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Storie di vita

— Perché qualcuno ha fatto in modo che quei messaggi non arrivassero mai a te — concluse Martin.

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— Perché qualcuno ha fatto in modo che quei messaggi non arrivassero mai a te — concluse Martin.

Alessandro rimase immobile.

— Chi?

L’avvocato abbassò la voce.

— Il tuo ex direttore amministrativo. Ricordi quando, poco prima del divorzio, avevi affidato a lui la gestione della corrispondenza personale e aziendale?

Alessandro sentì un brivido lungo la schiena.

Si chiamava Riccardo Bianchi. Era stato il suo uomo di fiducia per quasi dieci anni. Conosceva ogni dettaglio dei suoi affari, ma anche molti aspetti della sua vita privata.

— Voglio tutti i documenti. Subito.

— C’è un’altra cosa. Ho trovato tre email inviate da Sofia al tuo vecchio indirizzo. In una scriveva che doveva parlarti urgentemente di una gravidanza. In un’altra chiedeva soltanto cinque minuti per spiegarti tutto.

Alessandro chiuse gli occhi.

Cinque minuti.

Sofia aveva chiesto cinque minuti, e lui non glieli aveva mai concessi.

Dopo il divorzio, aveva cambiato numero, trasferito la residenza e dato ordine alla sua assistente di non passargli chiamate della sua ex moglie. Era convinto che Sofia volesse soltanto convincerlo a tornare insieme.

Non aveva mai immaginato che potesse aspettare due bambini.

— Martin, voglio sapere dove vive adesso. E non voglio che lei venga contattata da nessuno prima che abbia parlato con me.

Quella sera Alessandro tornò davanti alla piccola panetteria.

Il signor Carlo stava abbassando la serranda quando lo riconobbe.

— Buonasera, signore. Cerca qualcuno?

— La donna che era qui ieri. Sofia. Con i due bambini.

Il panettiere lo osservò con attenzione.

— È successo qualcosa?

— Sono… una persona che la conosceva molto tempo fa.

Carlo rimase in silenzio per qualche istante.

— Sofia è una brava donna. Lavora tanto, non si lamenta mai. I bambini vengono qui dopo la scuola, quando lei riesce a prenderli in tempo. A volte comprano un solo panino e lo dividono in tre.

Alessandro abbassò lo sguardo.

— Perché non mi ha mai detto che aveva bisogno di aiuto?

Il panettiere aggrottò la fronte.

— Aiuto da chi?

Alessandro non rispose.

Carlo continuò:

— Una volta mi ha raccontato che il padre dei bambini non sapeva nemmeno della loro esistenza. Non voleva che i piccoli crescessero aspettando qualcuno che forse non sarebbe mai arrivato.

Quelle parole gli fecero più male di qualsiasi insulto.

— Sa dove abita?

Carlo esitò, poi gli diede l’indirizzo di un piccolo appartamento alla periferia della città.

La mattina seguente Alessandro si presentò davanti a quella porta senza autista, senza assistente e senza la solita scorta di collaboratori.

Quando Sofia aprì, rimase senza fiato.

— Alessandro?

Indossava un vecchio maglione grigio. I capelli erano raccolti in fretta e sotto gli occhi aveva segni evidenti di stanchezza.

— Possiamo parlare?

Lei lo fissò incredula.

— Dopo cinque anni ti presenti qui e mi chiedi di parlare?

— Ho scoperto dei messaggi. So che hai cercato di contattarmi quando eri incinta.

Il volto di Sofia cambiò.

— Chi te li ha mostrati?

— Il mio avvocato.

Lei rise amaramente.

— Naturalmente. Perché ormai nella tua vita tutto passa attraverso gli avvocati.

— Sofia, non sapevo nulla dei bambini.

— E pensi che questo cancelli quello che è successo?

— No. Ma vorrei sapere la verità.

In quel momento, dal corridoio arrivò una vocina.

— Mamma, chi è?

Alessandro si voltò.

Matteo e Luca erano in piedi sulla soglia della cameretta. Indossavano due pigiami diversi, ma avevano lo stesso viso, gli stessi occhi scuri e quel piccolo movimento del sopracciglio che Alessandro aveva notato nella panetteria.

Uno dei bambini teneva in mano il quaderno dei pianeti.

L’altro si nascose dietro la gamba della madre.

— È una persona che conoscevo tanto tempo fa — rispose Sofia.

Alessandro si inginocchiò per essere alla loro altezza.

— Ciao. Io sono Alessandro.

— Sei amico della mamma? — chiese Matteo.

Sofia non rispose.

Luca invece lo studiò con curiosità.

— Hai gli stessi occhi di Matteo.

Alessandro sentì la gola stringersi.

— Davvero?

— Sì. E anche le sopracciglia.

Per la prima volta da quando era entrato, Sofia abbassò lo sguardo.

— I bambini hanno bisogno di fare colazione. Possiamo parlare quando saranno a scuola.

Alessandro annuì.

Prima di andarsene, però, Matteo gli porse il quaderno.

— Guarda. Ho disegnato Saturno. La mamma dice che un giorno potremmo vedere gli anelli con un telescopio vero.

Alessandro osservò il disegno.

— È bellissimo. Sai una cosa? Conosco un posto dove hanno un telescopio enorme.

Gli occhi del bambino si illuminarono.

— Davvero?

— Davvero.

Sofia intervenne subito:

— Alessandro, non fare promesse ai bambini.

Lui le restituì il quaderno.

— Hai ragione. Non farò promesse che non posso mantenere.

Quella frase sembrò sorprenderla più di qualsiasi altra cosa.

Nel pomeriggio si incontrarono in un piccolo caffè vicino alla scuola dei gemelli. Sofia arrivò con una cartellina consumata.

La posò sul tavolo.

— Qui c’è tutto. Le visite mediche, i documenti della gravidanza e le copie dei messaggi che ti avevo inviato.

Alessandro aprì la cartellina.

Tra le carte trovò una fotografia ecografica. Sul retro Sofia aveva scritto:

«I nostri due piccoli. Spero che un giorno tu voglia conoscerli.»

Alessandro rimase a lungo a guardarla.

— Perché non sei venuta direttamente da me?

— Ci ho provato. Due volte sono andata al tuo ufficio. La tua segretaria mi ha detto che non volevi vedermi. Una volta ho persino lasciato una lettera alla reception.

— Non ne ho mai saputo niente.

— Lo so. All’inizio pensavo che non volessi essere padre. Poi ho smesso di cercarti.

Alessandro si passò una mano sul viso.

— Riccardo ha intercettato i tuoi messaggi.

— Riccardo?

— Il mio ex direttore amministrativo. Sto cercando di capire perché l’abbia fatto.

Sofia rimase in silenzio.

Poi tirò fuori un’altra busta.

— C’è qualcosa che non ti ho mai raccontato. Poco dopo la nascita dei bambini, Riccardo venne a cercarmi.

Alessandro si irrigidì.

— Perché?

— Mi offrì dei soldi. Disse che sarebbe stato meglio per tutti se avessi firmato un documento in cui dichiaravo che non eri il padre dei bambini e che non avrei mai avanzato pretese nei tuoi confronti.

— E tu?

— Lo cacciai via.

— Hai ancora quel documento?

Sofia annuì.

Lo estrasse dalla busta e lo spinse verso di lui.

Alessandro riconobbe immediatamente la firma in fondo alla pagina.

Era quella di Riccardo.

Ma non era tutto.

Accanto alla firma c’era il timbro di una società che Alessandro aveva fondato anni prima e che, fino a quel momento, credeva inattiva.

— Questa società è stata utilizzata per trasferire denaro — disse lui, controllando il documento.

— Non so altro. Ma Riccardo mi disse una frase che non ho mai dimenticato.

— Quale?

Sofia lo guardò negli occhi.

— Disse che tu non dovevi avere figli. Che un erede avrebbe complicato un accordo molto importante.

Alessandro sentì il sangue gelarsi.

Il giorno dopo convocò Martin e ordinò un controllo completo sui vecchi conti aziendali.

Nel giro di poche ore emerse qualcosa di ancora più inquietante: cinque anni prima, Riccardo aveva trasferito milioni di euro attraverso società intestate a prestanome. E proprio durante quei mesi aveva iniziato a lavorare alla fusione che avrebbe portato Alessandro all’accordo da 420 milioni.

Ma il colpo più duro arrivò quando Martin gli mostrò un documento firmato pochi giorni prima del divorzio.

Era una modifica al testamento di Alessandro.

Se lui fosse morto senza eredi riconosciuti, una parte consistente del patrimonio sarebbe passata a una fondazione controllata da Riccardo.

Alessandro fissò il foglio.

— Voleva eliminare i miei figli dalla mia vita per avere accesso al mio patrimonio.

— Sembra proprio così — rispose Martin.

Alessandro si alzò.

— Trovalo.

Quella sera, mentre tornava a casa di Sofia, ricevette una chiamata da un numero sconosciuto.

Rispose.

— Signor Moretti? Sono Riccardo.

Alessandro si fermò.

— Ti stavo cercando.

— Lo immagino. Ho saputo che hai incontrato Sofia.

— Come fai a saperlo?

Dall’altra parte si sentì una risata fredda.

— Perché non sei l’unico ad averla cercata.

— Che cosa vuoi?

Riccardo abbassò la voce.

— Voglio evitare che tu commetta un errore. Quei bambini non sono gli unici figli che Sofia ha avuto.

Alessandro sentì il mondo fermarsi.

— Cosa stai dicendo?

— Se vuoi sapere perché ti ha nascosto una parte della sua vita, chiedile cosa è successo al terzo bambino.

La chiamata si interruppe.

Alessandro rimase immobile sul marciapiede.

Poi guardò verso la finestra illuminata dell’appartamento di Sofia.

Dietro il vetro vide lei abbracciare Matteo e Luca prima di metterli a letto.

Ma sul tavolo, accanto ai loro quaderni, c’era una terza fotografia.

Un neonato.

E sul retro, scritto a mano, c’era un nome che Alessandro non aveva mai sentito.

Gabriel.

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