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Il testamento di zia Iolanda

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Mi chiamo Rosaria, ho sessantotto anni e per trentadue ho fatto la parrucchiera in via Garibaldi, a Cosenza, sotto casa dei Bruni. Vi racconto quello che ho visto io, dalla mia postazione dietro la vetrina, perché in questo paese le storie non passano dai giornali: passano dal salone, tra una permanente e uno shampoo.

Ornella Bruni veniva da me ogni venerdì alle dieci, puntuale come il campanile di San Domenico. Aveva settantatré anni, il marito morto da sei, e un'officina meccanica in via Popilia che il marito le aveva lasciato insieme al figlio Cosimo. "Bruni Motori", ancora oggi c'è scritto sull'insegna, anche se ormai è un altro il nome dentro.

Cosimo aveva quarantuno anni, la moglie Debora e due figli piccoli. Lavorava lì dentro dai vent'anni, prima con il padre, poi da solo, e Ornella gli faceva da contabile part-time, tre mattine a settimana, giusto per tenersi impegnata e continuare a sentirsi utile. Non prendeva stipendio vero, diceva sempre: "Che mi serve, ho la pensione di Vincenzo."

Quel venerdì di marzo Ornella arrivò con dieci minuti di ritardo, cosa che in vent'anni non era mai successa. Aveva le mani che tremavano mentre si toglieva il cappotto, e io, che di clienti ne ho viste passare centinaia, capii subito che qualcosa non tornava.

Mentre la lavavo mi disse, con la voce piatta di chi ha pianto già tutte le lacrime in macchina prima di entrare: "Rosaria, sai cosa ho scoperto ieri? Che l'officina non è più mia."

Le chiesi come fosse possibile, visto che l'intestazione era mezza sua per successione.

Mi raccontò che tre mesi prima Cosimo le aveva fatto firmare "delle carte per la banca", diceva lui, per rifinanziare un macchinario nuovo. Lei si fidava, non aveva nemmeno letto bene, gli occhiali per vicino non li aveva con sé quel giorno all'ufficio del notaio di corso Mazzini. Aveva firmato una cessione di quota. Adesso l'officina era intestata solo a Cosimo e a Debora, cinquanta e cinquanta.

Non le avevano tolto la casa, quello no. Ma le avevano tolto l'unica cosa che la faceva sentire ancora parte di qualcosa: quel bancone dell'officina dove per trent'anni aveva tenuto i conti, salutato i clienti, offerto il caffè col moka vecchio che teneva in un angolino tra le chiavi inglesi.

Due settimane dopo arrivò un'altra volta di venerdì, ma stavolta non era triste: era diritta come un fuso, con una cartellina di plastica azzurra sotto il braccio, di quelle che si comprano alla cartoleria vicino al mercato coperto.

Mi disse che era stata dal suo avvocato, l'avvocato Ferraro, quello con lo studio sopra la farmacia di piazza dei Bruzi. Le aveva spiegato che la firma c'era, valida, non si poteva annullare la cessione. Ma c'era un'altra cosa che nessuno le aveva tolto: il conto cointestato che teneva col marito e che dopo la morte di Vincenzo era rimasto tutto suo, sessantaduemila euro, i risparmi di una vita passata a fare economia sulla spesa e sui vestiti.

Per anni quel conto era servito da paracadute per Cosimo: prestiti per comprare l'auto sostitutiva ai clienti, anticipi quando i pagamenti tardavano, la retta dell'asilo dei nipotini pagata due volte quando Debora era rimasta senza lavoro. Nessun contratto, solo la parola di una madre.

Ornella quel venerdì chiuse il conto cointestato con la banca e ne aprì uno nuovo, solo a suo nome, in un altro istituto, quello vicino alla stazione. Mi mostrò la ricevuta ripiegata dentro la cartellina azzurra: bonifico in uscita, saldo zero sul vecchio conto.

Poi aggiunse una cosa che chi mi conosce sa che mi è rimasta incisa: aveva anche revocato la delega che Cosimo aveva sul suo conto pensione, quella che gli permetteva di prelevare in sua vece quando lei stava poco bene con la schiena.

Non disse una parola di rabbia mentre me lo raccontava. Parlava come chi legge una lista della spesa.

La settimana dopo Cosimo si presentò lui in salone, cosa mai successa in vent'anni: gli uomini da me non ci mettono piede, al massimo aspettano fuori in macchina. Era pallido, con la tuta da lavoro sporca di grasso, e chiese a me se avevo visto sua madre.

Le telefonai, arrivò dopo un quarto d'ora, si sedette sulla poltrona accanto alla mia, quella che uso per l'attesa, e lasciò che lui parlasse per primo davanti a tutti quelli che aspettavano il turno.

Cosimo disse che la banca gli aveva rifiutato il fido per comprare i pezzi di ricambio del mese, che senza l'appoggio della madre l'officina rischiava di chiudere entro l'estate, che lui non capiva perché lei si fosse arrabbiata tanto solo per una firma su una cessione che comunque era "roba di famiglia, restava tutto in famiglia".

Ornella lo lasciò finire. Poi disse una frase sola, che io sentii benissimo perché ero lì a due metri con le forbici in mano: "L'officina resta di famiglia, Cosimo. I miei soldi restano miei."

Non alzò la voce. Non pianse. Si rimise gli occhiali da sole, quelli scuri che portava sempre d'estate anche col cielo coperto, e uscì.

Cosimo restò seduto un minuto buono, poi se ne andò senza salutare nessuno.

Da allora sono passati otto mesi. L'officina di via Popilia esiste ancora, ma con un socio nuovo, un ragazzo di Rende che ha messo capitale fresco perché Cosimo aveva bisogno di liquidità e sua madre, quella volta, non ha ceduto.

Ornella viene sempre da me il venerdì alle dieci. Ha smesso di fare la contabile part-time, ha smesso di offrire il caffè col moka vecchio, e con parte di quei sessantaduemila euro si è iscritta a un corso di ceramica al centro anziani di via Alimena, quello dietro la chiesa del Rosario.

L'ultima volta che è venuta mi ha portato una tazzina fatta da lei, smaltata di azzurro, un po' storta su un lato. L'ho messa sulla mensola vicino agli specchi, tra i rullini e le forbici, e ci tengo i fermagli per i capelli.

Non me l'ha mai spiegato perché proprio a me abbia raccontato tutto quanto. Forse perché in trentadue anni di venerdì mattina, tra uno shampoo e l'altro, una donna finisce per dirti le cose che non dice a nessun altro.

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