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Il tovagliolo di lino al Caffè Bellavista
Elena Ravazzolo aveva imparato a riconoscere il rumore dei tacchi sul pavimento di cotto ancora prima di alzare gli occhi. Era il mercoledì di inizio ottobre, le undici e un quarto, e al Caffè Bellavista di Bergamo, in via Pignolo, c'era quella luce morbida che filtra tra le tende quando fuori piove senza convinzione.
Teneva in braccio Nina, sei settimane, avvolta in uno scialle color crema che le aveva fatto sua sorella. Aveva scelto il tavolino d'angolo apposta, quello vicino alla libreria con le riviste vecchie, pensando che lì nessuno l'avrebbe disturbata. Un cappuccino da un euro e quaranta, ordinato e mai toccato, una brioche con la marmellata ancora intera nel piattino.
Nina aveva iniziato a piangere con quel pianto acuto dei neonati che non accetta rimostranze. Elena si era girata verso la parete, aveva alzato lo scialle sulla spalla, e aveva allattato come faceva ormai da sei settimane. Si strofinò un occhio con il dorso della mano libera — aveva dormito tre ore quella notte, le aveva contate tutte guardando la sveglia.
Fu allora che arrivò la voce.
«Signora, mi scusi.»
Carla Pezzani gestiva il Bellavista da dodici anni, da quando l'aveva rilevato dal padre. Si era fermata a un metro dal tavolino, con in mano un tovagliolo di lino bianco, piegato in quattro, come se fosse un oggetto prezioso da consegnare con cura.
«Si coprisse un po', per favore. C'è gente che fa colazione.»
«Sto allattando mia figlia.» La voce di Elena si incrinò a metà frase. «Non sto facendo niente di strano.»
«Lo so, lo so» disse Carla, e il tovagliolo restava lì, teso tra le dita. «È che il tavolo accanto al suo ha chiesto se può andare in bagno, o coprirsi con questo.»
Al tavolo accanto c'erano due uomini sulla cinquantina, completo grigio uno, giacca blu l'altro, un caffè corretto e la Gazzetta dello Sport piegata in due. Non guardavano, ma non guardavano con quella intenzione precisa di chi vuole farsi notare mentre non guarda.
«Non vado in bagno a nutrire mia figlia» disse Elena. «E non mi copro come fosse una vergogna.»
«Non ho detto vergogna.» Il tono di Carla si fece più secco, da chi ha ripetuto una frase già troppe volte quella settimana. «Ho detto discrezione. Questo è un locale, signora, mica un parco giochi.»
Fu la parola «parco» a far voltare altri due tavoli. Una ragazza con il portatile aperto su un foglio Excel alzò gli occhi. Un signore anziano con il bastone appoggiato alla sedia smise di mescolare il caffè.
Elena non si mosse. Restò seduta, Nina attaccata, lo scialle che scivolava un poco e che lei rialzò con uno strappo secco, tanto che quasi le sfuggì di mano.
«Lei lo sa che allattare in pubblico è un diritto tutelato dalla legge, vero?»
«Lo so benissimo» disse Carla. «E so anche che questo bar è mio, che quei due signori sono clienti da dieci anni, e che se continuano a sentirsi a disagio domani vanno a fare colazione dal Nino, due porte più in là.»
«E io sarei la causa del disagio.»
«Io non ho detto questo.»
«L'ha detto il tovagliolo.»
Carla rimase con il tovagliolo in mano, come se non sapesse più cosa farne. Lo posò sul tavolo, vicino alla brioche intatta, e si allontanò verso il bancone senza aggiungere altro — ma non prima che Elena notasse lo sguardo che scambiò con il barista, un ragazzo giovane che si era fatto piccolo dietro la macchina del caffè.
Nina finì di poppare dopo qualche minuto. Elena la riattaccò allo scialle, prese il cappuccino ormai freddo e lo bevve comunque, tutto, fino in fondo, fissando il bancone. Poi pagò, lasciò venti centesimi sul piattino, sbagliando quasi a contarli, e uscì senza salutare.
A casa, quella sera, raccontò tutto a suo marito Davide mentre lui scaldava un biberon di Nidina per il turno di notte. Lui l'ascoltò senza interromperla, poi disse solo: «Scrivi la recensione. Scrivi tutto, con nomi e orario.»
Lei non voleva scrivere nessuna recensione. Voleva tornare al Bellavista.
Ci tornò quattro giorni dopo, un sabato, alle dieci meno un quarto, con Nina nella fascia e con in borsa una copia stampata dell'articolo sulla legge regionale che garantisce il diritto di allattare ovunque ci si trovi legittimamente, senza che nessun gestore possa imporre restrizioni. L'aveva trovata online la sera prima, insieme al numero del Garante per la tutela della maternità della sua ASST.
Carla era al bancone, come sempre. Vide entrare Elena con la fascia, e qualcosa nel suo viso si incrinò — non proprio un sorriso, più un cedimento.
«Sono tornata» disse Elena. «Non per litigare. Volevo solo chiederle una cosa.»
«Mi dica.»
«Quanti anni ha, Carla? Se posso chiederlo.»
«Cinquantasei. Perché?»
«Perché io ne ho ventinove, e tra meno di un anno dovrò tornare al lavoro, e Nina continuerà a dover mangiare — in un bar, in un treno, in una sala d'aspetto. E ogni volta che qualcuno mi dirà di coprirmi, io mi fermerò, spiegherò, perderò tempo che non ho. Oppure posso fermarmi adesso, con lei, e chiudere la cosa per bene.»
Carla si asciugò le mani su un canovaccio che non aveva bisogno di essere asciugato. «Quel giorno ho sbagliato modo. Non sostanza — il modo.»
«Il modo era tutto» disse Elena. «Il tovagliolo, soprattutto.»
Ci fu un silenzio rotto solo dal rumore della macchina del caffè che tirava fuori un espresso per il ragazzo del bancone.
«Vuole sapere una cosa?» disse Carla alla fine. «I due signori del tavolo accanto non sono più tornati. Sono andati davvero dal Nino. E in compenso ho ricevuto tre email di gente che non conosco neanche, con delle cose che non vorrei ripeterle.»
«Si merita quelle email?»
«No.» Carla si fermò un attimo, le mani ancora sul canovaccio. «Ma mi merito quello che mi ha detto lei, l'altra volta. Sì.»
Elena tirò fuori dalla borsa il foglio stampato, lo posò sul bancone, piegato in quattro — esattamente come il tovagliolo di quel giorno. «Non gliela lascio per farle la lezione. Gliela lascio perché la metta dove vuole. Magari in cucina, vicino al calendario dei turni. Così la prossima mamma che si siede al tavolo d'angolo non deve neanche aprire bocca.»
Carla prese il foglio, lo lesse in piedi, appoggiata al bancone, e alla fine lo infilò sotto il vetro della cassa, proprio dove i clienti abituali lasciano i biglietti dell'ATB scaduti e gli scontrini dimenticati. Poi tirò fuori da sotto il bancone un cartoncino bianco scritto a mano.
«Questo lo scrivo adesso, o lo scrivo dopo che se n'è andata» disse, senza guardarla. «Decida lei quale preferisce.»
«Lo scriva adesso.»
Carla prese un pennarello nero dal cassetto delle comande e tracciò le lettere senza fretta: QUI LE MAMME ALLATTANO DOVE VOGLIONO, QUANDO VOGLIONO. PUNTO. Lo portò alla vetrina e lo fissò con due pezzi di nastro adesivo, uno storto.
Al tavolo accanto a quello d'angolo, i due signori del completo grigio e della giacca blu erano appena entrati, si erano seduti, e stavano guardando il cartoncino con la faccia di chi non ha ancora deciso se è il caso di restare o di andare davvero dal Nino, questa volta per sempre.
Elena si sedette al tavolo d'angolo, ordinò un cappuccino, e questa volta lo bevve caldo, con Nina che poppava sotto lo scialle color crema. Carla, dal bancone, le passò vicino con lo strofinaccio ancora in mano, si fermò un istante accanto al tavolo, poi tornò alla macchina del caffè e ricominciò a pulirla, un centimetro alla volta, come se le mani avessero bisogno di tenersi occupate più della macchina di essere lucidata.
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