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Diciannove anni e un cuore che impara a restare
Ad Alessio Ferraro non piaceva parlare della notte in cui diventò padre. Non perché fosse un segreto, ma perché ogni volta che qualcuno glielo chiedeva, rivedeva il corridoio dell'ospedale di Vicenza, il linoleum verde chiaro, l'infermiera che gli posava tra le braccia un fagotto piccolissimo e gli diceva, senza giri di parole: "Suo figlio ha la sindrome di Down."
Aveva diciannove anni. Lavorava part-time in un'officina di carrozzeria a Bassano del Grappa e la madre del bambino, Nadia, era sparita già al quinto mese, quando l'ecografia aveva mostrato qualcosa che lei non era pronta ad affrontare. Non aveva lasciato un numero. Non aveva lasciato una lettera. Aveva lasciato solo un nome scritto su un foglio: Mattia.
Alessio quel nome lo tenne. Il resto lo costruì da solo, giorno dopo giorno, nella casa dei suoi genitori a Marostica, dove si trasferì con una valigia e una culla comprata usata al mercatino del sabato.
I compagni di scuola, quelli che si erano laureati o avevano iniziato a lavorare nei capannoni della zona, lo invitavano ancora in pizzeria il venerdì sera. Lui rispondeva quasi sempre di no. Non per sacrificio dichiarato, ma perché il martedì e il giovedì c'era la logopedista a Bassano, alle 16:30, e il mercoledì la fisioterapista, e il sabato mattina un gruppo di psicomotricità all'ASL di Cittadella. Diciotto chilometri di strada, due volte a settimana, con la sua Fiat Panda del '98 che perdeva l'acqua del radiatore ogni due mesi.
"Non ce la faccio," disse una volta a sua madre, Carla, una sera che Mattia aveva pianto per tre ore senza fermarsi e lui non sapeva più cosa fare. Carla non rispose con un discorso. Gli versò un caffè, si sedette accanto a lui e disse soltanto: "Vai a dormire due ore. Al bambino penso io." Al mattino dopo Alessio era di nuovo lì, con gli occhi gonfi, pronto a portare Mattia all'asilo speciale di via Mazzini.
Non fu un'unica decisione eroica. Furono migliaia di decisioni piccole, ripetute per anni. Imparare a leggere insieme a lui, con le flashcard fatte a mano col cartoncino colorato. Capire che Mattia aveva bisogno di più tempo per infilarsi le scarpe, e che correre a infilargliele lui, per fare prima, non era un aiuto ma un furto. Imparare ad aspettare. Festeggiare la prima parola intera — "papà" — pronunciata a quattro anni, come se avesse vinto una gara nazionale. Festeggiare, molto più avanti, il giorno in cui Mattia riuscì ad allacciarsi da solo le scarpe da ginnastica prima di una partita di calcio integrato a Bassano.
Intanto gli amici di Alessio aprivano mutui, si sposavano, andavano in vacanza a Ibiza. Lui no. Lui restava. Non per mancanza di coraggio di partire, ma perché, come diceva a Carla, "se parto io, chi resta per Mattia?"
Quando Mattia aveva dodici anni, un episodio segnò tutti loro. Durante una gita scolastica a Verona, un gruppo di ragazzi più grandi lo presero in giro davanti all'Arena, imitando il suo modo di parlare. Mattia tornò a casa in silenzio, chiuso in camera per due giorni. Alessio non andò a cercare quei ragazzi, non fece scenate. Si sedette sul letto del figlio e gli disse: "Tu non devi dimostrare niente a nessuno. Lo sai cosa sei riuscito a fare quest'anno? Hai letto da solo un libro intero." Mattia alzò la testa. Fu l'inizio della fine di quel silenzio.
Oggi Mattia ha ventisei anni. Lavora tre giorni a settimana in una cooperativa sociale che gestisce il verde pubblico di Marostica, pota le siepi intorno alle mura medievali, e ogni venerdì porta a casa uno stipendio di 410 euro che mette da parte per comprarsi, un giorno, uno scooter tutto suo.
Alessio ha quarantacinque anni ora. Non si è mai sposato. Dice che non ne ha sentito il bisogno, che la sua vita era già piena. Vivono ancora nella stessa casa a Marostica, quella che fu dei nonni e che ora è intestata a lui. Cucinano insieme il risotto il sabato. Guardano le partite del Chievo su un divano troppo vecchio per essere elegante ma troppo pieno di storia per essere cambiato.
Lo scorso marzo, però, qualcosa ha scosso quell'equilibrio. Nadia, la madre di Mattia, è tornata a farsi viva dopo venticinque anni di silenzio. Ha scritto una lettera, recapitata tramite un avvocato di Vicenza, in cui chiedeva di "riallacciare un rapporto" con il figlio ormai adulto — e, nella stessa lettera, con tono più insistito, chiedeva di essere informata su un piccolo appartamento a Bassano che i nonni di Mattia avevano lasciato in eredità al nipote, intestato a suo nome fin dai dodici anni.
Alessio non rispose subito. Portò la lettera a Mattia, gliela lesse ad alta voce, parola per parola, senza addolcirla e senza nasconderla. Poi gli chiese cosa volesse fare. Mattia ci pensò tre giorni. Alla fine disse una cosa semplice: "Voglio conoscerla. Ma l'appartamento resta mio."
Si incontrarono in un bar di piazza degli Scacchi, a Marostica, un sabato di aprile. Nadia arrivò con gli occhi pieni di scuse mai detette per un quarto di secolo. Mattia la ascoltò, educato, distante. Poi, quando lei provò a toccare l'argomento dell'appartamento — "magari potremmo rivedere le carte insieme, io potrei aiutarti a gestirlo" — Alessio, seduto accanto al figlio senza intromettersi finché non fu necessario, posò sul tavolo una cartellina blu. Dentro c'era l'atto di successione già registrato dal notaio di Bassano, con la firma di Mattia, maggiorenne e nel pieno delle sue facoltà, da sei anni. "L'appartamento è suo," disse Alessio, piano. "Non c'è niente da rivedere. Se vuoi un rapporto con lui, fallo senza carte in mezzo."
Nadia non tornò più dopo quell'incontro. Mattia non ne ha fatto un dramma. Ha semplicemente continuato la sua vita: il lavoro con le siepi del comune, il sabato col risotto, la domenica allo stadio.
Alessio, qualche sera dopo, mentre lavavano insieme i piatti, ha detto una cosa che Mattia ripete ancora oggi, a chi gliela chiede: "Io non ti ho scelto una volta, a diciannove anni. Ti ho scelto ogni giorno, per ventisei anni. E continuo a farlo." Mattia ha asciugato un piatto, l'ha messo nella credenza, e ha risposto solo: "Lo so, papà. Passami l'altro strofinaccio."
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