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Storie di vita

Il mendicante alla Basilica di Superga

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La pioggia aveva smesso di cadere proprio mentre Elena Ferraris usciva dalla Basilica di Superga, sopra Torino, con il velo che le scivolava sulle spalle e il bouquet di fresie bianche stretto tra le mani. Al suo fianco, Davide Conti sorrideva come un uomo che ha appena vinto qualcosa senza sapere ancora il prezzo. Duecentoventi invitati li aspettavano sui gradini, tra applausi e il profumo dei petali lanciati in aria.

Fu allora che una donna si staccò dal muretto di pietra, dove sembrava essersi seduta ad aspettare da ore. Aveva un cappotto grigio troppo largo, le scarpe spaccate sulla punta, i capelli raccolti male sotto una sciarpa sbiadita. Camminava piano, come se ogni passo le costasse qualcosa, e si fermò proprio davanti ai due sposi, tra il fotografo e il prete che ancora stringeva il libro delle preghiere.

Qualcuno degli invitati rise, pensando a uno scherzo. Nessuno rise per molto.

«Chi l'ha fatta entrare qui?» sibilò Davide, la voce bassa ma tagliente, gli occhi che correvano verso gli addetti alla sicurezza fermi vicino al portone. «Non è stata invitata. Qualcuno la porti via.»

La donna non si mosse. Lo guardò come si guarda qualcosa che si conosce da sempre e si è perso per strada. «Va bene così,» disse piano, quasi senza fiato. «Ma controlla il telefono.»

Elena sentì il cuore saltare un giro. «Che vuol dire "controlla il telefono"? Chi è lei?»

Davide strinse la mascella, infastidito, ma qualcosa in quella donna gli impedì di voltarsi e basta. Tirò fuori lo smartphone dalla tasca interna della giacca, quasi per toglierle ogni pretesto. Un messaggio. Numero sconosciuto, prefisso di Torino.

Aprì l'allegato davanti a tutti, senza pensarci, come si fa quando si vuole solo chiudere in fretta una scena imbarazzante.

La prima foto gli tolse il colore dal viso: una ragazza giovanissima, il viso stanco e felice insieme, un neonato in braccio avvolto in una copertina dell'ospedale Sant'Anna. Erano gli stessi occhi della donna davanti a lui, solo trent'anni più giovani.

La seconda foto era un certificato di nascita. Il suo nome, Davide Conti, scritto a macchina in alto. Sotto, alla voce "madre", un nome che lui non aveva mai sentito pronunciare in casa: Carla Vitale.

Le mani gli tremarono tanto che il telefono quasi gli cadde.

Elena guardò lo schermo da sopra la sua spalla e portò una mano alla bocca, gli occhi pieni di lacrime che non sapeva più per chi versare.

La donna — Carla — fece un passo avanti, la voce che si incrinava. «Non sono venuta a rovinarti il matrimonio, Davide. Sono venuta perché l'uomo che ti ha cresciuto ti ha mentito per tutta la vita, e mi ha chiesto lui stesso di dirtelo.»

Il silenzio sui gradini della basilica durò abbastanza da far sentire il vento tra le foglie dei platani. Poi Davide fece l'unica cosa che gli venne in mente: afferrò Carla per il gomito, piano ma deciso, e la trascinò lontano dagli invitati, verso la sagrestia vuota, con Elena che li seguiva senza lasciare andare il bouquet.

«Parla,» disse lui, la voce rotta. «Parla adesso, prima che io chiami qualcuno per portarti via davvero.»

Carla si sedette su una panca di legno, le mani incrociate in grembo come una che ha ripetuto questo discorso mille volte nella sua testa e non è mai riuscita a dirlo ad alta voce. «Avevo diciannove anni. Lavoravo alla Fiat Mirafiori, in catena di montaggio, e tuo padre — quello che chiami padre, Ettore — era il mio capoturno. Quando sono rimasta incinta mi ha detto che avrebbe sistemato tutto. Mi ha fatto firmare delle carte in ospedale, tre giorni dopo che sei nato. Mi ha detto che senza quella firma non avrei più potuto lavorare, che mi avrebbero licenziata, che non avevo niente da offrirti. Avevo diciannove anni e nessuno a cui chiedere aiuto.»

«E tu l'hai firmato,» disse Davide, la voce vuota.

«L'ho firmato,» ripeté Carla. «Mi disse che sua moglie, Rosanna, non poteva avere figli. Che ti avrebbero dato tutto quello che io non potevo darti. Mi pagò anche — ventidue milioni di lire, nel 1998, perché io sparissi e non tornassi a cercarti. Ho firmato una carta che mi vietava di avvicinarmi a te prima dei tuoi diciotto anni. E dopo i diciotto, non sapevo più come trovarti.»

Elena si lasciò cadere su una sedia, il bouquet finalmente abbandonato sul pavimento di marmo. «Perché adesso?» chiese piano. «Perché oggi, proprio qui?»

Carla guardò Davide dritto negli occhi. «Perché due settimane fa Ettore è morto. E prima di morire, in ospedale al Molinette, mi ha fatto chiamare. Non per farsi perdonare — quello gli interessava poco, in fondo. Voleva un'ultima cosa da te, Davide, anche da morto: voleva che tu sapessi. Diceva che ti aveva lasciato comandare la sua vita intera senza mai dirti la verità, e non voleva lasciarti comandare anche la sua morte nello stesso modo. Per questo ha scritto nel testamento che l'eredità — la ditta di impianti elettrici, la casa di Pinerolo, i conti — resta tua solo se io vengo trovata e riconosciuta entro un anno. Non per darmi niente. Per non lasciarti la scelta di continuare a non sapere.»

Davide si passò una mano tra i capelli, ancora con la cravatta storta dalla cerimonia. «Quindi sei qui per i soldi, in fondo. Lui ti ha mandata per i soldi.»

Lo sguardo di Carla si fece duro. «Sono qui perché ho dormito quasi due anni al dormitorio della Caritas di via Nizza, dopo che ho perso il lavoro in fabbrica e poi quello alle pulizie, e l'unica cosa che mi ha tenuta in piedi era sapere che un giorno avrei potuto guardarti in faccia e dirti la verità. Non voglio un euro della ditta di Ettore. Se vuoi, strappo quella clausola davanti a te, qui, adesso. Voglio solo che tu sappia chi sono, prima che io me ne vada e tu non abbia più la possibilità di scegliere se crederci o no.»

Nessuno parlò per un lungo momento. Fuori, gli invitati bisbigliavano tra loro, qualcuno già controllava l'orologio pensando al pranzo di nozze prenotato per l'una al ristorante La Pergola, sulle colline di Moncalieri.

Elena fu la prima a muoversi. Si chinò, raccolse il bouquet, e lo posò con cura sulle ginocchia di Carla. «Lei viene con noi,» disse, senza guardare Davide per chiedere permesso. «Non al pranzo per restare fuori dalla porta. Si siede al nostro tavolo.»

Davide la guardò come se non la riconoscesse del tutto, poi abbassò gli occhi sulle proprie mani, la rabbia che si scioglieva in qualcosa più simile allo smarrimento.

Il pranzo durò fino al tramonto. Carla rimase seduta accanto a Davide, mangiò poco, parlò ancora meno, ma quando il fotografo chiese l'ultima foto di gruppo prima dei fuochi, Davide le fece cenno di restare, le mise una mano sulla spalla, e nessuno degli invitati osò commentare.

Lo zio Marco si fece vivo appena dieci giorni dopo, una sera, al cancello della ditta di Pinerolo, con una copia del testamento piegata in tasca. «Non ci casco,» disse a Davide, piantandosi davanti al portone come se potesse impedirgli di entrare. «Quella lì compare dal nulla il giorno del tuo matrimonio con due foto sul telefono, e tu le credi sulla parola? Ettore ti ha cresciuto lui, ti ha messo lui questa ditta in mano. Io gli ho dato trent'anni di lavoro, e adesso arriva una che dormiva in un dormitorio a prendersi tutto.»

«Nessuno si prende niente,» rispose Davide, senza alzare la voce. «E tu lo sai bene, perché l'hai letto anche tu, quel testamento: se non la riconosco, l'eredità va a te. Potrei far finta di niente, zio. Potrei chiudere quella porta e lasciare che il tempo passi, e in un anno sarebbe tutto tuo, pulito, senza bisogno di convincere nessuno. Ci hai pensato?»

Marco non rispose subito. Si tolse gli occhiali, li pulì con un lembo della giacca solo per guadagnare tempo. «E allora perché non lo fai?»

«Perché mio padre — qualunque cosa fosse stato — ha passato gli ultimi giorni della sua vita a cercare il modo di farmi sapere la verità anche contro la mia volontà. Se io adesso scelgo di non sapere per convenienza, divento peggio di lui.» Davide tirò fuori dalla tasca la cartellina con l'esito del test del DNA, fatto in una clinica di via Po, e la mise in mano allo zio. «Portala a chi vuoi. Fatti analizzare anche tu, se non ti basta. Ma non tornare più qui a dirmi cosa devo fare con i soldi di un uomo che a te ha lasciato niente apposta, perché sapeva che tu non avresti mai mosso un dito per nessuno che non fosse te stesso.»

Marco guardò la cartellina per un lungo momento, poi la lasciò cadere sul cofano di un furgone parcheggiato lì vicino, senza nemmeno aprirla. «Fai come vuoi. Ma il giorno che quella lì ti chiederà qualcosa — e te lo chiederà, vedrai — ricordati di questa sera.» Risalì in macchina e sparì oltre il cancello, e nessuno lo vide più tornare a Pinerolo.

Davide trovò Carla due settimane dopo in una stanza d'affitto sopra una tabaccheria di corso Regina Margherita, con un fornello elettrico e una branda sotto la finestra. Bussò senza preavviso, con in mano un mazzo di chiavi e una busta.

«Cosa sono?» chiese lei, senza farlo entrare del tutto.

«Le chiavi di un appartamento in via Madama Cristina. Due stanze, vicino al mercato di Porta Palazzo. L'ho affittato a tuo nome.» Le mise la busta tra le mani, poi, visto che lei non la apriva, gliela aprì lui stesso: dentro, il contratto e la prima mensilità già pagata. «Non è un regalo della ditta, se è questo che pensi. È mio, di tasca mia. L'eredità la lascio dov'è, decideremo dopo cosa farne, insieme, se vuoi. Ma tu da qui te ne vai oggi.»

Carla girò le chiavi tra le dita senza dire nulla, poi le stringe nel pugno come se avesse paura che qualcuno gliele togliesse. «E se poi cambi idea?»

«Non ho più un padre che decide le cose al posto mio,» disse Davide. «Quindi questa volta decido io, e ho deciso che mia madre non dorme più sopra una tabaccheria.»

Carla restò ferma sulla porta un momento, poi si voltò a prendere la vecchia borsa appoggiata sulla branda — la stessa, sfilacciata agli angoli, che aveva portato con sé fin dal giorno del matrimonio — e la mise in spalla senza chiudere la cerniera, come se non avesse più intenzione di tenerci dentro tutto quello che le restava.

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