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Il contratto nel sacchetto del dolce
Sessantadue anni, e il regalo che Marisa Contaldo non si aspettava era una busta con dentro il destino di casa sua.
Era il compleanno giusto, pensava mentre si allacciava gli orecchini di perla della nonna davanti allo specchio dell'ingresso. Suo figlio Davide l'aveva chiamata tre settimane prima: "Mamma, ho prenotato da Il Gambero Rosso, quello vicino al porto. Vestiti bene, ti porto fuori io." Da quando Davide si era sposato con Chiara e si era trasferito a Pescara, le telefonate si erano diradate a una domenica ogni due, mezz'ora al telefono se andava bene. Quella sera sembrava diversa. Sembrava un ritorno.
Marisa aveva cresciuto Davide da sola in un appartamento di sessanta metri quadri in via Trento, a Chieti, pagato a rate per diciannove anni facendo la sarta e poi la responsabile di un negozio di tessuti. In quella casa Davide aveva fatto i compiti sul tavolo della cucina, aveva festeggiato i diciotto anni con la torta al cioccolato, aveva studiato per l'esame di maturità con la lampada da tavolo accesa fino alle due di notte. Lei non aveva mai chiesto nulla in cambio. Quando lui si era sposato, gli aveva regalato il corredo e si era tirata indietro, come si fa con i figli che hanno trovato la propria strada.
Al ristorante, Davide ordinava il vino e controllava il telefono più di quanto guardasse lei. Marisa raccontava della vicina del terzo piano che aveva adottato un gatto, del medico che le aveva cambiato la pastiglia per la pressione. Lui annuiva, ma gli occhi erano altrove. Dopo il secondo piatto, posò la forchetta e tirò fuori dalla borsa una busta bianca, già aperta.
Dentro c'erano due fogli: la copia del testamento di Marisa, che non ricordava di avergli mai dato, e un contratto di donazione dell'appartamento di via Trento, con il nome di Davide già scritto nello spazio del beneficiario.
"Aspettiamo un bambino", disse lui, come se fosse l'inizio e non la fine della frase. "Chiara è al quarto mese. Ci serve una casa più grande, mamma, e la banca ci darebbe il mutuo solo se mettiamo il tuo appartamento come garanzia."
"Ma io vivo lì, Davide."
"Continui a viverci. Non cambia niente per te."
"Cambia il proprietario."
"Un giorno sarebbe comunque mio."
Quella frase le si piantò in gola come un osso di pollo. Parlava della sua morte come di una scadenza bancaria da anticipare sulla carta, non come di qualcosa che doveva ancora succedere.
"E se non riuscite a pagare le rate?"
"Sei sempre negativa, mamma."
"Chiara lo sa, di questo contratto?"
"Certo che lo sa. È una decisione di famiglia."
Loro erano la famiglia che aveva deciso. Lei era la casa che dovevano consegnare.
"Voglio farlo vedere a un avvocato prima," disse Marisa, posando il tovagliolo.
Davide si incupì. "Non ti fidi di me?"
"Fidarsi di qualcuno non vuol dire firmargli la casa senza leggere cosa firmo."
Alla fine della cena, mentre pagava con la carta senza guardarla in faccia, le disse di non metterci troppo tempo: l'appartamento che volevano comprare a Pescara aveva altri acquirenti interessati.
Nei giorni seguenti il telefono squillava quasi ogni sera. A volte Davide era dolce, le chiedeva come stava, le ricordava che l'aspettava per Natale. A volte le rinfacciava che Chiara era incinta e che tutto quello stress non faceva bene al bambino. Marisa voleva conoscere il nipote. Voleva che crescesse in una casa comoda, con una cameretta tutta sua. Ma sapeva anche che, se perdeva l'appartamento di via Trento, non le restava nient'altro: nessuna seconda casa, pochi risparmi sul conto della Banca Popolare, una pensione che bastava appena per la spesa e la bolletta del gas.
Prese l'appuntamento con l'avvocato il lunedì dopo, studio Ranieri, due isolati da piazza San Giustino. Portò con sé la busta di Davide e il libretto della pensione, come se le cifre potessero difenderla meglio delle parole.
L'avvocato Ranieri leggeva il contratto con gli occhiali calati sul naso, in silenzio, mentre Marisa guardava fuori dalla finestra i ragazzi che uscivano da scuola.
"Signora Contaldo, questo documento le toglierebbe la proprietà in vita," disse alla fine. "Suo figlio diventerebbe l'unico titolare. Se la banca pignora la casa per un mutuo non pagato, lei perde il diritto di abitazione, anche se vive lì da quarant'anni. Non c'è nessuna clausola che la protegga."
"E se gli dicessi di no?"
"Può dire di no. È casa sua, non sua per concessione."
Uscì dallo studio con un foglio dell'avvocato che riassumeva i rischi, punto per punto, e con una decisione già presa prima ancora di formularla a parole: avrebbe tenuto la casa, ma avrebbe aiutato suo figlio in un altro modo.
Lo chiamò lei, per la prima volta in mesi. Gli disse di venire a Chieti, da solo, senza Chiara, il sabato successivo.
Davide arrivò alle undici, con la faccia di chi si aspetta una vittoria rimandata. Si sedette al tavolo della cucina dove una volta faceva i compiti, lo stesso tavolo di formica verde che Marisa non aveva mai cambiato.
"Non firmo la donazione," disse lei, posando sul tavolo il foglio dell'avvocato Ranieri. "Questa casa resta mia finché sono viva, e quando non ci sarò più, sarà comunque tua, senza che io debba firmare niente adesso. Ma non la metto come garanzia per un mutuo che potreste non riuscire a pagare."
Davide alzò la voce, disse che era egoista, che pensava solo a sé, che sua moglie incinta aveva bisogno di spazio e lei glielo negava per capriccio.
Marisa aspettò che finisse. Poi tirò fuori dalla credenza un libretto bancario e un secondo foglio, quello preparato col suo commercialista la settimana prima.
"Ho ventidue mila euro da parte, messi via in trentacinque anni di lavoro. Non è una casa, ma è un acconto vero, che non mette a rischio nessuno. Te li do come regalo per il bambino, per l'anticipo del mutuo, se lo vuoi intestare solo a te e a Chiara. Ma il contratto di donazione lo strappo adesso, davanti a te."
Prese la busta con il contratto e, senza alzare la voce, la lacerò in due, poi in quattro pezzi, e li lasciò sul tavolo di formica verde.
Davide restò a guardare i pezzi di carta, poi guardò lei. Non disse niente per un tempo lungo. Quando parlò, la voce era diversa, più piccola di quella che aveva usato al ristorante.
"Non volevo che sembrasse… così," disse.
"Lo so," rispose Marisa. "Ma era così."
Gli versò un caffè, come faceva quando lui tornava da scuola da ragazzo, e gli disse che il bonifico dei ventiduemila euro sarebbe partito il lunedì, non prima, perché voleva che restasse chiaro: era un regalo, non un pegno. La casa di via Trento restava sua, e la chiave che teneva nella tasca del grembiule era ancora l'unica che apriva quella porta.
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