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Il rosario sul comodino di Rosaria

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Faccio l'infermiera nel reparto di geriatria dell'ospedale San Camillo, qui a Foggia, da ventidue anni. Ho visto passare tanti letti, tanti nomi sulla lavagna bianca all'ingresso del corridoio, tanti figli seduti su quelle sedie di plastica verde che scricchiolano sempre nello stesso punto. Ma Rosaria Bevilacqua, ottantatré anni, letto numero sei, quella non la dimentico.

Era arrivata da noi a marzo, dopo una caduta in cucina. Frattura del femore, niente di insormontabile per l'età, ma ci vuole tempo. E il tempo, in un reparto come il nostro, è quando le famiglie mostrano davvero chi sono.

Rosaria aveva due figli. Marco, il maggiore, avvocato a Bari, veniva ogni tanto, sempre con la valigetta e il telefono in mano, restava dieci minuti e se ne andava scusandosi con l'udienza. E poi c'era Teresa, la figlia, che invece si era presa un mese di ferie non retribuite dal supermercato dove lavorava alla cassa per stare vicino alla madre. La vedevo arrivare ogni mattina alle sette, prima ancora del cambio turno, con un thermos di caffè e il rosario di legno d'ulivo che teneva sempre in tasca.

Un pomeriggio di aprile, verso le quattro, ero entrata per il controllo della flebo e le ho sentite parlare piano, pensando che dormissi il sonnellino del pomeriggio. Rosaria diceva a Teresa: "Quando non ci sarò più, tieni tu la casa di Ortanova. Marco ha già lo studio, ha già tutto. Tu invece hai bisogno." E Teresa, con la voce di chi ha pianto tante notti senza farsi sentire da nessuno, rispondeva: "Mamma, non voglio parlare di soldi adesso. Voglio solo che guarisci."

Non era la prima volta che sentivo discorsi così tra letti d'ospedale e tende divisorie. Ma quello che mi ha colpito, quel giorno, è stato il resto della frase di Rosaria. Ha detto: "La casa la lascio a te, ma quello che davvero ti lascio è un'altra cosa. Voglio che tu insegni ai tuoi figli a pregare. Non per obbligo. Come un rifugio."

Teresa ha due bambini, Sofia e Gabriele, otto e undici anni. Li portava in reparto il sabato, quando non c'era scuola, e Sofia le disegnava sempre lo stesso disegno: una casa con tre finestre e un sole enorme in alto a destra. Rosaria lo teneva appeso con lo scotch sopra il termosifone, vicino alla finestra che dava sul parcheggio.

A metà maggio Marco è arrivato con una cartellina blu. L'ho visto io stessa, perché ero di turno quella sera, verso le diciannove e trenta, orario in cui di solito i parenti se ne sono già andati e il reparto si prepara per la cena dei pazienti. Ha tirato fuori dei fogli e ha detto alla madre che c'era una pratica urgente, la successione della casa di Ortanova andava sistemata subito perché il notaio partiva per le ferie e non voleva perdere l'occasione di "chiarire le cose prima che diventasse tutto complicato". Rosaria, stanca, con la flebo ancora attaccata, ha firmato. Non ho visto cosa contenesse quella cartellina. Ma ho visto la faccia di Teresa il giorno dopo, quando è arrivata con il thermos come sempre e ha trovato la madre che non riusciva a guardarla negli occhi.

La casa era passata tutta a Marco. Un atto di donazione, firmato in fretta, un'ora prima di cena, con un'infermiera di turno come unico testimone casuale di quella firma tremante. Io non c'entravo niente con quella carta, ma mi sono trovata comunque a passare vicino al letto sei più spesso del necessario nei giorni seguenti, perché Rosaria aveva smesso di mangiare la minestra la sera e restava con gli occhi fissi al soffitto.

Teresa non ha urlato. Non ha fatto scenate in corridoio come ne ho viste fare ad altri. È rimasta seduta accanto al letto, ha preso la mano della madre e ha detto solo: "Va bene, mamma. Non importa." Ma io, che passavo con il carrello dei farmaci proprio in quel momento, ho visto che le sue dita stringevano il rosario di legno così forte da lasciare il segno rosso sul palmo.

È tornata il giorno dopo. E quello dopo ancora. Non ha smesso un giorno di venire, non ha smesso di portare i bambini il sabato, non ha smesso di leggere alla madre, la sera, qualche pagina del breviario che Rosaria teneva nel comodino accanto agli occhiali. A giugno, quando Rosaria ha potuto finalmente tornare a camminare con il girello fino al bagno del reparto, è stata Teresa a portarla, un passo alla volta, contando ad alta voce come si conta con i bambini piccoli.

Rosaria è stata dimessa a fine giugno. L'ho salutata all'uscita del reparto, in carrozzina fino all'ambulanza che l'avrebbe portata a casa di Teresa, non a Ortanova, perché quella casa ormai non era più sua. Marco non si è fatto vedere per il trasferimento.

Ho saputo il resto da una collega che abita nello stesso palazzo di Teresa, a via Napoli. Rosaria è vissuta ancora un anno e mezzo, curata dalla figlia che le lavava i capelli ogni venerdì e le portava la messa in televisione la domenica quando non poteva più uscire. È morta in autunno, in pace, con Sofia e Gabriele che le tenevano una mano ciascuno.

Un mese dopo il funerale, Teresa si è presentata da un avvocato — non da Marco, da un altro, di sua scelta — con una cartella di documenti: le ricevute delle medicine, i turni di notte segnati su un'agenda, le spese sostenute in diciotto mesi di assistenza. Non per contestare l'eredità della casa, che ormai era andata. Per un'altra cosa: il conto corrente cointestato che Rosaria aveva aperto con lei, dodicimila euro messi via negli anni, gli unici risparmi rimasti fuori da quella firma frettolosa in corsia. Teresa lo ha chiuso e ha versato tutto, fino all'ultimo centesimo, in un fondo per gli studi di Sofia e Gabriele, intestato a loro due, non toccabile da nessun altro fino alla maggiore età.

Marco lo ha saputo per lettera, dalla banca, che lo informava della chiusura del conto su cui non aveva più diritti. Non si è fatto vivo. Non una telefonata, non un messaggio.

Io lo so perché Teresa, qualche settimana dopo, è passata in reparto a portarci un vassoio di taralli per il personale, come si usa da queste parti quando si vuole ringraziare senza tante parole. Aveva ancora il rosario in tasca. Gabriele le teneva la mano. E sul termosifone del letto sei, dove ormai dormiva un altro paziente, qualcuno aveva lasciato lo stesso disegno di Sofia: la casa con tre finestre, il sole enorme in alto a destra.

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