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Il delfino che nessuno si aspettava a Marina di Camerota

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Era il ventitré luglio, poco dopo le sette del mattino, quando Dario Senese tirò fuori il suo drone nuovo per riprendere l'alba sopra la scogliera di Marina di Camerota. Lo aveva comprato tre settimane prima, quattrocentoventi euro risparmiati centesimo su centesimo, soldi che dovevano servire per l'assicurazione dello scooter e invece erano finiti lì, su quell'oggetto che ancora gli sembrava un lusso da non meritarsi. Quella mattina voleva solo la luce che si rifletteva sull'acqua, qualche secondo buono da postare sul suo profilo di viaggi. Non poteva immaginare cosa stesse per riprendere.

Sulla spiaggia, a quell'ora, c'erano pochi bagnanti. Tra questi, Graziella Fontanarosa, ex insegnante di educazione fisica in pensione da due stagioni, che ogni mattina portava il suo cane Tobia a fare il bagno prima che arrivasse la folla. Tobia era un bracco color nocciola, un occhio leggermente più chiaro dell'altro per una vecchia cicativa presa chissà dove, prima che Graziella lo tirasse fuori da un canile di Salerno. Da allora dormivano nella stessa stanza, mangiavano quasi alla stessa ora, e quando lei usciva senza di lui — dal medico, dal mercato — tornava sempre con la sensazione di aver lasciato a casa qualcosa di vivo e scontento.

Quel giorno il mare non sembrava diverso dal solito. Un po' di vento da est, onde corte, niente di allarmante. Graziella lanciò la pallina gialla come faceva sempre, e Tobia si lanciò dietro senza pensarci.

Solo che quella mattina c'era una corrente di ritorno che nessuno aveva segnalato — una di quelle correnti che si formano dopo giorni di mare agitato, invisibili dalla riva. Tobia la prese in pieno. In pochi secondi smise di nuotare verso la pallina e cominciò a nuotare solo per restare a galla, sempre più lontano, sempre più piccolo.

Dario, dal drone, fu il primo ad accorgersi che qualcosa non andava. "Signora, il cane! Il cane sta andando al largo!" gridò, ma Graziella lo aveva già visto. Non si tolse il vestito da spiaggia: lo strappò via a metà, lasciandolo impigliato su una caviglia per due passi, prima di scalciarlo via ed entrare in acqua di corsa.

Le braccia che per trent'anni avevano corretto la postura a generazioni di ragazzini a Scafati ora si muovevano con tutta la forza che avevano, mentre la corrente la spingeva di lato, lontano dalla traiettoria più breve. "Tobia! Tobia, vengo!" urlava, con un filo di voce che l'acqua le portava via dalla bocca a ogni bracciata.

Dal drone, Dario vedeva tutto da sopra: la donna che avanzava a fatica, il cane che si stava stancando, e la distanza tra loro che non si chiudeva. Altri bagnanti si erano fermati sulla battigia, qualcuno aveva già chiamato il numero di emergenza, qualcuno gridava verso il bagnino della postazione più vicina, a duecento metri da lì.

Poi, nelle immagini del drone, apparve qualcosa che fece gelare chiunque fosse davanti al telefono di Dario in quel momento — perché lui stava trasmettendo in diretta sul suo profilo, senza nemmeno accorgersene, semplicemente perché aveva lasciato la diretta accesa dalla ripresa dell'alba.

Un'ombra scura, lunga, si muoveva appena sotto la superficie. Veniva dritta verso Tobia.

"Esca dall'acqua! Torni indietro!" urlava qualcuno dalla spiaggia, ma Graziella non sentiva niente, continuava a nuotare, gli occhi fissi sul suo cane. L'ombra si avvicinò ancora, sparì sotto un'onda, e per tre, quattro secondi interminabili nessuno vide più niente. Sulla sabbia qualcuno si era portato le mani alla bocca.

Poi la forma riemerse accanto a Tobia, e non era quello che tutti temevano.

Era un delfino. Un tursiotto adulto, probabilmente uno di quelli che frequentano le acque tra Marina di Camerota e Palinuro, dove i pescatori li incontrano spesso vicino alle barche. L'animale girò attorno al cane spaventato, poi si posizionò sotto di lui, quasi a sostenerlo, e cominciò a spingerlo con dolcezza verso la riva, onda dopo onda.

Graziella arrivò pochi secondi dopo, ansimando, e riuscì ad afferrare il collare bagnato di Tobia proprio mentre il delfino si allontanava con un colpo di coda, come se avesse solo aspettato di vederli al sicuro per andarsene. Il bagnino, arrivato ormai a nuoto con il salvagente, li aiutò entrambi a tornare a riva.

Sulla spiaggia Graziella si lasciò cadere sulla sabbia, le gambe che non la tenevano più, e si tirò Tobia contro il petto tenendolo per il collare mentre lui tremava e le leccava il sale sul collo. Dal collare le colava ancora acqua sulle braccia. In alto, dimenticato da tutti, il drone di Dario continuava a ronzare, l'obiettivo puntato giù su di loro.

"Stai qua, stai qua, buono," diceva a Tobia con la voce rotta, quasi un sussurro soffocato dal sale sulle labbra, le mani che non smettevano di passargli sul pelo bagnato come per controllare che ci fosse davvero tutto, zampe, coda, testa. Qualcuno le mise un asciugamano sulle spalle. Lei non lo prese nemmeno, continuava a tenere Tobia come se qualcuno glielo potesse ancora togliere.

Il video, lo scoprì solo quella sera guardando il telefono di sua nipote, l'avevano visto più di quattromila persone in diretta. Nei giorni dopo arrivarono i telegiornali, e arrivò anche una società che gestiva un parco marino vicino a Napoli, con un contratto pronto e un'offerta di tremilacinquecento euro per usare l'immagine di Tobia in uno spot.

Graziella lesse il foglio due volte, poi lo rimise sul tavolo della cucina.

"No," disse all'uomo venuto apposta da Napoli, mentre Tobia le si strusciava contro le gambe sotto il tavolo. "Tobia non fa pubblicità a niente. Quel giorno non ha salvato un'azienda, s'è salvato lui, con l'aiuto di uno che non gli doveva proprio niente."

Firmò invece, senza chiedere un euro, l'autorizzazione perché la Capitaneria di Porto usasse le immagini del drone di Dario per i cartelli sulle correnti di ritorno, da mettere su tutte le spiagge del Cilento prima dell'estate successiva.

Oggi, alle sette del mattino, Graziella porta ancora Tobia in acqua, ma solo dove sventola la bandiera della Capitaneria, e con un guinzaglio lungo legato stretto al polso.

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