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Il livido sotto il collo di Beatrice

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La cosa più strana non fu il livido.

Fu la velocità con cui Loretta glielo nascose.

Nella sala al piano terra della villa dei Rossi, a Lucca, i gigli bianchi facevano da cornice alla bara aperta di Beatrice. Fuori pioveva, una di quelle piogge di fine ottobre che sembrano non voler smettere mai. Dentro, solo il fruscio dei vestiti e qualche singhiozzo trattenuto.

Beatrice indossava l'abito color avorio che aveva scelto lei stessa due anni prima, per il matrimonio con Marco. L'anello era ancora al dito.

Marco era in piedi accanto alla bara da venti minuti, senza muoversi. Poi, piano, le prese la mano sinistra tra le sue.

"Sono arrivato tardi," disse. Solo questo. "Sono arrivato tardi."

Chinò la testa verso quella mano fredda. Fu un gesto piccolo, quasi involontario — ma bastò a smuovere il colletto dell'abito, scollato di pochi millimetri sulla clavicola.

Apparve un segno. Viola, piccolo, senza ferita, senza sangue. Niente che si potesse descrivere come orribile. Ma era lì.

E Loretta si mosse.

Mezzo passo avanti, non più. La madre di Beatrice allungò una mano e tirò su il tessuto, con un gesto che a chiunque altro sarebbe parso di cura, di pudore verso la morta.

Marco vide tutto.

Rimise la mano di Beatrice esattamente dove stava, con la stessa delicatezza con cui l'aveva presa. Poi alzò gli occhi su Loretta.

"Cos'è quello?"

Lei si irrigidì. "Marco, ti prego, non fare una scena. Non qui."

La voce era ferma. Le mani no: le strinse una contro l'altra, le nocche bianche sul tessuto nero della gonna.

Dietro Loretta, suo figlio Davide — fratello di Beatrice — fissava il pavimento come se ci fosse scritto qualcosa di molto interessante. Il respiro gli si era fatto corto, visibile, quasi un ansimare controllato.

Marco si avvicinò a lui. Un passo. Una mano sulla spalla, ferma, senza violenza.

"Dimmi cosa è successo prima che arrivassi."

Davide aprì la bocca. Niente ne uscì. Provò a reggere gli occhi di Marco e non ci riuscì: li lasciò scivolare verso sua madre, un attimo, una frazione di secondo che però bastò.

A Loretta si svuotò il viso di colore.

Marco lasciò andare la spalla di Davide. Restò fermo, a un passo da entrambi, con la bara di Beatrice alle sue spalle e trentadue persone — parenti, colleghi, l'anziana vicina del piano di sotto — che fingevano di non guardare.

"Era incinta," disse Marco. "Chi le ha fatto questo?"

Nessuno rispose.

Fu la dottoressa Elisa Conforti a rompere il silenzio, l'impermeabile bagnato ancora appoggiato sul braccio. Era venuta solo per firmare il registro delle condoglianze. Ma quel livido, insieme a un dettaglio che aveva notato tre settimane prima durante una visita di controllo a Beatrice — una leggera frattura mai denunciata al polso, "caduta dalle scale," le aveva detto Beatrice — le si ricompose davanti agli occhi in un disegno che non poteva più ignorare.

"Marco," disse, avvicinandosi, "forse è meglio continuare questa conversazione fuori."

Ma Marco non si mosse. "No. Qui. Ora."

Fu allora che Davide parlò, con la voce che gli si rompeva a metà frase. "Non volevo… Beatrice è caduta dalle scale di casa vostra, in via del Fosso, due settimane fa. Mamma ha detto di non dirti niente perché… perché avevi già abbastanza pensieri col cantiere, e lei non voleva che…"

"Che cosa," disse Marco. "Che io scoprissi che mia moglie si faceva male in questa casa e nessuno me lo diceva?"

Loretta si fece avanti, le mani tremanti. "Non era niente di grave, pensavamo. Un livido, una storta. Beatrice non voleva preoccuparti, lei…"

"Beatrice è morta, Loretta." La voce di Marco era bassa, ma tagliava più di un urlo. "Il medico legale ha scritto 'emorragia compatibile con trauma non recente, non trattato'. L'ho letto ieri sera senza capire di che trauma parlasse. Adesso lo so."

La dottoressa Conforti strinse l'impermeabile sotto il braccio e non disse nulla: non era lei a dover rispondere, quel giorno.

Marco si voltò verso la bara. Rimase un lungo momento a studiare il profilo di Beatrice — lo zigomo, la piega della bocca, quella ciocca di capelli che qualcuno le aveva pettinato male sulla fronte — poi tornò verso Loretta e Davide.

"Domani vado dall'avvocato Sertori, in piazza San Michele. Prendo la cartella clinica, le foto che la dottoressa Conforti farà adesso a quel segno, e sporgo denuncia per omissione di soccorso. Non per vendetta. Perché qualcuno deve rispondere delle due settimane in cui mia moglie e nostro figlio sono morti aspettando che qualcuno dicesse la verità."

Nessuno rispose.

Marco chiamò con un gesto il cugino di Beatrice, gli indicò il collo e il polso della moglie, disse "discrezione, prima che chiudiamo" con le mani che non tremavano più. Poi restò a guardare mentre scattava le fotografie.

Loretta rimase sola accanto alla bara. Davide uscì sotto la pioggia, senza ombrello, e non si voltò indietro.

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