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Storie di vita

Il velo che nessuno doveva toccare

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Il campanello della boutique Casa Bellini, in via Montenapoleone, suonò appena dopo le quattro del pomeriggio.

Entrò una ragazza sui venticinque anni, capelli rossi raccolti male, un piumino verde ormai fuori stagione e scarpe da ginnastica scalcagnate. Si chiamava Lucia Ferraro e lavorava come commessa in un negozio di alimentari a due isolati da lì. Non era entrata per comprare niente. Era entrata perché quella vetrina la fissava ogni mattina andando al lavoro, e quel giorno, con la pausa pranzo un po' più lunga del solito, aveva deciso di guardare da vicino.

L'abito era appeso su un manichino al centro della sala: seta color avorio, ricami a mano sul corpetto, uno strascico lungo quasi due metri. Un cartellino discreto indicava ventiduemila euro. Lucia non si avvicinò per provarlo. Si avvicinò solo per guardare i ricami, e alla fine, senza pensarci, sfiorò con due dita l'orlo del tessuto.

"Non toccare."

La voce arrivò da dietro, tagliente. Si chiamava Ornella Castelli, titolare della boutique, completo grigio su misura, tacco dodici, un bicchiere di caffè americano in mano che fino a un secondo prima stava bevendo tranquillamente al bancone.

"Scusi, volevo solo—"

Non finì la frase. Ornella le rovesciò il caffè addosso, dritto sul petto del piumino verde. Il liquido colò lungo le maniche, gocciolò sul pavimento di marmo bianco.

"Questo abito non è per gente come te."

In sala c'erano altre tre clienti e due commesse. Qualcuno rise. Una ragazza con lo smartphone in mano iniziò a filmare senza nemmeno nascondersi, tenendo il telefono all'altezza del fianco come se fosse normale. Una commessa, Barbara, chiamò la security con un gesto della mano verso l'addetto alla porta.

Lucia restò immobile. Il caffè le colava ancora dal colletto, le mani le tremavano leggermente — ma non disse una parola. Non urlò. Non si mosse verso la porta. Rimase lì, dritta, con un'espressione che a Ornella, in quel momento, sembrò quasi fuori posto. Troppo calma per una che si era appena presa un caffè bollente in faccia davanti a sei persone.

Poi Lucia si tolse il piumino macchiato e lo posò su una sedia, rimanendo con una semplice maglia grigia sotto. Non disse altro. Le risate si spensero da sole, una dopo l'altra, come se qualcuno nella stanza avesse iniziato a sentire freddo.

Barbara smise di sorridere. La ragazza con il telefono abbassò il braccio, incerta se continuare a filmare o no.

E poi si sentì il rumore: tacchi che battevano sul marmo dell'ingresso, lenti, decisi. Dalla porta a vetri entrò una donna sulla sessantina, occhiali da sole neri anche se fuori era novembre e il cielo era grigio, borsa rossa di pelle al braccio, cappotto color cammello. Camminava come chi non ha mai dovuto chiedere permesso a nessuno.

Si fermò a un metro da Lucia. Si tolse gli occhiali con un gesto lento.

"Lucia."

"Zia Ginevra."

Ornella Castelli sentì lo stomaco chiudersi. Conosceva quel nome da anni: Ginevra Montalto era la proprietaria della holding che aveva finanziato la ristrutturazione di tre boutique in quella via, incluso il mutuo commerciale su cui Casa Bellini pagava ancora rate mensili di settemilacinquecento euro. Ma i contratti li aveva sempre trattati con l'ufficio legale della holding, per telefono o per mail; quella donna con gli occhiali neri e il cappotto cammello, in carne e ossa, Ornella non l'aveva mai vista prima. Fu solo in quel momento, sentendo il cognome e vedendo lo sguardo di Lucia posarsi su di lei, che le si gelò il sangue: era *lei*, la proprietaria dello spazio in cui si trovava, e aveva un appuntamento con lei fissato per le quattro e mezza.

"Mi hanno detto che qualcuno ha versato un caffè su mia nipote," disse Ginevra, senza alzare la voce. Non ne aveva bisogno. "Davanti a testimoni. E con un telefono che filmava."

Ornella provò a ricomporsi. "Signora Montalto, non sapevo che fosse—"

"Non sapeva che fosse chi?" Ginevra la guardò dritto negli occhi. "Il problema, Ornella, non è chi sia lei. Il problema è come trattate chiunque entri qui con un piumino da quaranta euro invece che con una pelliccia. Quello mi dice tutto quello che devo sapere su come gestite questo negozio."

La commessa con il telefono cercò di infilarsi il cellulare in tasca. "Fermo lì," disse Ginevra senza nemmeno voltarsi. "Quel video resta dov'è. Mi serve."

Ginevra prese il telefono dalle mani della commessa — Barbara glielo lasciò senza discutere — e guardò il video per intero, in silenzio, davanti a tutti. Poi lo restituì, senza dire cosa ne avrebbe fatto.

"Lo mandi al mio ufficio entro stasera. L'indirizzo lo trova sul contratto di affitto, visto che paga a me quello spazio da tre anni."

Il silenzio in sala era diventato denso. Le altre clienti fingevano di guardare gli abiti, ma nessuna si muoveva.

"Lucia è venuta qui per curiosità, non per comprare," continuò Ginevra. "Io, invece, sono venuta per firmare il rinnovo del contratto commerciale di questa boutique. Dovevamo vederci alle quattro e mezza, Ornella. L'avevo segnato anche in agenda."

Ornella impallidì del tutto. Era quello l'appuntamento che aveva rimandato mentalmente tutto il pomeriggio, aspettando la clientela "vera" del tardo pomeriggio — senza immaginare che la clientela vera fosse già entrata, vestita come nessuno in quella boutique l'avrebbe mai immaginata.

"Posso offrirle qualcosa, un caffè, un—"

"No." Ginevra alzò una mano. "Niente caffè, grazie. Ne avete già versato abbastanza oggi."

Si rivolse a Lucia. "Vieni, andiamo a comprarti un cappotto vero."

Prima di uscire, si fermò ancora un istante davanti ad Ornella.

"Il contratto di affitto di questa boutique scade il prossimo trentuno dicembre. Due mesi da oggi. Non lo rinnoveremo. Avrà tempo per trovare un altro spazio, altrove, con un'altra proprietà — perché con la mia holding, qui dentro, non firmerà più nulla."

Ornella cercò di parlare, ma dalla gola non uscì niente di coerente.

Lucia raccolse il piumino macchiato dalla sedia, se lo mise sotto il braccio senza infilarlo — non voleva più indossarlo, ma nemmeno lasciarlo lì come trofeo di qualcun altro — e seguì la zia verso la porta.

Fuori, sul marciapiede di via Montenapoleone, l'aria di novembre pungeva. Ginevra si rimise gli occhiali da sole, anche se il cielo era ancora grigio.

"Non dovevi togliertelo," disse a Lucia, indicando il piumino sotto il suo braccio. "Potevo comprartene dieci, di piumini, prima ancora di entrare."

"Lo so," rispose Lucia. "Ma volevo che lo vedessero bagnato per tutto il tempo."

Ginevra non rispose subito. Poi, incamminandosi verso l'auto, aggiunse solo: "A Peck fanno ancora quella torta di mele che ti piaceva da bambina. Andiamo, prima che mi passi la voglia di essere gentile."

Il tacco di Ginevra tornò a battere sul marciapiede, e Lucia le andò dietro, il piumino verde ancora sotto il braccio, una macchia di caffè già secca sul petto.

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