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Il conto da chiudere

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Mia madre non mi ha mai chiesto scusa per come sono andate le cose, e forse è proprio questo che mi brucia ancora adesso, a distanza di due anni. Io mi chiamo Damiano Ferretti, ho quarantatré anni, faccio il capocantiere per un'impresa edile qui a Bergamo, e quella storia della casa di via Broseta l'ho vissuta da dentro, non da fuori come la racconta lei quando ne parla con le vicine.

Mio padre Aldo se n'è andato d'infarto una mattina di marzo, mentre stava preparando il caffè. Mia madre Ombretta è rimasta sola in quell'appartamento di via Broseta, quarantacinque metri quadri al terzo piano senza ascensore, e dopo un anno le si erano gonfiate le caviglie a furia di fare le scale con la spesa. Fu lei, non io, a tirare fuori per prima l'idea di vendere. Lo disse un pomeriggio a bruciapelo, mentre guardavamo insieme un documentario sulla Puglia in televisione: "Questo appartamento ormai è troppo per me. E poi con le tasse di successione, se lo lascio a voi due dopo la mia morte, vi mangia mezzo valore. Meglio sistemare tutto adesso, mentre sono ancora lucida e posso decidere io."

Mia sorella Consuelo era d'accordo, o almeno sembrava esserlo. Io proposi di intestare l'appartamento a metà tra noi due, lasciando a lei l'usufrutto, così restava un tetto sicuro. Fu lei stessa a rifiutare: "No, voglio i soldi liquidi, divisi giusti, e basta. Non voglio che litighiate per un muro quando io non ci sarò più."

Vendemmo l'appartamento per centonovantamila euro. Io e Consuelo prendemmo novantacinquemila a testa. Io ne misi via la maggior parte per pagare i lavori di ristrutturazione del bagno che stavo facendo da un anno, quello con le infiltrazioni dal tetto. Consuelo, che viveva a Brescia, disse che le servivano per estinguere un finanziamento sull'auto.

Mia madre venne a vivere da me, da mia moglie Samanta e dai nostri due figli, Enea e Bice. All'inizio le diedi la stanza di Enea, che tanto dormiva già quasi sempre nel letto del fratello più piccolo. Le comprammo persino una piccola televisione nuova da mettere sul comò, e Samanta le portava la camomilla la sera prima di dormire. I bambini le davano il bacio della buonanotte. Io pensavo, in coscienza, di aver fatto la cosa giusta: mia madre non era sola, aveva un tetto, aveva la famiglia intorno.

Quello che lei non racconta, quando ne parla, è che il primo mese fu lei a insistere per cucinare tutti i giorni. "Lasciami fare, altrimenti mi sento inutile, mi sento un peso" diceva, e io le credevo, perché era davvero così che sembrava. Poi certo, con il tempo, quella cosa è diventata un'abitudine di casa, e forse nessuno di noi si è più fermato ad accorgersene, perché si era ormai consolidata come normalità. Io lavoravo dieci ore al giorno in cantiere, tornavo a casa distrutto, e trovare la cena pronta mi sembrava, in modo colpevole lo ammetto, una specie di sollievo che non mi facevo troppe domande sul chiedermi.

Il punto di rottura arrivò quando Bice compì sette anni e chiese la sua stanza, quella che ancora divideva col fratello. Samanta mi disse una sera, dopo che i bambini erano andati a letto, seduta sul bordo del materasso con le braccia incrociate: "Damiano, io capisco tua madre, ma questa casa ha tre stanze per cinque persone, e i bambini stanno crescendo. Non possiamo tenerli ammassati per sempre."

Aveva ragione, e lo sapevo. Ma dirlo a mia madre fu una delle cose più difficili che abbia mai fatto in vita mia. Mi ricordo ancora il momento esatto: eravamo in cucina, lei stava sbucciando le patate sopra il lavandino, e io giravo in mano il telefono senza motivo, solo per avere qualcosa da fare con le dita.

"Mamma, dovremmo parlare di un po' di spazio," le dissi. "I bambini crescono, hanno bisogno di stanze loro."

Lei posò il coltello. Non disse niente per un tempo che mi sembrò lunghissimo. Poi chiese, piano: "E io dove andrei?"

Non avevo una risposta pronta, e questo è forse la cosa di cui mi vergogno di più. Le dissi qualcosa tipo "vediamo insieme, magari un piccolo bilocale in affitto, con la pensione e magari qualcosa che mette anche Consuelo." Lei annuì, senza guardarmi.

Chiamai mia sorella quella sera stessa. Consuelo mi rispose distratta, disse che era nel bel mezzo di un trasloco col compagno, che i soldi del piano erano già finiti tra il finanziamento dell'auto e un mutuo che aveva acceso per l'arredamento della cucina nuova. "Adesso proprio non posso, Damiano, dammi tempo," disse. Non richiamò per settimane, e quando lo fece fu solo per chiedermi come stava la mamma, come se fosse una domanda di circostanza e non una responsabilità che riguardava anche lei.

Andai io stesso, alla fine, a cercare una soluzione. Trovai una stanza in affitto da un'anziana signora vedova, tale Adalgisa, in zona Celadina, quattrocentotrenta euro al mese comprese le spese. Mia madre prende milleduecento euro di pensione, quindi qualcosa le resta per vivere, ma non tanto. Portai io stesso gli scatoloni con la macchina, un sabato pomeriggio di novembre, sotto una pioggia sottile che non smetteva mai del tutto. Lei non pianse. Sistemò le sue quattro cose nell'armadio nuovo con la stessa cura ordinata con cui aveva sempre fatto tutto, e mi disse solo: "Va bene così, Damiano. Non ti preoccupare."

Quella frase mi ha perseguitato per mesi.

Sono passati due anni. La chiamo ogni domenica, e ogni domenica sento nella sua voce quella cortesia distante che mi fa più male di qualsiasi rimprovero urlato. Non mi ha mai chiesto indietro un euro dei novantacinquemila. Io, con la coda dell'occhio della coscienza, ogni tanto penso di doverle restituire qualcosa, ma poi arrivano le rate del mutuo, la retta della piscina di Bice, e rimando sempre a "il mese prossimo."

Il mese prossimo, però, è arrivato davvero — solo non come me lo aspettavo.

Era un martedì di marzo, il giorno dell'anniversario della morte di mio padre. Andai a trovarla nella sua stanza da Adalgisa per portarle dei fiori, come faccio ogni anno in quella data. La trovai seduta al piccolo tavolo della cucina condivisa, con una cartellina di plastica trasparente davanti, di quelle che si comprano in cartoleria per due euro. Dentro c'erano fogli, e sopra tutti un contratto di comodato d'uso gratuito già firmato.

"Cos'è questo?" le chiesi.

Mi spiegò, con una calma che non le avevo mai sentito in tutta la vita, che aveva parlato con un avvocato tre settimane prima. Non per farci causa, disse subito, vedendo la mia faccia sbiancare. Ma per mettere ordine nelle sue cose, visto che aveva settantaquattro anni e non voleva lasciare confusione dietro di sé come temeva fosse già successo con l'appartamento di via Broseta.

Aveva un piccolo terreno agricolo, ereditato a sua volta dai suoi genitori, vicino a Romano di Lombardia, che io e Consuelo avevamo completamente dimenticato esistesse: valeva poco, forse ventimila euro, mai nessuno dei due ci aveva mai pensato. L'aveva affittato a un'azienda agricola della zona per la coltivazione, un contratto da millecinquecento euro l'anno, e con quello, sommato alla pensione, si era tolta dalla stanza di Adalgisa e aveva preso un piccolo monolocale tutto suo in affitto, vicino al mercato di Celadina.

"Non te l'ho detto prima perché non volevo che tu o tua sorella pensaste che vi stessi chiedendo qualcosa," mi disse, piegando con cura il contratto e rimettendolo nella cartellina. "Ho fatto anche testamento. Il terreno lo lascio ai bambini, a Enea e Bice, non a te e non a Consuelo. Ho scritto anche una lettera, che è nella cartellina, da aprire solo dopo, non adesso."

Le chiesi perché proprio ai bambini e non a noi. Mi guardò dritto, con quegli occhi chiari che erano stati anche di mio padre, e disse solo: "Perché a voi ho già dato tutto quello che avevo. E non è bastato lo stesso."

Non alzò la voce. Non c'era rabbia in quella frase, solo un fatto, detto come si dice l'ora o la data. Restai in piedi vicino al tavolo, con il mazzo di fiori ancora in mano, incapace di ribattere niente, perché in fondo aveva ragione lei e lo sapevo da tempo, solo che non me l'ero mai detto così chiaramente.

Uscii da quella stanza e la chiamai, quella sera stessa, mia sorella Consuelo. Le raccontai tutto. Lei rimase in silenzio per un tempo lunghissimo al telefono, poi disse solo: "Forse dovremmo cominciare a darle qualcosa ogni mese, tu e io insieme." Non so ancora se lo farà davvero, o se sarà solo un'altra promessa buttata lì per calmare la coscienza di un momento. Io, dal canto mio, ho aperto un piccolo conto a parte, separato da quello di famiglia, e ogni mese ci verso duecento euro per lei, senza dirglielo, glieli farò trovare solo a fine anno, tutti insieme, in un bonifico unico.

Non so se basterà a saldare quello che le devo. Ma almeno, per la prima volta in due anni, non rimando più a "il mese prossimo."

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