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La parrucca

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Lavoro come personale di servizio nei galà. Non è una vita da film, qualunque cosa si creda. Dodici ore in scarpe scomode, canapé freddi e la paura costante che qualcuno rovesci un calice di rosso su un abito che costa quanto il mio affitto. Quella sera non fu diversa. Villa Reale a Monza, il parquet appena lucidato, le luci calde, gli invitati già al terzo giro di bollicine.

Stavo al bancone del bar a lucidare i bicchieri quando sentii un bambino urlare.

"No, mamma!"

Non sembrava il capriccio di un bambino felice, sembrava un grido d'allarme. Mi girai. Al tavolo più vicino al palco c'era Niccolò Bertoli, presidente del consiglio di amministrazione di Bertoli Impianti, in un abito su misura. Accanto a lui sua moglie Federica stava cercando di far scendere un bambino di cinque anni da una sedia. Il bambino, Mattia, si liberò dalla sua presa. Rovesciò un vaso di vetro e corse dritto attraverso la fila di vassoi.

Non credo che nessuno sia riuscito a reagire in tempo. Il bambino aveva quella velocità che hanno solo i piccoli e gli animali. Si fermò davanti a una cameriera in grembiule nero, una donna che non avevo mai visto. Teneva in mano un vassoio pieno di cocktail di gamberi, la schiena rivolta verso di me.

Mattia le si gettò tra le gambe.

"Mamma mia!" disse.

La cameriera rimase immobile per due secondi. Poi posò il vassoio su un tavolino d'appoggio, si inginocchiò e abbracciò il bambino. Le mani le tremavano tanto che riusciva a stento a tenerlo per il bavero della giacchetta.

Niccolò arrivò di corsa.

"Mattia, scusa. È solo stanco." Sorrise agli invitati intorno, quel sorriso storto che tutti riconoscevano dalle interviste aziendali. "Vieni qui, campione."

Mattia affondò il viso nella spalla della cameriera.

"No, papà. È lei. La mia mamma. Ho visto la foto in camera tua."

Un brusio attraversò la sala. Qualcuno posò un bicchiere con un colpo secco. Una cameriera vicino a me trattenne il respiro.

Niccolò diventò grigio in viso. "Mattia, la tua mamma è morta quando eri piccolo. Ti stai confondendo."

Il bambino si aggrappò più forte. "No. È lei. La riconosco."

La cameriera si alzò. Non aveva fretta. Si sistemò il grembiule, si tolse una ciocca dalla fronte e guardò dritto Niccolò.

"Ha ragione, Niccolò."

Afferrò il bordo della parrucca nera che portava e se la tolse. Non ci fu nemmeno un suono. Io ero a tre metri di distanza e vedevo come le sue dita stringessero la parrucca tanto forte che le nocche erano diventate bianche.

Sotto la parrucca era biondo, i capelli corti, un po' grigi alle tempie.

"Carlotta…" disse Niccolò. Non lo disse a voce alta. Fu un respiro svuotato d'aria.

Federica rimase ferma al tavolo. Il suo viso era teso, come se stesse cercando di capire se i cellulari degli invitati stessero filmando. Due donne al tavolo accanto registravano con i telefoni.

Carlotta, così si chiamava la cameriera, controllammo il turno più tardi, fece un passo verso Niccolò.

"Pensavi che fossi morta. Ma non hai mai chiesto cosa fosse successo. Non hai richiamato i carabinieri dopo la prima settimana. Hai solo fatto stampare il necrologio."

Niccolò aprì la bocca. Non ne uscì nulla.

Carlotta mise la mano nella tasca del grembiule e tirò fuori un foglio piegato. Mi ricordo che pensai: l'ha tenuto lì in tasca tutta la sera. Dall'inizio. La luce del lampadario lo colpì in modo che potessi vedere un piccolo timbro. Quello tondo e blu del tribunale.

"Questa è una copia della sentenza del tribunale di Monza." La voce non le si spezzò. Parlava come se leggesse una lista della spesa. "Sono la mamma di Mattia. E ho l'affidamento esclusivo. La decisione è arrivata venerdì scorso."

Spiegò il foglio e lo tenne alzato perché Niccolò potesse vederlo. Lui non lo lesse. Guardava Mattia, che era rimasto accanto a Carlotta con il braccio aggrappato alla sua gamba.

"Ti arriverà una copia ufficiale durante la settimana," disse Carlotta. "In più il tribunale ha calcolato quanto devi come mantenimento arretrato per i quattro anni in cui hai vissuto con Mattia senza che io lo sapessi. Sono poco più di un milione in totale. Un milione e ottantamila euro." Ripiegò il foglio e lo mise sulla pila di vassoi accanto a sé. "Non verrò a cercarti per questo. Sai dove abito."

Prese la mano di Mattia e si avviò verso l'uscita. Il bambino la seguì senza voltarsi indietro.

Niccolò rimase immobile. Il polso gli pendeva lungo il fianco, come se qualcuno gli avesse staccato la spina. Federica gli si avvicinò, si sfilò la fede e la posò sul tavolo accanto a un tramezzino dimenticato.

"Non sapevo che fossi così stupido," disse.

Uscì dalla porta laterale, verso il guardaroba. I tacchi battevano sul pavimento di marmo.

Io continuai a lucidare i bicchieri. C'era una piccola scheggia di vetro sul bancone, da un calice rotto in qualche momento della serata. La raccolsi e la misi nella pila dei tovaglioli usati.

Quando alzai di nuovo lo sguardo, Niccolò era sparito. Era rimasto il foglio piegato in due. Nessuno lo toccò per un'ora.

Versai un bicchiere d'acqua del rubinetto a una cameriera che tossiva. Lo prese senza guardarmi.

"Era nel turno di oggi?" chiese.

"No," dissi. "È entrata dalla cucina, così."

Continuammo a servire. La musica riprese dopo un quarto d'ora. Il brusio degli invitati tornò, prima timido, poi come un vuoto che si riempiva di nuovo.

A mezzanotte sistemai la postazione. Era lunedì. L'ultimo treno per Milano Centrale partiva all'1:40. Pensai che forse sarei passato all'autogrill della stazione a prendere un caffè. Un euro e cinquanta. Sempre lo stesso prezzo, qualunque segreto venga fuori ai galà.

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