Connect with us

IT

La governante della villa di Ostuni

Published

on

Sono Vito Caramanico e ho quarantasei anni. Faccio il custode alla Villa Serrapetrona da ventidue anni, da quando il vecchio Salvatore mi ha lasciato le chiavi e se n'è andato a Bari dal figlio. Ma questa storia non comincia con me: comincia con mia madre, Assunta, che di anni ne ha settantatré e che per quarantatré anni non ha voluto parlare con una donna di nome Franca Lo Cascio.

Mia madre lavorava come governante nella tenuta dei baroni Serrapetrona, vicino Ostuni, quando aveva ventotto anni ed era incinta di me da tre mesi. Mio padre, Cosimo, faceva il fattore. Franca arrivò in quel periodo come nuova cuoca, mandata da un'agenzia di Bari — una donna robusta, con le braccia forti da chi ha impastato pane tutta la vita, e una risata che si sentiva fin nell'aranceto. Mia madre era minuta, con i capelli chiari raccolti sempre in fretta, e non riusciva a reggere il confronto. Non nel lavoro, non con mio padre.

Ci mise sei mesi, Franca, a portarselo via. Mia madre lo scoprì un pomeriggio d'agosto, quando andò a cercarlo nel deposito degli attrezzi perché il barone voleva sapere della potatura degli ulivi, e li trovò lì, tra i sacchi di concime, che ridevano piano. Non urlò. Tornò a piedi fino al paese, si chiuse in casa di sua sorella e ci restò tre giorni. Perse me — no, aspetta: non perse me, io sono nato lo stesso, sette mesi dopo, piccolo e con problemi ai polmoni che mi porto ancora dietro d'inverno. Ma perse qualcos'altro quella settimana, qualcosa che non ha mai nominato davanti a me, e io non ho mai avuto il coraggio di chiedere.

Mio padre restò con Franca. Mia madre restò sola con me, in una stanza sopra la rimessa che il barone le concesse per pietà, e per ventidue anni fece la governante di quella villa portandomi dietro come un fagotto, prima nella culla poi con lo zainetto della scuola. Franca diventò la cuoca di riferimento di tutta la zona, chiamata ai matrimoni, alle cresime, persino a Roma una volta per un ricevimento importante. Mio padre morì di infarto nel 1998, quando io avevo diciotto anni, e io — questo mia madre non lo sa, o forse fa finta di non saperlo — andai al funerale di nascosto, in fondo alla chiesa, e vidi Franca vestita di nero che piangeva davanti alla bara come una vedova vera.

Io non odio Franca. Lo dico e non è una bugia consolatoria: da uomo, da figlio cresciuto guardando mia madre invecchiare in una stanza senza balcone, ho imparato presto che le cose non sono mai semplici come sembrano da fuori. Mio padre non era un ragazzo trascinato via da una tentatrice: era un uomo di trentacinque anni che ha scelto, e ha scelto male per tutti e tre. Franca ha pagato la sua parte: è rimasta senza figli, ha seppellito suo marito, e alla fine si è ritrovata sola quanto mia madre. Ma questo mia madre non voleva sentirlo, per quarantatré anni.

Ora, il presente. Sono le undici del mattino di un martedì di fine agosto, fa ancora caldo, le cicale non hanno smesso, e io sono seduto fuori dall'ufficio del Patronato ACLI di Ostuni con mia madre, che aspetta da un'ora e mezza per un modulo dell'INPS che le serve per la pensione integrativa. Sono io che l'ho accompagnata, perché lei da sola si perde con le pratiche, e sono io che ho visto la scena.

La porta dell'ufficio si è aperta e ne è uscita Franca, ottantuno anni portati con la schiena dritta di chi ha lavorato in piedi tutta la vita, un impermeabile leggero color crema, e ha ringraziato l'impiegata chiamandola per nome, dicendole che le avrebbe portato un vasetto di sott'olio fatto in casa. Mia madre si è alzata di scatto, come se qualcuno l'avesse tirata per un filo. Ho visto le sue mani stringere la borsa di tela fino a sbiancare le nocche. Ho pensato: adesso scappa, o adesso le tira uno schiaffo. Non ha fatto né l'una né l'altra cosa. È rimasta ferma, e ha detto solo: «Franca».

Franca si è girata, e per un attimo — questo lo ricordo bene perché ero a un metro — non ha capito chi fosse. Poi ha riconosciuto qualcosa negli occhi, e le si sono riempiti di lacrime senza che il resto della faccia si muovesse. «Assunta», ha detto. Solo quello.

Io mi aspettavo di dover intervenire, di dover portare via mia madre da una lite. Invece è successa una cosa che non mi aspettavo: Franca si è avvicinata, ha tirato fuori dalla borsa un fazzoletto di cotone ricamato — di quelli che nessuno usa più — e l'ha offerto a mia madre, che stava piangendo senza fare rumore. Mia madre l'ha preso. L'ha tenuto in mano senza usarlo.

Si sono sedute sulla panchina di pietra sotto il pino, quella davanti alla fontana secca, e io mi sono spostato di qualche metro per dare loro spazio, ma abbastanza vicino da sentire. Franca ha detto che aveva saputo, molti anni dopo, della gravidanza persa, e che non se l'era mai perdonata, anche se al tempo non poteva saperlo. Ha detto che Cosimo, mio padre, negli ultimi anni parlava spesso di me — di come ero cresciuto, di come ero diventato un buon lavoratore — e che lei aveva sempre pensato di scrivere a mia madre, e non l'aveva mai fatto per vergogna.

Mia madre non ha perdonato niente a voce. Non ha detto "va bene così" né "ormai è acqua passata". Ha chiesto una cosa sola, guardando dritto avanti verso la fontana vuota: «Perché sei venuta al suo funerale vestita di nero, davanti a tutti, quando la moglie ero io?» Franca è rimasta zitta un momento lungo, poi ha risposto: «Perché nessuno mi aveva mai insegnato a stare in seconda fila.» Ed è stata l'unica cosa vicina a una scusa che ho sentito uscire dalla sua bocca in ottant'anni di vita, immagino.

Quello che è successo dopo è la parte che conta, e che mia madre da sola non avrebbe mai fatto. Franca ha tirato fuori dalla borsa una busta gialla, spiegazzata agli angoli come se ci fosse stata dentro per anni. Dentro c'era la fotocopia di un atto: la sua quota, un terzo, della casetta di due vani che era stata di mio padre a Cisternino — l'unica cosa rimasta di lui, oltre a me — e che Franca aveva ereditato per un vecchio accordo di famiglia mai contestato perché mia madre non aveva mai avuto i soldi per un avvocato che la impugnasse. Ottomilaseicento euro, valore stimato di quella quota, secondo la perizia allegata. Franca ha detto che l'aveva fatta valutare due settimane prima, dopo aver saputo — non so da chi, forse da un cugino comune — che mia madre viveva ancora in affitto da mia zia, in una stanza senza finestra.

Non gliel'ha regalata. Gliel'ha venduta, per un euro simbolico, davanti al notaio dello stesso Patronato che per caso quel giorno riceveva su appuntamento due porte più in là. Ci siamo alzati tutti e tre, siamo entrati, e in venti minuti Franca ha firmato la rinuncia della sua quota a favore di mia madre. Un euro. L'ho visto io, ho fatto io da testimone insieme all'impiegata dell'INPS che era appena andata in pausa pranzo e si è prestata per cinque minuti.

Fuori, sulla stessa panchina, Franca ha stretto la mano di mia madre — non un abbraccio, solo la mano — e ha detto che sarebbe tornata a Bari dal nipote, che non pensava sarebbero rimaste in contatto, e che andava bene così. Mia madre ha annuito una volta sola. Poi ha ripiegato il fazzoletto ricamato, se l'è messo in borsa senza restituirlo, e ha detto a me: «Vito, portami a Cisternino sabato, voglio vedere che intonaco ha bisogno prima dell'inverno.»

Non ha detto grazie. Non ha detto che perdonava niente. Ha guardato l'atto due volte, se l'è piegato in tasca del cardigan, e si è alzata per andare a ritirare finalmente il suo modulo dell'INPS, che ci aspettava ancora dentro, dopo un'ora e mezza di fila.

Click to comment

Leave a Reply

Ваша e-mail адреса не оприлюднюватиметься. Обов’язкові поля позначені *

тринадцять − 12 =

ВСІ ПРАВА НА МАТЕРІАЛИ РОЗМІЩЕНІ НА САЙТІ ІЗ ПОСИЛАННЯМ НА ЗОВНІШНІ ДЖЕРЕЛА НАЛЕЖАТЬ ЇХНІМ АВТОРАМ.