Storie di vita
Caterina e il volo che le ha insegnato la lezione
Benedetta e il volo che le ha insegnato la lezione
Mi chiamo Benedetta Ferraris, ho trentasette anni e abito a Bergamo. Mia figlia Noemi ha sei anni ed è nello spettro autistico. Da quando mio marito Edoardo è morto in un incidente sulla statale, due anni fa, ho deciso che era il momento di restituire a Noemi un pezzo di normalità: quattro giorni al mare, in Sicilia, niente di più.
Sarebbe stato il primo volo di Noemi.
Avevo prenotato con settimane di anticipo: posto 14A per lei, finestrino, e 14B per me, di fianco. Non era un capriccio. Per Noemi guardare il cielo, la luce che cambia tra le nuvole, è quello che la tiene ancorata quando tutto il resto le sembra troppo forte, troppo veloce, troppo rumoroso. Un aeroporto pieno di annunci e valigie che rotolano è già una prova difficile. Il finestrino era il patto che avevo fatto con lei per convincerla a salire su quell'aereo.
Siamo arrivate al gate di Orio al Serio con un quarto d'ora di anticipo. Noemi teneva in mano il suo elefantino di stoffa grigio, quello che non lascia mai, e ripeteva piano il numero del volo come una filastrocca: FR3821, FR3821.
Al posto 14A c'era già seduta una donna.
Avrà avuto una cinquantina d'anni, tailleur blu, valigetta di pelle sistemata nella cappelliera con cura quasi militare. Mi sono chinata verso di lei, con il tono più gentile che sono riuscita a trovare.
«Scusi, credo che questi siano i nostri posti. Il 14A e il 14B.»
Ha alzato gli occhi dal telefono con un'espressione infastidita, come se le avessi interrotto qualcosa di importante.
«Ho pagato anch'io il finestrino» ha detto. «Non mi muovo.»
È arrivata l'assistente di volo, una ragazza con i capelli raccolti e il distintivo con scritto Valentina. Ha controllato le due carte d'imbarco, ha sospirato, e ha spiegato quello che era successo: quella mattina avevano cambiato l'aeromobile, un Airbus più piccolo di quello previsto, e il sistema aveva riassegnato i posti in automatico. Un errore nel software aveva dato lo stesso posto a due passeggeri diversi.
Ho provato a spiegare, con voce bassa, che Noemi era autistica, che per lei il finestrino non era una preferenza ma una necessità, che ci eravamo organizzate da settimane proprio per quel dettaglio, che avevo pagato dodici euro in più apposta per quel posto.
Valentina si è girata verso la donna, cortese: «Signora, le andrebbe di spostarsi a un posto libero qualche fila più indietro? C'è un 22A disponibile, sempre finestrino.»
La donna non le ha nemmeno lasciato finire la frase.
«Io il finestrino l'ho PAGATO. E non mi sposto. Non è un problema mio.»
«Signora, la prego. Anche io ho pagato quel posto. E per mia figlia è davvero importante.»
«E perché dovrei essere io a spostarmi? Io mi sono già sistemata.»
Noemi aveva cominciato a dondolare leggermente sul posto, le mani stretta sull'elefantino, e contava a voce bassa: uno, due, tre, quattro. Le mani mi tremavano mentre le allacciavo di nuovo la cintura. Non volevo una scena davanti a lei, non volevo che il primo volo della sua vita cominciasse in un corridoio stretto con sua madre in lite. Ho preso Noemi per mano e ci siamo spostate in fondo, su due posti liberi vicino all'ala, lontano dal finestrino.
Mi sono seduta, ho stretto la cinghia dello zainetto di Noemi tra le dita finché non si è stabilizzato il motore, contando i secondi come faceva lei, per non pensare a quanto fosse ingiusto.
Noemi ha tenuto duro. Si è aggrappata al bracciolo, ha chiuso gli occhi quando il motore ha accelerato per il decollo, ma non ha pianto. Le ho tenuto la mano stretta finché l'aereo non si è stabilizzato in quota, a circa diecimila metri.
Dopo circa venti minuti, Valentina è passata di nuovo nel nostro corridoio con il carrello delle bevande. Si è fermata, si è chinata verso Noemi e le ha chiesto piano se le piacevano le nuvole. Noemi ha indicato il soffitto della cabina, dove non c'era nessun finestrino, e ha stretto più forte l'elefantino.
Valentina si è allontanata senza dire altro. Dopo qualche minuto è tornata con il comandante, Marco Bellomo, un uomo con i capelli brizzolati e la giacca dell'uniforme ancora abbottonata. Si è accucciato all'altezza del corridoio, vicino al nostro sedile, e ha parlato a voce bassa, quasi sovrastato dal rumore dei motori.
«Signora Ferraris, mi scuso per il disguido. Non posso spostare un passeggero contro la sua volontà senza una procedura, ma posso offrirle due posti in prima fila, 1A e 1B, liberi perché un passeggero non si è presentato. Non è il finestrino che aveva scelto, ma è il più vicino che ho.»
Non era la giustizia che avrei voluto, ma era qualcosa di concreto. Abbiamo cambiato posto in silenzio, io davanti, Noemi che si sistemava lo zainetto sulle ginocchia con la lentezza metodica di chi ha bisogno di rifare ogni gesto due volte per sentirsi al sicuro.
Il nuovo finestrino era più piccolo di quello che Noemi si era immaginata, ma bastava. Ha appoggiato la fronte al plexiglass freddo e ha guardato le nuvole sotto di noi, bianche e compatte come panna montata, per tutto il resto del volo. Ogni tanto alzava un dito e indicava una forma — «quella è una pecora», «quella è un gelato» — e io annuivo e basta, lasciando che fosse lei a riempire il silenzio.
Non ho più visto la donna del tailleur blu per il resto del viaggio. L'ho incrociata solo per un istante mentre scendevamo le scalette a Catania Fontanarossa, il sole già caldo nonostante fosse ottobre. Teneva lo sguardo fisso sul telefono, come all'imbarco, e non si è girata.
Al gate di arrivo, Valentina ci ha raggiunte con il carrello dei bagagli a mano e ha restituito a Noemi, con un gesto quasi impercettibile, una cartolina dell'aeroporto con disegnato un aereo azzurro. «Per il tuo primo volo» ha detto, e poi è tornata al lavoro senza aspettare un grazie.
Fuori, l'aria sapeva di salsedine e kerosene. Noemi ha preso la cartolina e l'elefantino, li ha messi uno dentro l'altro nello zainetto, e ha camminato verso il parcheggio dei taxi tenendomi per mano, contando i lampioni che passavamo, uno dopo l'altro, fino al mare.
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