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Storie di vita

Le chiavi che pesano come un’eredità

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Rosanna esce di casa la mattina del suo sessantatreesimo compleanno e trova, parcheggiata davanti al cancello, un'utilitaria color grigio ghiaccio con un fiocco rosso enorme legato allo specchietto. Si ferma sul vialetto, guarda a destra e a sinistra come se stesse cercando il vero proprietario.

«È tua, mamma», dice Davide, e le mette le chiavi in mano.

Lei ride. Poi si siede sul bordo del muretto del giardino e si mette a piangere, le chiavi stretto in pugno come se qualcuno potesse ancora venire a riprenderle. «Siete pazzi. Avete speso tutti quei soldi e io non so nemmeno guidare.»

Bisogna sapere chi è Rosanna per capire cosa significa quella macchina. Ha cresciuto noi tre da sola, lavorando come sarta in un laboratorio tessile e poi, la sera, pulendo gli uffici di un commercialista in centro a Pistoia. Mio padre è andato via quando io avevo otto anni e non è più tornato. Lei non si è mai lamentata, almeno non davanti a noi. Ha solo continuato a lavorare, a fare i conti, a scegliere ogni volta quale bolletta pagare prima e quale aspettare ancora due settimane.

Una macchina, per lei, è sempre stata un lusso da altri. I soldi finivano sempre altrove: le scarpe per la scuola, l'affitto, le medicine di nonna quando si è ammalata. Per vent'anni ha preso l'autobus numero 10, biglietto da un euro e cinquanta, orario sempre uguale, 7:12 all'andata e 18:40 al ritorno. Con il tempo è riuscita a comprare un piccolo appartamento tutto suo, al terzo piano senza ascensore. Lavora ancora, ma meno ore, part-time in un negozio di tessuti.

Il regalo comprendeva anche le lezioni. La settimana dopo l'abbiamo iscritta all'autoscuola di via Dalmazia, vicino al mercato. Prima la teoria, poi le guide pratiche con l'istruttore alle sette del mattino, prima che apra il negozio.

L'ostacolo vero non è il cambio, né lo specchietto: è che Rosanna, per quarant'anni, ha sempre chiesto. Un passaggio al cognato, un favore al vicino, l'orario dell'autobus imparato a memoria. Chiedere, aspettare, ringraziare. Guidare da sola significa non dover più chiedere niente a nessuno, e questo la terrorizza più del traffico.

All'inizio torna a casa e si siede al tavolo della cucina senza nemmeno togliersi la giacca. «Il motore si spegne sempre nello stesso punto, davanti al semaforo di piazza San Francesco.» Oppure: «Come fa la gente a guardare lo specchietto, la strada e il cambio tutti insieme? Io non ho tre teste.» Versa il caffè Lavazza che tiene sempre nella credenza e non lo beve, lo lascia raffreddare mentre fissa la tazza.

Poi arriva il giorno peggiore. Rosanna graffia la fiancata contro un paletto di cemento vicino al mercato, un segno lungo una decina di centimetri sulla portiera destra. Scende dall'auto, tocca il graffio con due dita come fosse una ferita sua, e dice che non ci sale più. Chiude la macchina e sale a casa senza guardare nessuno di noi. Per tre giorni l'auto resta ferma sotto casa e lei non ne parla, cambia discorso ogni volta che qualcuno la nomina.

Il quarto giorno Davide la trova in cucina con le chiavi dell'autoscuola già pronte sul tavolo. «Ho prenotato un'altra lezione per domani», dice lei, senza alzare lo sguardo dal tegame. «Il graffio lo sistemiamo dopo. Prima imparo.»

Ci organizziamo in base a chi è libero: io il lunedì e il mercoledì, Davide il martedì e il giovedì, Simone nel weekend. Cerchiamo le strade della zona industriale, dove il traffico la domenica è quasi inesistente. Se le dici "frena", lei risponde subito: «Lo so!» Se le dici "guarda lo specchietto", ribatte: «L'ho già guardato!»

Una domenica Simone urla quando lei si avvicina troppo a un incrocio vicino alla stazione. Rosanna inchioda, tira il freno a mano con uno scatto secco, e lo guarda dritto negli occhi. «Ho insegnato a tutti e tre voi a camminare e nessuno di voi è morto. Lasciate che impari anch'io, con calma.» Resta ferma in mezzo alla strada, le mani ancora sul volante, finché un'auto dietro non suona il clacson e lei rimette la freccia e riparte, senza una parola in più.

L'auto resta parcheggiata sotto casa gran parte della settimana. Ma Rosanna comincia a fare liste su un quadernetto: dove andrà per prima, cosa comprerà al mercato del sabato, chi andrà a trovare appena si sentirà pronta.

Ieri ero con lei per l'esercitazione. Per la prima volta percorre tutto il tragitto da casa all'Esselunga del quartiere senza che io debba correggerla una sola volta. Al momento di parcheggiare stringe le mani sul volante, la mascella tesa, ma infila l'auto nello spazio al primo colpo. Spegne il motore, batte due volte il palmo sul volante e ride da sola, come se avesse appena tagliato un traguardo.

Resta qualche secondo così, poi si volta verso di me. «Chi l'avrebbe detto che a sessantatré anni avrei imparato una cosa come questa.» Scendiamo, fa la spesa — qualche verdura, il pane, il caffè Lavazza che ormai compriamo sempre — e quando torniamo alla macchina mi passa le chiavi.

«Per oggi basta. La prossima volta guido di nuovo io.»

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