Storie di vita
Il piccolo negozio di Nonna Celeste
A Lucca, dietro la basilica di San Frediano, c'era una donna che tutti chiamavano "quella che prega troppo". Si chiamava Assunta, aveva quarantadue anni, lavorava alla Conad di via Fillungo e ogni mattina, prima di aprire la cassa, si fermava cinque minuti in chiesa. Non chiedeva mai niente di concreto, diceva il parroco, don Benedetto. Chiedeva solo una cosa, sempre la stessa: vedere Dio. Anche un minuto solo. Le bastava.
Aveva iniziato a chiederlo dopo il funerale del padre, nel 2019. Suo marito l'aveva lasciata due anni dopo per una collega di Pistoia, portandosi via la Panda e metà dei risparmi del conto cointestato — tremilaseicento euro, lei li contava ancora, ogni tanto, come una ferita che riapre da sola. Da allora Assunta viveva da sola in un bilocale di via del Fosso, pagava l'affitto puntuale il primo del mese, e la domenica andava a messa delle otto, quella vuota, quella dei vecchi.
Una notte di novembre, dopo un turno doppio al supermercato, si addormentò sul divano con la televisione ancora accesa. E sognò.
Si trovò davanti a una bottega stretta, con la vetrina sporca e la tenda di plastica a strisce come quelle dei vecchi forni di paese. Sopra la porta, un'insegna scolorita diceva solo "ALIMENTARI". Entrò, perché era curiosa, perché nel sogno le gambe si muovevano da sole.
Dietro il bancone c'era un uomo anziano con un grembiule blu, le maniche tirate su, che pesava qualcosa su una vecchia balanza di ferro. Alzò gli occhi, e le sue mani si fermarono sopra il piatto della balanza senza posare il peso: in quel gesto sospeso Assunta capì tutto prima ancora che lui parlasse.
«Sei Tu» disse, e le si chiuse la gola.
«Mi hai chiesto di vedermi per anni» rispose Lui, riprendendo a versare quella polvere bianca che sembrava farina, o forse zucchero. «Eccomi. Lavoro qui.»
«In un negozio di alimentari?»
«In un negozio di alimentari a Lucca, perché qui mi hai cercato.»
Assunta guardò gli scaffali. Erano vuoti, tranne per piccole scatole bianche impilate fino al soffitto, senza etichetta.
«Posso comprare qualcosa?» chiese, e la voce le uscì più piccola di quanto avrebbe voluto.
«Tutto quello che vuoi davvero. Dimmi.»
E allora lo disse tutto d'un fiato, come se avesse paura che la lista le scappasse di mano: «Voglio la felicità. Voglio l'amore, uno vero, non come quello che ho avuto. Voglio la salute per mia madre, che ha il diabete e non si cura come dovrebbe. Voglio un po' di serenità economica, perché a fine mese conto gli euro sul tavolo della cucina. E se è possibile» aggiunse più piano, quasi vergognandosi, «vorrei anche sentirmi di nuovo bella, almeno una volta.»
Lui ascoltò tutto senza interromperla. Poi si voltò ed entrò nel retrobottega, come se dovesse controllare gli scaffali più in fondo, quelli che Assunta non riusciva a vedere dalla cassa.
Tornò con una scatolina di cartone bianco, grande quanto una scatola di confetti da matrimonio.
Assunta la guardò e sentì qualcosa stringersi dentro il petto. «Tutto questo» disse, e indicò la scatola con un dito tremante, «non può starci dentro. Ho chiesto così tanto.»
Lui gliela posò tra le mani, piegando per un attimo le dita di lei sopra il cartone, come si fa per insegnare a un bambino a tenere qualcosa di fragile senza farlo cadere.
«C'è tutto quello che hai chiesto» disse. «Ma in questo negozio non vendo risultati già pronti. Vendo solo semi. Quello che cresce, dipende da te.»
Assunta si svegliò alle sei e dieci, con la televisione che mandava ancora la pubblicità di un materasso, e la scatola bianca che ovviamente non c'era da nessuna parte. Ma restò sul divano per un quarto d'ora, immobile, a guardare il soffitto, con le dita ancora chiuse a pugno come se avessero davvero stretto quel cartone.
Quel giorno non andò subito al lavoro. Prima passò da sua madre, in via dell'Angelo Custode, con la scusa del caffè. Le mise davanti il glucometro che aveva comprato in farmacia il mese prima e non aveva mai tirato fuori dalla scatola, e si sedette lì finché sua madre non si misurò la glicemia per la prima volta in sei mesi: 187. Troppo alta. Fissò un appuntamento dal diabetologo per il giovedì successivo, lo scrisse sull'agenda con la penna rossa, e questa volta non lo lasciò scivolare.
Il mese dopo chiese un colloquio con la sua responsabile, la signora Fiorini, e ottenne il turno del mattino fisso invece di quello a rotazione: due ore in meno di spese per lo scaldabagno, centoventi euro risparmiati su una bolletta che prima pagava sempre in ritardo. Non era la ricchezza, ma era un seme piantato, e per la prima volta da tre anni riuscì a metterne via una parte, su un libretto postale aperto apposta, intestato solo a lei.
E all'amore non corse dietro. Aspettò. Continuò ad andare a messa delle otto, continuò a servire al reparto gastronomia della Conad, dove un vedovo di nome Osvaldo, che comprava sempre il prosciutto crudo di Parma a fette sottili per la nipote, un giorno le chiese se le andava un caffè al bar dopo il turno. Lei disse sì senza fretta, senza aspettarsi niente, come si pianta un seme sapendo che non spunterà domani.
Non diventò improvvisamente felice, né bella secondo gli standard che aveva in testa da ragazza. Ma la sera, quando chiudeva la cassa e tornava a casa in via del Fosso, cominciò a sentire qualcosa che prima non c'era: non la felicità intera che aveva chiesto in quella bottega, ma il principio di qualcosa che, giorno dopo giorno, lei stessa stava coltivando.
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