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Il barattolo di Cinzia da diciotto euro

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Mia suocera Elvira ha una dispensa in cantina che sembra un museo: file di vasetti etichettati a penna, datati, ordinati per anno. Io le porto sempre le stesse marmellate artigianali, quelle del mercatino del giovedì a Chiavari, dove le vende una signora con un furgoncino bianco — diciotto euro il vasetto da trecento grammi, un'etichetta con lo sfondo color crema e la scritta corsiva "fatto come una volta". Gliel'ho detto tante volte a Elvira: "Mamma, provale, sono tutta un'altra cosa rispetto alle solite." Lei metteva il vasetto in un angolo e non lo apriva mai.

Mi chiamo Cinzia, ho trentasette anni, lavoro nell'ufficio comunicazione di una cooperativa agricola vicino a Rapallo, e da quattro anni sono sposata con Marco, il figlio di Elvira. Con lui le cose funzionano bene. Con lei — diciamo che c'è sempre stata una distanza fatta di piccole cose. Non litigate, mai una parola fuori posto. Solo che ogni volta che le porto qualcosa, lei ha già un'alternativa pronta, fatta con le sue mani, e me la fa assaggiare come se stesse correggendo un compito.

È cominciato con il ragù. Il primo Natale da sposati le avevo portato un vasetto di ragù pronto, di una gastronomia biologica che pago un occhio. Lei lo ha ringraziato, poi la sera dopo ha chiamato Marco e gli ha detto, con quella voce da niente-di-personale: "Di' a Cinzia che preferisco fare io, così so cosa mangia mio nipote." Suo nipote aveva otto mesi e mangiava omogeneizzati. Ho riso. Poi ho smesso di ridere, perché ho capito che lei ci credeva davvero.

Poi è toccato all'olio. Compro l'olio da un frantoio di Imperia da quando mi sono trasferita in Liguria, dodici anni fa. Bottiglia scura, etichetta scritta a mano dal produttore stesso. Gliene ho portata una da mezzo litro per Pasqua. Lei l'ha messa sulla mensola più alta, quella che non si raggiunge senza sgabello, e non l'ha mai toccata. Sul tavolo teneva invece un olio "da uliveto etico certificato" comprato online a trentacinque euro il litro. "Cinzia, il tuo probabilmente è filtrato male, si sente" mi ha detto una volta, con un sorriso da maestrina soddisfatta. Io ho pensato al signor Aldo, il frantoiano, che il suo olio lo spreme con una macina di pietra vecchia quanto lui, ma non ho detto niente. A cosa serve?

E infine sono arrivate le marmellate.

Era l'estate scorsa, fine agosto, quando sono andata a trovarla portandole cinque vasetti di confettura di albicocche — quelle buone, quelle da diciotto euro. Le ho lasciate sul tavolo della cucina mentre lei era fuori a innaffiare i pomodori sul balcone. Sono entrata in dispensa a cercare un barattolo vuoto per portarle a casa un po' di conserva di pomodoro che mi aveva promesso, e lì, sullo scaffale, c'era un vasetto vuoto proprio di quella marca "artigianale" che tanto elogiava — etichetta verde scuro, stile vintage, tappo dorato.

Non so bene cosa mi sia scattato in testa. Ho preso il barattolo vuoto, l'ho sciacquato nel lavello, e ci ho versato dentro la mia confettura, quella comprata al mercatino. L'ho richiuso, l'ho messo in frigo, accanto al parmigiano.

Due settimane dopo Elvira ha organizzato il pranzo per il suo compleanno. Tavolo apparecchiato con la tovaglia di lino di sua madre, focaccia genovese comprata dal fornaio sotto casa, e quel vasetto — il mio, travestito — messo in bella vista accanto ai formaggi. Mia cognata Barbara ne ha spalmata tre volte sui crostini. Una vicina ha chiesto dove si comprasse. Ed Elvira, tagliando una fetta di pane, ha detto: "Sentite che consistenza, non è mica robaccia da supermercato. Questa qui è vera."

Sentivano. Sentivano la mia confettura, comprata da una signora con un furgoncino bianco al mercatino del giovedì.

Avrei potuto dirlo. In un secondo, con due parole: "È mia." Non l'ho fatto. E non l'ho detto nemmeno una settimana dopo, quando Elvira ha pubblicato la foto del vasetto su Facebook, con la didascalia "la vera cucina di una volta, altro che roba industriale." Sessanta "mi piace". Commenti tipo: "Che meraviglia, dove la trovi?" Io guardavo quello schermo seduta in cucina, a Rapallo, con una tazza di tè alla menta in mano. E stavo zitta.

Marco non sa niente di questa storia. Non gliel'ho mai raccontata, perché lui tra sua madre e me cerca sempre di stare in equilibrio, e non voglio dargli un altro peso da portare. Ma qualche sera fa, mentre lavavo i piatti, mi ha detto una cosa che mi è rimasta addosso: "Sai, mamma continua a dire che quelle marmellate del compleanno erano il massimo. Ne ha ricomprate altre due volte." Ho risposto solo: "Bene, sono contenta che le piacciano."

Da allora ho continuato. Ogni volta che vado a trovarla porto un vasetto nuovo, lo scambio quando lei non guarda, lascio il vuoto rilavato pronto per la volta dopo. Non è difficile: Elvira ha sempre due o tre etichette "artigianali" sparse in dispensa, e io ormai riconosco i formati a colpo d'occhio. A volte penso che dovrei semplicemente dirglielo. Che è una bugia, anche se piccola, anche se fatta di zucchero e albicocche. Che sto prendendo in giro mia suocera — o forse me stessa, visto che continuo a fingere che non mi faccia niente, quando invece mi brucia. Brucia sentirla dire "la roba fatta in casa non regge il confronto." Brucia vedere quel suo compatirmi con gli occhi, come se io non capissi come funziona il mondo adesso.

Ma poi torno a casa, apro il frigo, controllo quanti vasetti mi restano, e penso: forse questa è la mia risposta. Non a parole. A cucchiaiate di marmellata.

La settimana scorsa Elvira mi ha chiamata di sua iniziativa — cosa rarissima, di solito è sempre Marco l'intermediario. Mi ha detto: "Cinzia, ci ho pensato. Mi piacerebbe imparare a farle io, le marmellate come la tua preferita. Mi insegni la ricetta?"

Per mezzo secondo ho avuto la lingua pronta a dire tutto — il vasetto scambiato, il compleanno, un anno intero a farle mangiare la mia roba spacciata per artigianale da diciotto euro. Poi ho risposto solo: "Certo, mamma. Vieni sabato, cuciniamo insieme."

Sabato è arrivato in fretta. L'ho fatta entrare in cucina, le ho messo in mano il cucchiaio di legno, le ho fatto vedere come si scioglie lo zucchero senza bruciarlo. A un certo punto lei ha assaggiato un cucchiaino dalla pentola e ha detto: "Ma guarda, è identica a quella del mio compleanno." Io stavo tagliando le albicocche a metà, e per un attimo il coltello si è fermato sul tagliere.

Ho posato il coltello. Sono andata in dispensa — la mia, quella di casa nostra — e ho tirato fuori il vasetto vuoto che avevo tenuto da parte apposta, quello con l'etichetta verde scuro e il tappo dorato. L'ho messo sul tavolo, davanti a lei, accanto alla pentola che bolliva.

"È perché è la stessa cosa" ho detto. "Quella del tuo compleanno l'ho travasata io, in questo vasetto, con la confettura comprata al mercatino di Chiavari. Quella che compro sempre e che non hai mai voluto assaggiare finché pensavi fosse un'altra marca."

Elvira è rimasta con il cucchiaio a mezz'aria. Non ha detto niente per un tempo lungo abbastanza da farmi sentire il borbottio dello zucchero sul fuoco. Poi ha spento il fornello, si è seduta, e ha guardato il vasetto vuoto come se dovesse leggerci dentro qualcosa.

"Un anno" ha detto piano. "Un anno intero."

"Sì."

Non mi sono scusata e non ho aggiunto una parola di troppo. Ho solo preso il telefono, ho aperto la pagina della signora del mercatino — vendeva anche online, ormai — e le ho mostrato il prezzo: diciotto euro, lo stesso vasetto identico a quello sulla mensola alta di casa sua.

"Vai ad assaggiarle tu, direttamente da lei" le ho detto. "Sabato mattina, piazza del mercato a Chiavari. Furgoncino bianco."

Elvira non ha risposto. Ha preso il vasetto vuoto, l'ha girato tra le mani, poi si è alzata, ha aperto lo sportello sotto il lavello e l'ha lasciato cadere nel sacchetto del vetro, tra le bottiglie. Il vetro contro il vetro ha fatto un rumore secco.

"Allora domenica vengo a prendere le albicocche che avanzano" ha detto. "Se le mangiamo tutte adesso, cosa mettiamo nei vasetti nuovi?"

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