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Ogni grammo conta
Il reparto di Terapia Intensiva Neonatale dell'ospedale di Varese non ha finestre che lascino intuire se fuori sia giorno o notte. Giulia Ferraro lo aveva capito al terzo giorno, quando aveva smesso di chiedere alle infermiere che ora fosse.
Suo figlio, Tommaso, era nato alla ventinovesima settimana, ottocentoquaranta grammi. Un corpo piccolo come un pane, dentro una scatola di plexiglas con due tubicini che gli uscivano dal naso e un cerotto arancione sul piedino sinistro.
Giulia aveva trentasei anni, lavorava come contabile in uno studio commercialista di Busto Arsizio, e in quelle settimane aveva imparato un vocabolario che non avrebbe mai voluto conoscere. Sapeva distinguere l'allarme della saturazione da quello della bradicardia solo dal tono. Sapeva che quando il monitor superava i centoottanta battiti bisognava chiamare qualcuno, e che quando scendeva sotto i cento bisognava chiamare qualcuno più in fretta.
Suo marito, Davide, faceva il turno di notte in fabbrica a Gallarate e passava in reparto all'alba, prima di andare a dormire tre ore e tornare al lavoro. Si alternavano così, senza dirselo apertamente: uno dei due doveva sempre essere seduto su quella sedia di plastica verde, accanto all'incubatrice numero sei.
La suocera di Giulia, Rosanna, veniva ogni pomeriggio con un thermos di caffè e una borsa di plastica piena di biscotti che nessuno mangiava. Non entrava mai in reparto — non era permesso, due visitatori al massimo, e i genitori avevano la priorità — restava nella sala d'attesa con le pareti color salmone, a sfogliare rivista dopo rivista senza leggerne una riga.
Fu lì, in quella sala d'attesa, che Rosanna conobbe Carmela.
Carmela aveva una nipotina nell'incubatrice numero due, nata a ventisei settimane, meno di seicento grammi. Veniva da Gorla Minore, aveva sessant'anni e un modo di parlare veloce, quasi aggressivo, che Rosanna all'inizio scambiò per scortesia. Poi capì che era solo il modo in cui Carmela teneva a galla la paura.
Si scambiarono il numero di telefono il quarto giorno. Il settimo, Carmela portò due brioche dal bar sotto casa e disse a Rosanna, senza preamboli: "Mia figlia non dorme da quando è nata la bambina. Sta diventando un fantasma."
Rosanna rispose che Giulia era uguale. Che la notte prima l'aveva trovata addormentata sulla sedia, con la fronte appoggiata al vetro dell'incubatrice, e che le infermiere avevano dovuto svegliarla con delicatezza perché erano le quattro del mattino e doveva almeno sdraiarsi sul lettino della stanza per i genitori.
Fu Carmela a dire la frase che Rosanna si portò a casa per settimane: "Qui dentro non esistono sabati. Non esiste neanche il giorno. Esiste solo il peso che segnano sulla bilancia alla mattina."
Tommaso, il figlio di Giulia, oscillava. Saliva di dieci grammi, ne perdeva cinque. Il neonatologo, il dottor Belotti, usava sempre la stessa espressione quando Giulia gli chiedeva una previsione: "Andiamo giorno per giorno." Non era una frase di circostanza. Era la verità più onesta che potesse offrire.
La ventitreesima notte, il monitor di Tommaso cominciò a suonare in un modo diverso. Non il solito bip isolato della saturazione che scende e risale da sola. Un suono continuo, insistente. Giulia era seduta a un metro, con un libro aperto sulle gambe che non stava leggendo da ore, e si alzò di scatto rovesciando la sedia.
Due infermiere e il dottor Belotti arrivarono in pochi secondi. Giulia restò contro la parete, le mani premute sulla bocca, mentre aprivano lo sportello dell'incubatrice e intervenivano sul piccolo corpo di Tommaso. Qualcuno le disse di uscire, con gentilezza ma con fermezza, e lei uscì nel corridoio dove trovò Davide che arrivava di corsa — lo avevano chiamato dal reparto, aveva guidato da Gallarate senza fermarsi nemmeno al semaforo rosso di via Como, diceva poi.
Rimasero fuori, abbracciati contro il muro, per undici minuti. Rosanna, che quella notte era rimasta a dormire da loro per aiutare con la spesa del giorno dopo, arrivò con l'auto appena svegliata dalla telefonata di Davide, e trovò i due figli seduti per terra nel corridoio, non più in piedi, incapaci di stare dritti.
Il dottor Belotti uscì con la mascherina ancora al collo e disse che Tommaso aveva avuto un episodio di apnea con desaturazione importante, che lo avevano stabilizzato, che la situazione era sotto controllo ma che quella notte avrebbero dovuto osservarlo da vicino. Non promise niente. Disse solo: "È ancora qui con noi."
Giulia tornò a sedersi sulla sedia verde e non si mosse più fino alle sette del mattino, quando il peso di Tommaso fu segnato sulla cartella: novecentodieci grammi. Settanta in più dal giorno del ricovero.
Passarono altre sei settimane. Carmela e la nipotina andarono a casa per prime, a fine febbraio, con la bambina che pesava due chili e cento. Rosanna e Giulia si scambiarono un abbraccio nella sala d'attesa, promisero di rimanere in contatto.
Tommaso lasciò l'incubatrice ai primi di marzo, dopo sessantatré giorni di ricovero. Pesava due chili e trecentocinquanta grammi. Il giorno della dimissione, Giulia firmò i documenti alla reception con una mano che tremava non per la paura, ma per l'emozione di uscire da quella porta a vetri con un bambino vero in braccio, non più dietro un vetro ma contro il suo petto.
Davide prese l'ovetto in auto, lo agganciò con una cura quasi maniacale, controllò le cinture tre volte. Rosanna li seguì con la sua macchina, piangendo per tutta la via Como fino a casa.
Nelle settimane successive Giulia scoprì che il costo reale di quei sessantatré giorni non era finito con la dimissione. La ASST di Varese aveva coperto il ricovero, ma le visite di follow-up neuropsichiatrico infantile, la fisioterapia respiratoria privata consigliata dal pediatra, i farmaci non rimborsati per rinforzare il sistema immunitario di Tommaso pesavano sul conto cointestato con Davide, rata dopo rata.
Una sera di giugno aprì un raccoglitore nuovo, uno di quelli con l'elastico, e ci scrisse sopra con il pennarello: "Tommaso — spese sanitarie 2026". Ci infilò dentro gli scontrini, le fatture, le ricevute bancarie, in ordine di data. Chiuse l'elastico con un colpo secco e lo posò sulla mensola sopra la lavatrice, accanto alla bilancia pesabambino che avevano comprato il primo giorno a casa.
Il telefono vibrò mentre stava ancora in piedi davanti a quella mensola: una foto da Carmela, la nipotina seduta da sola dentro una vaschetta da bagno, due codini ridicoli legati con elastici rosa. "Guarda chi tiene la testa dritta" scriveva sotto. Giulia rispose con una foto di Tommaso che dormiva a pancia in giù sul tappeto, e le due si scambiarono messaggi per mezz'ora, come due amiche che si conoscono da sempre e non da una sala d'attesa con le pareti color salmone.
Tommaso oggi ha otto mesi e pesa sette chili e quattro. Alla ultima visita di controllo il pediatra ha detto a Giulia che può iniziare a diradare gli appuntamenti. Lei è uscita dall'ambulatorio con il bambino in braccio, e lui le ha afferrato il dito con tutta la mano, stringendo forte, mentre Davide, già in macchina, suonava due colpi di claxon per farsi vedere al parcheggio.
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