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La ricetta del venerdì
Non c'è un modo giusto per dirlo, e ho smesso di cercarlo. Ti scrivo così, di getto, seduta al tavolo della cucina di via Solferino, quella con la formica azzurra che tu odiavi e che io non ho mai voluto cambiare. Mi manchi, mamma. Sono passati sei anni e undici mesi da quel marzo, e questa mancanza non se n'è andata: si è solo fatta più silenziosa. Cammina accanto a me come qualcosa che non si vede ma si sente addosso, tipo il freddo umido di Torino a novembre. Altre volte arriva come un ricordo caldo, e mi fa ridere con le lacrime agli occhi.
È diventata parte di me, questa cosa. Ti penso mentre stendo il bucato e mi accorgo che piego gli asciugamani in tre esattamente come facevi tu, mai in due. Ti penso quando sento per strada l'odore del ragù che cuoce da qualche finestra aperta, la domenica, e mi fermo un secondo senza motivo apparente. Ti penso quando mi esce una tua frase dalla bocca, con lo stesso tono, la stessa cadenza pugliese che non hai mai perso nemmeno dopo quarant'anni al Nord. È buffo come il dolore sappia nascondersi nelle cose più banali e ti trovi proprio quando meno te lo aspetti — al banco della salumeria, mentre chiedo duecento grammi di mortadella come facevi tu ogni sabato.
Mi hai insegnato a essere forte, questo sì. Ma mi hai anche insegnato, senza dirlo mai apertamente, che a volte va bene non reggere. Che si può piangere. Che si può ammettere che fa male, punto, senza doverci mettere una spiegazione sopra. Che ci si può fermare e prendersi tempo. Ancora oggi, quando le giornate si complicano — e in questi anni se ne sono complicate parecchie — mi sembra di sentirti dire: respira. Non correre. Vivi solo la giornata di oggi, non tutte quelle che verranno dopo.
Devo dirti una cosa, però, prima di arrivare al resto. Perché questa non è solo una lettera di lacrime, è anche una storia che ho dovuto affrontare da sola, e voglio che tu sappia come è andata.
Tuo fratello Vittorio — mio zio, per come lo chiamavo io da bambina — si è presentato alla tua sepoltura con una cartellina di plastica trasparente sotto il braccio. L'ho notato subito perché stonava con tutto: eravamo al cimitero di Sassi, sotto la pioggia fine di marzo, e lui teneva quella cartellina come se fosse più importante di te, che stavamo per calare nella terra. Dentro c'era la fotocopia di un atto notarile del 2009: la piccola merceria di corso Regina Margherita, quella che avevi rilevato da nonna Assunta e portato avanti per trentadue anni cucendo orli e vendendo bottoni fino a settantott'anni, risultava intestata per metà a lui. Una firma tua, dice, messa quando eri già debole per le cure, testimone un suo amico geometra che nessuno in famiglia aveva mai visto prima.
Non gliel'ho detto niente quel giorno. L'ho guardato sistemarsi la cravatta nera davanti alla bara e ho pensato solo a te, alle tue mani che tremavano l'ultima settimana quando provavi ancora ad attaccare un bottone per abitudine. Ma nei mesi dopo, mentre sistemavo le tue carte in quella scatola di scarpe che tenevi nell'armadio — quella con l'elastico rosso, la ricordi? — ho trovato il vero incarto della merceria, quello originale del 1987, intestato solo a te, e una lettera che avevi scritto tre anni prima di morire, mai spedita, dove scrivevi a me: "Se un giorno Vittorio ti chiede la bottega, ricordati che gliel'ho sempre detto di no. Quel negozio è tuo, per quello che ci hai messo dentro anche tu il sabato pomeriggio da ragazzina."
Ho portato tutto da un notaio in via Garibaldi, la dottoressa Ferrante, quella con l'ufficio sopra la farmacia. Ci ho messo tre mesi a far verificare la calligrafia della firma del 2009 contro un grafologo giudiziario — quattrocento euro, pagati di tasca mia, li ricordo bene perché era quasi tutta la mia tredicesima di quell'anno. Il risultato è arrivato a settembre: la firma non era compatibile con la tua scrittura di quel periodo, tremante per la chemio, mentre quella sul foglio era troppo ferma, troppo giovane.
Ho chiamato Vittorio una sola volta, davanti a un caffè al bar sotto casa tua, quello con le sedie di ferro verde che non hanno mai cambiato. Non ho urlato, mamma, lo sai che non è da me. Gli ho solo messo davanti la busta con la perizia e l'atto originale del 1987, e gli ho detto che la merceria restava mia, come avevi sempre voluto, e che avrebbe dovuto restituire l'affitto incassato da chi l'aveva subaffittata in quei mesi — milleduecento euro. Lui ha provato a dire qualcosa sulla famiglia, sul fatto che tu gli dovessi qualcosa per averlo aiutato con l'ipoteca di casa sua nel duemila. Io gli ho risposto che di quello non c'era traccia scritta da nessuna parte, e che i conti si fanno con le carte, non con la memoria che fa comodo.
Ha pagato. Ha firmato la rinuncia davanti alla dottoressa Ferrante un martedì di ottobre, e da allora non ci siamo più sentiti, se non per gli auguri di Natale mandati per messaggio, freddi come si conviene.
La merceria adesso è chiusa tre giorni a settimana, perché il lavoro vero ce l'ho ancora, ma il sabato la apro io, mamma, con le tue forbici storte appese dietro al bancone e il tuo grembiule a righe che non ho lavato apposta, per sentirti ancora un po'.
Se potessi parlarti ancora una volta ti direi tutto quello che in vita non ti ho detto abbastanza: grazie. Perdonami. Ti voglio bene. Ti direi che adesso capisco quanto hai dato, quanto hai portato sulle spalle da sola, quante volte hai nascosto la stanchezza dietro un sorriso stanco, e quanto profondamente amavi, anche quando sembravi solo severa. Facevi sembrare tutto facile. Ora so che facile non lo è mai stato, nemmeno un giorno.
Resterai per sempre la persona che ha fatto il mio cuore così com'è. Non ci sei più accanto a me, ma quello che mi hai lasciato mi tiene in piedi quando la vita si fa pesante — anche quando quella vita mi ha messo davanti tuo fratello con una cartellina di plastica in mano, un martedì di pioggia, in un cimitero di collina. Ti aspetterò, mamma, alla fine dei miei giorni. Ma fino a quel giorno, ti porterò con me — nella bottega, nel bucato piegato in tre, in ogni sabato di corso Regina Margherita.
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