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Il lago dove ho lasciato andare Bruno

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Io e Bruno ci conoscevamo da tredici anni. Non ho scelto io questa versione della storia, l'ha scelta mia moglie Chiara, con quel post che ha scritto ieri sera e che in tanti hanno letto piangendo. Io c'ero anche io, in ogni singolo momento. E vorrei raccontare quello che ho visto io, seduto sul sedile del passeggero, con le mani su un cane che pesava ancora trentotto chili ma che ormai non riusciva più ad alzarsi da solo.

Bruno era un pastore tedesco. L'avevamo preso a Bergamo, in un canile vicino a Zingonia, quando io avevo ventisei anni e facevo il magazziniere in un'azienda di logistica a Dalmine. Chiara allora non c'era ancora, è arrivata dopo, tre anni dopo, e Bruno l'ha accettata subito — cosa che con me, il primo mese, non aveva fatto: mi ringhiava contro se mi avvicinavo alla sua ciotola.

Il problema è iniziato a marzo. Displasia dell'anca, già diagnosticata anni prima, ma che negli ultimi mesi è peggiorata al punto che saliva le scale di casa nostra a Curno trascinando le zampe posteriori. Il veterinario, il dottor Ferrari, quello studio in via Roma vicino alla farmacia, ce lo aveva detto chiaro a luglio: con l'antidolorifico arriviamo a settembre, forse. Non oltre.

Io quella frase l'ho portata addosso per due mesi come un sasso in tasca. Chiara ne parlava, io no. Io facevo finta di niente, gli preparavo la pappa con il riso in più perché diceva che gli faceva bene, gli mettevo il materassino ortopedico vicino al termosifone. Rimandavo. È la cosa più vera che posso dire di me in questa storia: ho rimandato per settimane una decisione che sapevo giusta, perché farla significava ammettere che non c'era più niente da fare.

La settimana scorsa Bruno ha pianto tutta la notte. Non abbaiava, piangeva — un lamento basso, continuo, che si sentiva anche dalla camera con la porta chiusa. Chiara si è alzata alle tre, io alle quattro, e abbiamo passato il resto della notte sul pavimento del salotto a cercare una posizione che non gli facesse male, senza trovarla mai. Alle sei del mattino, seduto per terra con la schiena contro il divano, ho detto a Chiara: basta, chiamo Ferrari lunedì.

Ma prima volevamo dargli un'ultima cosa bella. Sabato siamo saliti in macchina — la nostra Panda del 2015, quella con il finestrino posteriore che lui riusciva ad abbassare da solo tirando la maniglia con i denti — e siamo andati al lago di Braies, in Alto Adige. Tre ore di strada, lui sdraiato sul sedile dietro con la testa appoggiata sul mio bracciolo per tutto il viaggio.

Lì il silenzio è un'altra cosa. Non c'era vento, l'acqua era verde smeraldo e ferma come uno specchio, e le montagne intorno sembravano tenerla chiusa dentro come in una scodella. Abbiamo fatto due passi sul sentiero, lenti, lui appoggiato alla mia gamba a ogni metro. A un certo punto si è fermato a fissare una barca a remi legata al molo, di quelle in legno rosso che affittano d'estate, e Chiara ha detto: guarda, gli piace ancora guardare le cose. Io non ho detto niente. Ho solo pensato che quella barca ferma lì, senza remare da nessuna parte, gli somigliava.

Lunedì mattina siamo tornati dal dottor Ferrari. Bruno non voleva entrare nello studio — l'unica volta in tredici anni che ha tirato il guinzaglio all'indietro invece che in avanti. L'ho preso in braccio io, tutti e trentotto chili, e l'ho portato dentro. Chiara gli teneva la testa, io gli tenevo le zampe, e gli abbiamo parlato piano finché non si è addormentato, e poi finché il cuore non si è fermato.

Sono tornato a casa da solo per un'ora, quella sera, mentre Chiara restava dai suoi genitori a Ponte San Pietro. Ho tolto la ciotola dalla cucina, ho lavato il materassino e l'ho messo in cantina, non nel bidone — non ancora. Ho trovato sotto il divano una pallina da tennis mezza sgonfia che non sapevo nemmeno esistesse ancora, e quella l'ho tenuta in tasca tutta la notte, senza un motivo preciso.

Ho aperto il telefono e ho fatto una cosa che a Chiara non ho detto: ho cancellato la sveglia delle 6:30 che avevo impostato ogni giorno da anni per portarlo fuori prima di andare al lavoro. L'ho cancellata guardando lo schermo, non l'orologio, non il cielo fuori. Poi ho chiamato il canile di Zingonia, lo stesso da cui l'avevamo preso tredici anni prima, e ho chiesto se accettavano donazioni di cibo e coperte. Mi hanno detto di sì, che potevo portare tutto quando volevo.

Il giorno dopo ho caricato in macchina la scorta di crocchette ancora chiusa, due coperte, la cuccia grande che non useremo più, e sono andato a Zingonia. Ho lasciato tutto alla ragazza del turno del mattino, ho firmato un foglio con nome e data, e sono tornato alla macchina senza girarmi. Il finestrino posteriore era ancora abbassato di due dita, così come l'aveva lasciato lui l'ultima volta che era salito.

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