il 1962, ha ventidue giorni di vita — questo non lo ricorda, glielo ha raccontato sua madre mille volte, seduta sul balcone a sgranare fagiolini, con la radio che trasmetteva le previsioni del mare.
Suo padre e sua madre sono saliti con lei su quel treno immaginario che è la vita, e per anni Carmela ha creduto che sarebbero rimasti fino al capolinea. Invece suo padre è sceso a una fermata chiamata 1988, un infarto mentre potava gli ulivi. Sua madre è scesa molto dopo, nel 2019, novantatré anni, in una stanza della casa di riposo di Melito con la finestra che dava sullo Stretto, dicendo che voleva vedere ancora una volta le luci di Messina accendersi la sera.
Carmela oggi ha sessantatré anni, insegna lettere in un liceo di Villa San Giovanni, e sul quel treno — quello vero, quello che prende ogni mattina alle 7 e 40 per andare a scuola — ha imparato quasi tutto quello che sa sul restare e sul partire.
Il marito, Rosario, è salito a bordo quando lei aveva ventisei anni: si erano conosciuti a un matrimonio a Bagnara, lui odorava di pescato e di sale, ballava male ma la faceva ridere fino alle lacrime. Sono stati seduti vicini per trentun anni. Poi Rosario è sceso, tre anni fa, un tumore al pancreas che in sette mesi ha svuotato il suo posto accanto a lei.
Quel vuoto, Carmela lo racconta così: non è come togliere una sedia dal tavolo, che almeno vedi subito lo spazio libero. È più come quando ti accorgi, mesi dopo, che una pianta sul balcone è morta — non hai visto il momento esatto, ti sei solo abituata pian piano a non annaffiarla, e un giorno ti volti e non c'è più.
Ha due figli. Michele è sceso alla fermata di Milano dieci anni fa, per un lavoro in un'azienda di logistica, e adesso torna a Villa San Giovanni due volte l'anno, a Natale e ad agosto, con la valigia a rotelle che stride sul marciapiede della stazione. Ogni volta che il treno lo riporta via, Carmela resta sulla banchina a guardare le luci rosse dell'ultimo vagone finché non spariscono dietro la curva verso la galleria.
La figlia, Serena, è rimasta seduta accanto a lei: fa l'infermiera all'ospedale di Reggio, ha sposato un ragazzo di Scilla che fa il sub per lavoro, e ogni domenica porta a Carmela due nipoti che le riempiono la cucina di Lego e di briciole di taralli.
C'è stata un'amica, Rosetta, salita quando Carmela aveva dodici anni — compagne di banco alle medie, poi vicine di casa per tutta la vita, un caffè ogni mattina sul balcone condiviso dal muretto basso tra i due terrazzi. Rosetta è scesa in silenzio, senza che nessuno se ne accorgesse subito: un ictus mentre stendeva il bucato, trovata due ore dopo dal marito. Carmela per settimane ha continuato a preparare due tazzine, la mattina, prima di ricordarsi.
Poi c'è la sorella, Concetta. Loro due si sono dette cose terribili, quindici anni fa, per una questione di eredità — un pezzo di terra a Gallico che apparteneva ai genitori, e che Concetta pensava di meritare di più perché era rimasta a curare la madre negli ultimi anni. Non si sono parlate per otto anni. Poi, un pomeriggio d'estate, Concetta si è presentata sotto casa di Carmela con un vassoio di pesce spada alla griglia, senza dire una parola sulla lite, e ha bussato. Hanno mangiato in silenzio sul balcone, guardando i traghetti attraversare lo Stretto, e da quel giorno non ne hanno più parlato — ma il caffè della domenica è tornato.
Carmela pensa spesso a quella riconciliazione mentre corregge i temi dei suoi studenti, la penna rossa in mano, la lampada da tavolo accesa perché fuori è già buio alle sei. Pensa che il senso di tutto quel viaggio non sia mai stato tenere tutti seduti accanto a sé per sempre — cosa impossibile, lo sa bene ormai — ma il modo in cui si tratta chi condivide un tratto di strada.
Tre mesi fa, a Serena è stato diagnosticato un linfoma. Stadio iniziale, dicono i medici, curabile, ma la parola ha attraversato la famiglia come un colpo di vento che rovescia i vasi sul balcone. Carmela ha accompagnato la figlia a ogni ciclo di chemioterapia a Reggio, seduta su una sedia di plastica azzurra nel corridoio dell'oncologia, con un libro che non riesce mai a leggere oltre la stessa pagina.
È stato lì, in quel corridoio, che Carmela ha capito una cosa che prima sapeva solo a parole. Ha tirato fuori il telefono e ha scritto a Michele, a Milano: non un messaggio qualunque, ma un vocale di quattro minuti in cui gli ha detto — senza girarci intorno, senza il solito "quando vieni giù" — che era orgogliosa di lui, che il padre lo era stato anche di più di quanto avesse mai detto ad alta voce, e che voleva che lo sapesse ora, non a un funerale.
Michele ha richiamato piangendo, e tre settimane dopo ha preso un permesso non retribuito di dieci giorni per stare a Villa San Giovanni, cosa che non faceva da anni.
La settimana scorsa, Serena ha fatto l'ultima seduta del primo ciclo. I valori sono scesi, dice l'oncologa, buon segno. Per festeggiare, Carmela ha organizzato una cena sul terrazzo: pesce spada — lo stesso piatto di Concetta, non a caso — e il vino bianco di un cugino che ha un pezzo di vigna a Bova.
C'erano tutti: Concetta con il marito, Michele arrivato apposta da Milano con un volo Ryanair da Lamezia, Serena pallida ma con gli occhiali da sole tra i capelli come faceva prima della malattia, i nipoti che rincorrevano un gatto randagio tra i vasi di basilico.
A un certo punto, mentre sparecchiava, Carmela ha trovato in un cassetto della credenza un vecchio raccoglitore di foto che non apriva da anni. C'era una polaroid di Rosario che balla goffamente al matrimonio di Bagnara, la stessa sera in cui si erano conosciuti. L'ha guardata a lungo, seduta da sola in cucina mentre fuori si sentivano le risate sul terrazzo, poi l'ha portata fuori e l'ha messa al centro del tavolo, appoggiata contro la bottiglia del vino, perché anche chi non c'è più abbia il suo posto a tavola quando la famiglia festeggia.
Ha anche fatto una cosa che aveva rimandato per tre anni: ha tirato fuori dal cassetto il testamento di Rosario, ancora sigillato dallo studio del notaio Alagna a Villa San Giovanni, e ha chiamato per fissare finalmente l'appuntamento per la voltura della piccola casa di Bagnara intestata a lui — quella dove si erano sposati, che per tre anni aveva lasciato bloccata perché aprire quella busta significava ammettere che il suo posto sul treno era vuoto per sempre. L'appuntamento è per giovedì prossimo, 3 settembre, alle dieci del mattino.
Quella sera, dopo che tutti sono andati via e i piatti erano lavati, Carmela è rimasta sul terrazzo con una tazza di camomilla che si raffreddava tra le mani. Il traghetto delle 22 e 15 attraversava lo Stretto con le luci accese, lo stesso tragitto che faceva ogni sera da quando era bambina. Ha preso la polaroid di Rosario, l'ha guardata un'ultima volta, e l'ha appoggiata sul comodino accanto al letto, dove sarebbe rimasta d'ora in poi — non più chiusa in un cassetto, ma lì, ogni sera, prima di spegnere la luce.
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