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Il conto intestato a Greta

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Bruno Castellani aveva sessantotto anni e una carrozzeria a Cesena che portava avanti dal 1987. Quando il cuore ha cominciato a dargli problemi, ha deciso di anticipare le cose: ha aperto un conto cointestato con la figlia, Greta, trentaquattro anni, per pagare le bollette della officina e, se fosse successo qualcosa, per non lasciarla incastrata tra notai e attese.

Non l'ha detto al genero, Fabio. Non perché non si fidasse — almeno così si diceva — ma perché quel conto era un affare tra padre e figlia, punto.

Il problema è arrivato a marzo, un martedì di pioggia fina, quando Bruno è andato in banca a Cesena per un bonifico e l'impiegata gli ha detto una cosa che non tornava: il saldo era sceso di dodicimilaseicento euro nelle ultime sei settimane. Lui non aveva prelevato niente.

È tornato a casa con la cartella dei movimenti stampata, le pagine ancora calde della fotocopiatrice. Si è seduto al tavolo della cucina, quello con la gamba corta che Greta gli aveva promesso di aggiustare da un anno, e ha guardato le date una per una. Bonifici da trecento, quattrocento, seicento euro. Tutti verso lo stesso IBAN.

Quello di Fabio.

Ha aspettato la domenica, quando Greta veniva a pranzo da sola — il marito, diceva sempre, aveva da fare in officina, quella dei pneumatici dove lavorava come gommista. Bruno ha messo in tavola i tortelli alla lastra che compra dal fornaio di via Cervese, ha aspettato che lei si sedesse, e poi ha tirato fuori i fogli da sotto il tovagliolo.

"Spiegami questi bonifici."

Greta ha guardato i fogli. Non ha fatto domande su cosa fossero — segno che già lo sapeva.

"Papà, è una cosa temporanea. Fabio ha avuto delle spese con l'officina, il fornitore dei pneumatici gli ha alzato i prezzi e —"

"Con il mio conto?"

"Con il conto che è anche mio."

"È mio, Greta. L'ho aperto io perché tu potessi pagare le bollette di qui, non perché tuo marito ci facesse la cassa per l'officina sua."

Lei si è alzata, ha girato intorno al tavolo, si è fermata vicino al frigorifero dove Bruno teneva ancora la calamita col disegno che lei aveva fatto a otto anni — un cane storto, marrone, con la scritta PAPÀ sopra.

"Non ne parliamo davanti a te. Fabio non voleva che lo sapessi, aveva paura che ti arrabbiassi."

"Si è preoccupato di questo e non del fatto che stava prendendo soldi non suoi."

Il pranzo è finito in silenzio, i tortelli quasi intatti. Greta se n'è andata prima delle quattro, senza il caffè che di solito si fermava a bere.

Bruno ha aspettato due giorni. Poi ha chiamato Fabio direttamente, cosa che non faceva mai — parlavano sempre tramite Greta, come se fossero due paesi con un solo ambasciatore in comune.

"Fabio, sono Bruno. Ci vediamo domani all'officina? Alle sei, quando chiudi."

Fabio è arrivato con la tuta ancora sporca di grasso, le mani che si strofinava su uno straccio che non serviva più a niente. Bruno lo aspettava seduto sulla sua Panda, parcheggiata davanti al capannone dei pneumatici in zona Ponte Abbadesse.

"Greta ti ha detto perché volevo vederti."

"Mi ha detto che hai trovato i movimenti."

"Non li ho trovati. Me li ha dati la banca perché il saldo non tornava. Dodicimilaseicento euro, Fabio. In sei settimane."

Fabio ha appoggiato lo straccio sul cofano della macchina, un gesto piccolo che a Bruno è sembrato più arrogante di qualsiasi risposta.

"L'officina stava per chiudere. Il fornitore voleva i soldi entro dieci giorni o mi toglieva la fornitura. Non avevo altro posto dove andare."

"Potevi chiedermelo. Ti avrei detto di no, probabilmente, ma potevi chiedermelo."

"E se mi dicevi di no? Poi cosa facevo?"

"Trovavi un'altra soluzione. Quella che trovano tutti quando i soldi non sono loro."

Fabio ha scosso la testa, ha guardato verso il capannone come se lì dentro ci fosse qualcosa che gli desse ragione. "Sei tu che sei ossessionato con quel conto. È un conto di famiglia."

"È il mio conto, con il nome di mia figlia sopra. Non il tuo."

Non si sono salutati. Bruno è tornato a casa e la sera stessa ha chiamato Marta Fontanelli, la commercialista che gli teneva i conti dell'officina da vent'anni, quella con lo studio sopra la farmacia di piazza Amendola.

"Marta, voglio chiudere il conto cointestato con mia figlia e aprirne uno nuovo, solo a mio nome. E voglio sapere come si fa perché nessun altro possa toccarlo."

"Bruno, sei sicuro? È tua figlia."

"Sono sicuro che non è mio genero."

Il giovedì dopo, Bruno si è presentato in banca con la carta d'identità e il libretto. Ha chiuso il conto cointestato — dodicimila e rotti euro rimasti, li ha prelevati tutti in un assegno circolare — e ne ha aperto uno personale, con vincolo di firma solo sua. Ha anche chiesto una cosa che l'impiegata non si aspettava: un avviso SMS per ogni movimento sopra i cento euro.

A Greta non l'ha detto subito. Gliel'ha fatto sapere quando lei stessa ha provato a fare un prelievo dal bancomat, tre settimane dopo, e la macchina le ha restituito la carta con la scritta CONTO NON PIÙ ATTIVO.

Lo ha chiamato piangendo. "Papà, come hai potuto? Senza dirmi niente?"

"Te l'avevo detto. Ti avevo detto che quel conto era mio e che non doveva servire per l'officina di Fabio. Non mi hai ascoltato, allora ho fatto in modo che non ci fosse più niente da ascoltare."

"E se ti succede qualcosa? Se stai male e io ho bisogno di pagare qualcosa per te?"

"Ho fatto testamento da Marta la settimana scorsa. C'è tutto scritto, con l'avvocato Ricci come esecutore. Tu avrai la tua parte, come deve essere. Ma finché sono vivo, il conto lo gestisco io, e i soldi che ci sono dentro non vanno a pagare pneumatici che non ho comprato io."

Silenzio al telefono. Poi, piano: "Fabio dice che l'hai fatto per punirci."

"Fabio può dire quello che vuole. Digli anche che se l'officina ha bisogno di credito, ci sono le banche, ci sono i confidi degli artigiani, c'è la Camera di Commercio. Ci sono dieci strade prima di arrivare al portafoglio di suo suocero senza chiedere."

Non hanno più parlato per un mese. Poi, un sabato di maggio, Greta si è presentata alla carrozzeria da sola, senza avvisare. Bruno stava sotto una Alfa Giulietta con la tuta blu, le mani nere d'olio.

Lei ha aspettato che finisse, seduta su uno sgabello vicino al compressore. Quando lui si è tolto i guanti, gli ha detto solo: "Ho lasciato Fabio pagare la rata dell'officina con lo stipendio suo, da solo. Gli ho detto che il mio non lo tocca più per quello."

Bruno l'ha guardata pulirsi le mani con uno straccio, come faceva lui.

"Vieni a pranzo domenica," le ha detto. "Porto io i tortelli, stavolta."

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