Connect with us

IT

Ombrello

Published

on

Ci lavoro da undici anni. Faccio la portineria di notte alla clinica veterinaria "San Rocco", quella in via dei Tigli a Bergamo, dietro l'ospedale, e in tutto questo tempo di scene ne ho viste parecchie. Gente che porta il gatto morto in una scatola di scarpe alle tre del mattino piangendo come se fosse suo figlio. Gente che lascia il cane in sala d'attesa e sparisce senza pagare. Ma quella sera di novembre, quando è entrata Marisol con il molosso tra le braccia, mi sono alzato dalla sedia senza nemmeno accorgermene.

Pioveva. Si sentiva l'acqua scorrere nella grondaia rotta sopra l'ingresso, quella che il dottor Anselmi promette di far riparare da due anni. Marisol aveva la divisa nera del ristorante ancora addosso, il grembiule fradicio arrotolato intorno al torace di un mastino inglese color miele, enorme, con il muso già grigio di vecchiaia. Non pesava meno di sessanta chili, quel cane, e lei doveva averlo portato di corsa per almeno un chilometro, perché respirava come se avesse corso una maratona.

L'ho riconosciuta. Lavora — lavorava, ormai — al "Bellavista", il ristorante con vista sul lago dove i camerieri portano il vino con il guanto bianco e il conto medio è quello di uno stipendio mio di due settimane. L'avevo vista qualche volta, di passaggio, quando andavo a prendere mia sorella che ci fa i turni in cucina.

Il dottor Anselmi era già andato via, restava solo la dottoressa di turno, la Colombo, giovane, in gamba. Ha messo il cane sul tavolo di acciaio e ha detto una parola che nella nostra clinica pesa come un macigno: shock ipovolemico. Poi ha chiesto chi fosse il proprietario.

Nessuno, ha detto Marisol. L'ho trovato nel vicolo dietro la cucina. Stava morendo lì, da solo.

Mentre la Colombo attaccava la flebo, Marisol si è tolta la giacca — sotto il grembiule aveva ancora la camicia bianca del ristorante, con una macchia di sugo sul polso — e gliel'ha messa sotto la testa. Io intanto compilavo la scheda d'ingresso, e le ho chiesto se avesse bisogno di chiamare qualcuno, un familiare, un passaggio. Mi ha detto che l'avevano appena licenziata. In quel momento lì, mentre reggeva la testa di un cane sconosciuto che rischiava di morirle tra le mani.

Non gliel'ho chiesto io, il perché. Me l'ha raccontato lei, tutto d'un fiato, come se dovesse dirlo a qualcuno prima di scoppiare. Il cane era comparso durante la cena di fidanzamento più importante dell'anno — quella di Cesare Volpato, uno che a Bergamo lo conoscono tutti e nessuno nomina volentieri, e della sua fidanzata, Ombretta Salviani, che aveva scelto personalmente ogni tovagliolo di quella sala. Marisol aveva portato il cane dentro, in mezzo ai tavoli, perché non sapeva dove altro metterlo. E Ombretta Salviani, davanti a quaranta invitati, le aveva tirato un calcio nelle costole e le aveva detto che era licenziata su due piedi.

Io a quella storia, sul momento, non ci ho creduto fino in fondo. Poi ho guardato l'alluce del suo piede destro, quando si è tolta la scarpa bagnata per asciugarsi — un livido viola che le saliva fin sopra la caviglia — e ho smesso di dubitare.

La Colombo lavorava veloce, controllava la pressione, parlava con Marisol per tenerla calma, le diceva di continuare ad accarezzargli l'orecchio, che il cane la sentiva e quello lo aiutava più di qualunque farmaco. Fuori, nel corridoio, la pioggia batteva sulla tettoia di lamiera, e io ho acceso la macchinetta del caffè perché sapevo che sarebbe stata una notte lunga.

Verso l'una è entrato un uomo. Alto, cappotto grigio scuro, niente ombrello nonostante il diluvio — se l'era dimenticato, o forse non gli importava di bagnarsi. Non ha bussato, non ha chiesto niente alla reception. È andato dritto verso la sala visite, ha guardato attraverso il vetro il cane sul tavolo, e la faccia gli si è svuotata di colore.

Quello è Ettore, ha detto piano. È mio.

Ho scoperto poi, parlando con la Colombo dopo che tutto si era calmato, che quell'uomo era Cesare Volpato in persona. Il cane era scappato tre giorni prima da una tenuta fuori città, durante un temporale, e lui l'aveva cercato ovunque con due dei suoi uomini, senza dormire, mandando gente in giro per tutta la provincia.

Non l'ho mai visto tremare, un uomo, come tremava lui guardando quel cane attraverso il vetro. Poi ha guardato Marisol — il grembiule sporco, il livido sul piede che lei cercava di nascondere sotto la sedia — e ha chiesto cos'era successo.

Lei non voleva dirglielo. Si vedeva che aveva paura, non di lui, ma di quello che sarebbe successo dopo. Gliel'ho detto io, perché ero lì e l'avevo vista arrivare in quello stato. Gli ho raccontato tutto, il ristorante, il calcio, la gente che rideva.

Volpato non ha alzato la voce. Ha solo tirato fuori il telefono e ha fatto una chiamata di due minuti, parlando a bassa voce vicino alla finestra appannata. Ho sentito solo la fine: Il "Bellavista" da domani non lo tocca più nessuno dei miei fornitori. E lei — la Salviani — quell'anello se lo può tenere, ma da me non riavrà più niente. Chiudi tutto.

Poi si è girato verso Marisol e le ha detto che il conto della clinica, quella notte e tutte le notti a venire per quel cane, lo pagava lui. E che se lei aveva bisogno di un lavoro, la sua tenuta aveva sempre cercato qualcuno che sapesse stare vicino agli animali senza aver paura di sporcarsi.

Il molosso — Ettore — ce l'ha fatta. Alle quattro del mattino la Colombo ha detto che il peggio era passato, e per la prima volta da quando erano entrati Marisol si è messa a piangere, ma piano, con la faccia girata verso il muro, come se anche quello dovesse farlo di nascosto.

Io a fine turno stacco alle sei. Quella mattina, uscendo, ho visto Marisol seduta sul gradino davanti alla clinica, aspettando che smettesse di piovere per tornare a casa a piedi, con in mano un foglio piegato in quattro che Volpato le aveva lasciato prima di andarsene — un contratto, mi ha detto, per la tenuta, con scritto un numero che a lei, al "Bellavista", ci avrebbe messo tre anni a mettere insieme.

Non ho mai saputo come sia finita quella sera per la Salviani, se l'anello se lo sia tolto da sola o gliel'abbiano chiesto indietro. So solo che il "Bellavista" ha chiuso i battenti sei settimane dopo — c'era scritto sul giornale locale, tra la cronaca e la pubblicità del mercato del sabato. E che ogni tanto, quando vado a fare la spesa dal fruttivendolo vicino alla tenuta dei Volpato, vedo passare un furgone bianco con su scritto il nome della clinica, e dentro, seduto composto sul sedile posteriore, un molosso color miele con il muso ormai tutto grigio.

Click to comment

Leave a Reply

Ваша e-mail адреса не оприлюднюватиметься. Обов’язкові поля позначені *

12 − 1 =

ВСІ ПРАВА НА МАТЕРІАЛИ РОЗМІЩЕНІ НА САЙТІ ІЗ ПОСИЛАННЯМ НА ЗОВНІШНІ ДЖЕРЕЛА НАЛЕЖАТЬ ЇХНІМ АВТОРАМ.