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Storie di vita

Il tavolo in fondo alla sala

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Mi chiamo Carla, ho sessantatré anni e vivo a Lucca, in una casa che con mio marito Renato abbiamo tirato su mattone per mattone negli anni Ottanta, un pezzetto di orto dietro e le galline che tenevo ancora fino a qualche anno fa. Renato è morto nel duemilaquattordici, un infarto mentre sistemava la grondaia, e da allora vivo sola. Nostro figlio Matteo l'ho cresciuto praticamente da sola io, perché Renato per anni ha lavorato in Germania, muratore anche lui, tornava ogni due mesi. Matteo è cresciuto con le mani nella terra, sapeva mungere le capre del vicino prima ancora di imparare a leggere. Poi è andato a studiare a Pisa, ingegneria informatica, e un anno fa ha sposato Chiara.

Chiara è di Firenze, cresciuta in un attico sull'Arno, non ha mai visto una gallina viva in vita sua. È gentile, educata, ma quando parla di brunch o di una certa marca di borse mi sembra che stia descrivendo un altro pianeta. Il matrimonio l'hanno fatto a settembre, in una villa sulle colline fuori Lucca, con le candele dappertutto e un quartetto d'archi che suonava sottovoce durante l'aperitivo.

Il vestito me l'ha cucito la mia vicina Pierina, copiando un modello da una rivista del duemiladieci, perché uno nuovo da boutique non volevo comprarlo: centoventi euro buttati per una serata, mi sembrava uno spreco. Sono arrivata presto, emozionata, ho appoggiato la borsa sulla sedia vicino al tavolo principale, quello con il cartellino "Sposi e genitori". Mi sono seduta, ho sistemato la tovaglia, ho aspettato.

È arrivata Chiara con un foglio in mano, il trucco perfetto, l'espressione di chi deve dire una cosa scomoda e l'ha già preparata.

— Carla, scusi, abbiamo dovuto fare un cambio all'ultimo momento. Al tavolo quattordici starebbe più comoda, con i parenti di Matteo che vengono dalla campagna.

Non ho detto niente. Ho preso la borsa e sono andata. Il tavolo quattordici era proprio sotto la cassa dell'impianto audio, la musica così alta che non si riusciva nemmeno a chiedere il pane. Vicino a me, cugini di secondo grado che non vedevo da vent'anni, gente che a stento ricordava il mio nome. Ho mangiato la tagliata senza sentirne il gusto, ho battuto le mani ai discorsi, ho tenuto le mani incrociate in grembo per tutta la cena. Dentro mi sentivo un'estranea alla festa di mio figlio.

Quando è arrivato il momento del ballo madre-figlio, il presentatore ha chiamato il mio nome al microfono. Gli invitati hanno girato la testa verso il tavolo principale, cercandomi lì. Io non c'ero, ovviamente. Ho sentito lo stomaco chiudersi, le gambe diventare di legno sotto la sedia. In quel momento Matteo si è alzato.

Ha attraversato tutta la sala, senza fretta ma senza esitare un secondo, fino al tavolo quattordici, davanti a tutti.

— Mamma, vieni. Questo ballo è tuo, non importa dove ti hanno messa a sedere.

Mi sono alzata, le ginocchia che tremavano. Abbiamo camminato fino alla pista, ottanta invitati che si sono zittiti di colpo, e abbiamo cominciato a girare lenti.

— Scusa per il tavolo, mamma. L'ho saputo solo venti minuti fa.

— Non fa niente, figlio mio.

— Invece sì che fa. Ma adesso sei qui, vicino a me.

Ho appoggiato la testa sulla sua spalla, pensando a quando gli tenevo il manubrio mentre imparava ad andare in bicicletta sulla stradina di campagna, lui che strillava di non lasciarlo e io che non lo lasciavo mai davvero. Le lacrime sono venute da sole, ho dovuto passarmi il dorso della mano sotto gli occhi per non rovinare il trucco di Pierina. Finita la canzone mi ha abbracciata forte e mi ha detto che in qualunque città vivesse, e per quanti server e linee di codice scrivesse tutto il giorno, io sarei sempre rimasta sua madre, quella che l'aveva cresciuto tra l'orto e il pollaio.

Chiara si è avvicinata qualche minuto dopo, con gli occhi lucidi, stringendo ancora quel foglio con la disposizione dei tavoli, e mi ha chiesto scusa senza che nessuno la obbligasse: non aveva pensato che quella serata, per me, significasse tanto, che spostarmi da quel tavolo sarebbe stato come spostarmi fuori dalla sua vita. Ho pensato di dirle che andava bene così, che capivo, lasciare correre com'è nella mia natura. Poi ho guardato Matteo che mi teneva ancora la mano.

Tre giorni dopo ho preso un appuntamento dal notaio in via Fillungo, lo stesso studio dove avevamo registrato la casa con Renato trentotto anni prima. Avevo in borsa la cartellina con tutte le carte dell'orto e del terreno dietro casa, undicimila metri quadri. Il notaio Bernardi ha tirato fuori la bozza vecchia, quella scritta prima del matrimonio, dove un lotto andava a Matteo e Chiara come coppia. Ho messo un dito sul rigo e gli ho detto di cambiare la formula: il lotto va a Matteo, a suo nome. Lui ha annuito, ha corretto il testo al computer, me l'ha fatto rileggere parola per parola. Ho firmato in fondo a ogni pagina, ho pagato duecentoquaranta euro di spese di registrazione alla segretaria, e sono tornata a casa con la copia autenticata in borsa.

Un mese dopo Chiara mi ha telefonato, gentile come sempre, chiedendomi se per Natale potevamo essere tutti insieme da me a Lucca, invece che a Firenze. Ho detto di sì. La mattina della Vigilia ho tirato fuori dall'armadio la tovaglia ricamata da mia madre e l'ho stesa sul tavolo della cucina, lo stesso dove Matteo faceva i compiti con le ginocchia sbucciate dalle cadute in bicicletta. Ho contato sei sedie, una per ciascuno, e le ho sistemate tutte intorno. Fuori ho sentito il rumore della macchina di Matteo che svoltava nel cortile, e ho passato il palmo della mano su una piega del ricamo per lisciarla, proprio mentre si apriva lo sportello.

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