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Storie di vita

Il vuoto dietro il cancello di via Fontanelle

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Sono uscito dal carcere di Volterra alle sette del mattino, il ventitré marzo. Il cancello si è aperto con lo stesso rumore metallico che avevo sentito per undici anni, ogni sera, alla conta. Solo che stavolta ero dall'altra parte. Mi chiamo Renato Boschi, ho quarantasette anni, e da quella mattina avevo un pensiero solo: mia sorella.

Ada era rimasta l'unica famiglia che mi restava dopo la morte dei nostri genitori. Viveva ancora nella casa di famiglia, a Casole d'Elsa, un paesino della provincia di Siena arroccato su una collina, con la piazza piccola e il campanile che suona ogni quarto d'ora anche di notte, che ti abitui a odiarlo e poi non riesci più a dormire senza. Mi scriveva ogni settimana, all'inizio. Poi ogni mese. Poi, negli ultimi due anni, quasi niente. L'ultima lettera l'avevo ricevuta a settembre, diciotto mesi prima. Mi diceva che l'orto andava bene, che le galline avevano ripreso a fare le uova dopo l'inverno, che mi aspettava.

Non avevo soldi per il pullman fino a Siena. Il foglio di dimissione diceva "rimborso spese di viaggio", ma quello che mi avevano dato in mano bastava sì e no per un caffè e un biglietto della corriera fino alla stazione. Ho contato le monete due volte, poi le ho rimesse in tasca.

— A piedi, — ho detto, da solo, senza che nessuno mi sentisse. — Ci vado a piedi.

Non saprei spiegare perché mi sembrasse giusto. Forse perché non volevo arrivare a Casole come un turista sceso dal pullman con la borsa di plastica. Volevo arrivarci come uno che sconta ancora qualcosa, un passo dopo l'altro, con le suole consumate a raccontare quello che le parole non sapevano dire.

Sono partiti quattro giorni di cammino lungo le strade della Val d'Elsa. Colline coperte di cipressi, campi arati color ruggine, qualche vigneto già potato per l'inverno che non c'era ancora — era marzo, e i mandorli fiorivano bianchi lungo i fossi. Ho dormito una notte in un casale abbandonato con il tetto sfondato, un'altra in un pagliaio, un'altra ancora vicino a un fuoco che avevo acceso io stesso con rami di ulivo, che bruciano piano e fanno un fumo dolce.

Le gambe mi facevano male in un modo che non ricordavo. In carcere lavoravo in falegnameria: le mani erano abituate, le gambe no. Ma andavo avanti.

A un certo punto, in un paesino che non so nemmeno più il nome, una donna anziana mi ha fermato vicino a una fontanella pubblica.

— Di dove sei, tu? Non sei di qui.

— Vado da mia sorella. A Casole.

— E prima?

Ho esitato. Non sapevo più mentire, ma dire la verità faceva scurire in faccia la gente, sempre.

— Vengo dal carcere, — ho detto. — Ho scontato la pena. Vado da mia sorella.

Lei non si è tirata indietro.

— Siediti. Ti do del pane e un pezzo di pecorino.

Mi sono seduto sul muretto davanti a casa sua. Mangiavo, lei mi guardava.

— Tua sorella sta bene?

— Deve stare bene, — ho risposto. — Mi scriveva. L'ultima lettera un anno e mezzo fa. Magari la posta ci mette di più, con questi tempi.

Lei è rimasta zitta. E in quel silenzio c'era qualcosa che mi ha gelato dentro, più del vento di marzo.

Ho finito di mangiare, ho ringraziato, sono ripartito. Ma il pensiero era rimasto lì, conficcato come una scheggia. E se…

L'ho cacciato via camminando più veloce, come se si potesse superare a piedi la disgrazia.

La causa di tutto era stata una sera di dodici anni prima, no, undici — undici anni prima, un litigio da ubriachi fuori da un bar di Poggibonsi. Un vicino aveva detto una cosa sporca su nostra madre, che allora era ancora viva. Io non ho retto. L'ho spinto. Un colpo solo, ma lui è caduto male, la testa contro lo spigolo del marciapiede. È morto sul colpo.

Il tribunale mi ha dato undici anni per omicidio preterintenzionale. Ada era in prima fila, all'udienza. Piccola, con le mani strette sulla borsetta. Piangeva senza far rumore. Quando hanno letto la sentenza si è alzata e ha detto solo:

— Ti aspetto, Renato. Tu tieni duro.

E io ho tenuto duro.

Il quarto giorno di cammino il tempo è peggiorato. Pioggia fitta, poi un acquazzone che mi ha inzuppato il giaccone fino alle ossa. Un camion carico di balle di fieno mi ha superato e poi si è fermato.

— Sali, — ha detto l'autista, un uomo sulla cinquantina con un berretto della Fiat. — Ti porto fino al bivio per Casole.

Mi sono seduto in cabina, zitto, a scaldarmi. Lui mi guardava con la coda dell'occhio. Vestito male, faccia grigia, non del posto. Ma non ha fatto domande. Al bivio mi ha lasciato scendere.

— Ce la fai?

— Ce la faccio, — ho detto. — Ci sono abituato.

Restavano dodici chilometri. Li ho fatti tutti d'un fiato, senza fermarmi, con la paura che cresceva a ogni passo. E se la casa fosse chiusa? E se Ada fosse malata?

Sono entrato a Casole d'Elsa poco prima dell'alba, con la nebbia bassa sulla piazza e le persiane ancora chiuse. Non l'ho riconosciuto, il paese. La strada era la stessa, il campanile pure, la vecchia quercia all'ingresso del cimitero anche. Ma tante case erano vuote. Finestre murate. Un cane abbaiava da qualche parte, con la voce roca di chi non ha più fiato.

Ho svoltato in via Fontanelle. Sono passato davanti alla vecchia bottega del fabbro, chiusa da anni, e mi sono fermato di colpo.

Al posto della nostra casa c'era un prato incolto. Erbacce alte fino al petto. Ortiche. I resti delle fondamenta coperti di rovi. Niente muri, niente tetto, niente della veranda dove Ada, la sera, sedeva a guardare la strada aspettando che tornassi.

— Ada? — ho detto piano.

Silenzio.

Ho fatto un passo. Poi un altro. Sono entrato nell'erba, scostandola con le mani come se potessi trovare qualcosa che non c'era più. Qui c'era la cucina. Qui il corridoio. Qui la mia stanza, con la foto di me a dieci anni con la canna da pesca appesa al muro.

Niente.

Mi sono seduto per terra, in mezzo alle ortiche. Senza pensieri. Senza lacrime. Solo un vuoto, quel tipo di vuoto che arriva quando crolla tutto insieme.

— Ehi, — ha chiamato qualcuno. — Chi sei?

Vicino a quello che restava del cancello si era fermata una donna anziana, con un fazzoletto in testa e un secchio in mano. La vicina, la Pierina. L'ho riconosciuta subito.

— Signora Pierina, sono io. Renato.

— Madonna santa… Renato? Sei tu?

— Sono io.

— Oddio, che disgrazia… — si è portata una mano alla bocca. — Renato, tu vieni da… e qui…

— Dov'è mia sorella? — ho chiesto. — Dov'è la casa?

La Pierina è rimasta zitta un momento. Poi ha detto:

— La casa l'hanno demolita. E tua sorella… è quasi un anno e mezzo che…

Si è fatta il segno della croce.

— Era inverno. Un freddo cane. Lei accendeva la stufa a legna, come sempre. Una scintilla dev'essere caduta sul tappeto, mentre non guardava. Ha preso fuoco tutto. Ha fatto in tempo a uscire, ma ha respirato troppo fumo. Polmonite. L'ambulanza non è arrivata in tempo, la strada era bloccata dalla neve. È morta, Renato. Tre giorni dopo, all'ospedale di Siena. Non era più cosciente, ormai.

— E la casa?

— Era vecchia. Senza nessuno che la curasse è andata giù piano piano. Il tetto ha ceduto, il camino è crollato. Il Comune l'ha dichiarata inagibile. L'hanno buttata giù. Il terreno adesso non è di nessuno.

Sono rimasto zitto. La Pierina piangeva, io no. Non ci riuscivo. Come se avessi già pianto tutto in undici anni.

— Le lettere, — ho detto alla fine. — Mi scriveva sempre. Poi ha smesso. Pensavo fosse colpa della posta.

— Scriveva, — ha annuito la Pierina. — Fino all'ultimo ha scritto. Poi non c'era più nessuno che scrivesse. Volevo avvisarti io, mandarti una lettera in carcere. Ma non avevo l'indirizzo.

— Dove l'hanno sepolta?

— Al cimitero, vicino al bosco di lecci. Vieni, ti accompagno. C'è una croce di legno.

Siamo andati insieme, io e la Pierina. Il cimitero stava su un poggio, circondato su tre lati dal bosco. Il vento muoveva le foglie secche sulla ghiaia. La croce era semplice, di legno, con una targhetta.

"Ada Boschi." E le date.

Mi sono tolto il berretto. Mi sono inginocchiato nell'erba bagnata.

— Perdonami, Ada, — ho detto. — Non sono arrivato in tempo. Perdonami.

La Pierina è rimasta in disparte, senza disturbare. Sono rimasto lì più di un'ora. Parlavo piano, quasi senza voce. Le cose che i fratelli dicono alle sorelle quando ormai non ci sono più. Le promesse non mantenute. La vergogna.

Poi mi sono alzato. Mi sono avvicinato alla Pierina.

— Grazie di tutto.

— E adesso dove vai, Renato?

— Non lo so, — ho risposto. — Non ci ho ancora pensato.

— Rimani, — ha detto lei, all'improvviso. — La casa è andata, ma il posto c'è ancora. Ho un capanno degli attrezzi, grande, ci sta un letto. Per ora dormi lì. Poi si vedrà. Le mani le hai ancora buone?

Ho guardato i miei palmi. Larghi, callosi dalla falegnameria.

— Sì, — ho detto. — Le mani ce le ho.

— Bene. Con l'aiuto di Dio, qualcosa si sistema. Tua sorella, di lassù, sarebbe contenta. Pensava solo a te, tutta la vita.

Sono rimasto a Casole. All'inizio dormivo nel capanno della Pierina. Poi ho ripulito il terreno di famiglia, tagliato le ortiche, sgombrato le fondamenta. La gente del paese all'inizio mi guardava di sbieco. Poi, piano piano, con rispetto. Uno che esce dal carcere e sa ancora lavorare la terra e il legno, si fa vedere.

Prima di Natale avevo tirato su una stanza sola, piccola ma solida. Con le mie mani. La Pierina aiutava come poteva. Altri vicini portavano chi tavole, chi chiodi, chi attrezzi in prestito.

La sera dell'inaugurazione è venuto mezzo paese. Vino, castagne arrosto, chiacchiere.

Ma la mattina dopo, prima che arrivasse qualcuno, sono andato dal notaio di Poggibonsi, il dottorEnzo Cavalli, con la busta gialla che la Pierina mi aveva conservato in tutti quegli anni — le ultime lettere di Ada, e in fondo a una di esse, piegato in quattro, un foglio che avevo trovato tra le sue cose recuperate dall'incendio: la delega che mi nominava erede del piccolo conto della cassa di risparmio, milleduecento euro, tutto quello che restava dei suoi risparmi da maestra elementare in pensione. Undici anni di stipendi minimi, messi da parte un poco alla volta, aspettando che tornassi.

Ho firmato le carte. Ho aperto un conto a mio nome alla Banca Popolare, in paese, e ho versato quei soldi come prima pietra — non per spenderli, ma per non lasciarli fermi in un cassetto come un rimprovero. Con quei soldi, e con quello che guadagnavo aggiustando mobili per i vicini, ho comprato le tegole per il tetto.

La sera, prima di andare a dormire, sono uscito sull'aia. Ho guardato la collina, dove nel buio si indovinava il bosco di lecci. La tomba di Ada.

— Ecco, — ho detto piano. — Sono tornato. Tardi. Ma sono tornato.

Il vento ha mosso i rami. E a me è sembrato che lei, in qualche modo, l'avesse sentito.

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