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Il compleanno di Nico e la candela divisa in due

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Nico aveva sette anni e in mano una scatolina di cartone un po' schiacciata ai bordi.

Dentro, una fetta di ciambellone fatto in casa dalla nonna, con un'unica candelina storta piantata nel mezzo.

Niente palloncini. Niente festa. Solo quella fetta, stretta tra le dita come un tesoro, mentre camminava lungo via Garibaldi verso casa, a Lucca.

Era l'unico regalo che avrebbe avuto quel giorno, e per lui bastava.

Passando davanti alla casa famiglia "Il Girasole", sentì le risate dei bambini che giocavano in cortile. Si fermò al cancello, incuriosito. E lì, in un angolo, lontana dagli altri, vide una bambina seduta su una panchina di legno, le ginocchia strette al petto.

Si chiamava Asia. Aveva sei anni e un maglioncino troppo grande, probabilmente ereditato da qualcun altro prima di lei. Guardava gli altri bambini tirarsi la palla, ma non si alzava. Non la chiamava nessuno.

Nico quello sguardo lo conosceva bene. Era lo sguardo di chi, in un giorno di festa, si sente invisibile.

Non disse niente. Attraversò il cortile, si sedette accanto a lei sulla panchina fredda e aprì la scatolina. Posò la fetta di ciambellone tra loro due, tirò fuori l'accendino rubato alla nonna qualche settimana prima — se la nonna se ne fosse accorta, altro che candelina, gli avrebbe tirato le orecchie — e accese lo stoppino storto.

"Oggi è il mio compleanno" disse piano. "Ma oggi festeggiamo insieme. Dai, un desiderio a testa."

Asia non si mosse. Teneva le braccia incrociate sul maglione troppo grande e guardava la fiamma come si guarda una cosa che potrebbe essere tolta da un momento all'altro.

"Non ho niente da darti in cambio" disse soltanto.

"Non ho chiesto niente in cambio."

Lei aspettò ancora un po', poi chiuse gli occhi un istante e soffiò insieme a lui. Il fumo salì tra loro due, sottile, e si disperse contro il muro di cinta. Asia rise — una risata breve, quasi strozzata, come chi non è abituato a farsi sentire ridere.

Dall'altra parte della strada, Mauro Ferraris, che da trent'anni gestiva la pasticceria "Dolce Vita" all'angolo con piazza Anfiteatro, aveva visto la scena dalla vetrina mentre sistemava i vassoi dei cantucci. Rimase fermo, lo straccio in mano, a guardare quei due bambini dividersi un'unica fetta su una panchina di legno. Poi posò lo straccio sul bancone, chiuse il negozio con un cartello scritto a penna — "Torno tra un'ora" — e caricò in macchina tre torte intere, scatole di palloncini rimasti da un compleanno prenotato e poi disdetto, cappellini di carta e la cassa bluetooth del retrobottega.

Al cancello del Girasole lo fermò un'educatrice, una ragazza con un blocchetto e una penna infilata nei capelli.

"Lei chi è? Non può entrare così, senza avviso — qui ci sono protocolli, deve parlare con la direttrice."

"Sono il pasticcere di piazza Anfiteatro. Ho visto due bambini dividersi una fetta di torta su quella panchina." Indicò con il mento oltre la ragazza, verso Asia e Nico. "Ho tre torte in macchina che si stanno squagliando sotto al sole. Mi dica lei cosa devo fare."

La ragazza guardò le torte, guardò lui, poi guardò verso l'ufficio della direttrice. Rimase in dubbio qualche secondo di troppo, con la penna ancora tra le dita, prima di scostarsi e dire: "Aspetti qui, vado a chiamarla."

Carla Bellini, la direttrice, uscì asciugandosi le mani su un canovaccio, pronta a dire di no a qualunque cosa fosse quella. Guardò le torte, guardò Mauro, poi guardò il cortile, dove Asia e Nico erano ancora seduti sulla panchina, la scatolina vuota tra loro.

"Chi ha chiamato lei?"

"Nessuno. Sono venuto e basta."

Carla esitò ancora un attimo — poi scrollò le spalle, come chi decide di non farsi troppe domande davanti a un'occasione buona. "Allora faccia in fretta, prima che il caldo rovini tutto."

Il cortile si riempì di voci. I bambini si avvicinarono piano, guardinghi, come animali che non sanno se fidarsi di un pasto inaspettato. Asia restò sulla panchina, il maglione tirato sulle ginocchia, a guardare Mauro tagliare la prima torta con un coltello preso in prestito dalla cucina.

"Ne vuoi una fetta?" le chiese lui, piatto in mano.

Lei guardò Nico, come per chiedergli se era permesso. Lui annuì con la testa verso il piatto. Solo allora Asia si alzò e andò a prendere la fetta più piccola del vassoio, come se prendersi quella più grande fosse un rischio che non era pronta a correre.

La musica uscì dalle casse bluetooth, storta e un po' troppo alta, e in pochi minuti il cortile silenzioso diventò tutt'altra cosa: bambini che correvano con i cappellini di carta storti, qualcuno che inciampava nei palloncini legati ai braccioli delle sedie di plastica.

Asia non ballò subito. Rimase in disparte altri dieci minuti, con le briciole di pan di Spagna sul maglione, a guardare gli altri. Poi una bambina più piccola la prese per mano senza chiederle niente, e lei si lasciò tirare in mezzo al gruppo.

Mauro, quella sera, prima di richiudere davvero la saracinesca di "Dolce Vita", tornò al Girasole con il registratore di cassa della giornata — trecentoquaranta euro — chiusi in una busta.

"Non è la soluzione" disse a Carla, posando la busta sul tavolo dell'ufficio. "Ma da lunedì, ogni compleanno qui dentro avrà una torta vera. Gliela porto io."

Carla prese la busta, la girò tra le mani senza aprirla subito. "E se glielo dico ai bambini, che arriva una torta ogni volta? Lo sa che poi se la aspettano."

"Lo so."

Fuori, nel cortile vuoto, restavano solo i palloncini sgonfi legati alle sedie e una scatolina di cartone, un po' più schiacciata di prima, abbandonata sulla panchina di legno.

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